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Dazi, rete e hi-tech per aggirare Trump

Dazi, rete e hi-tech per aggirare Trump

cms_9876/trump.jpg(Vittoria Vimercati) – Aiutare le imprese a schivare i dazi (legalmente) con la tecnologia. E’ la sfida raccolta da Opportunity Network , la piattaforma che mette in connessione 20mila amministratori delegati in tutto il mondo. Il principio è semplice: chi produce ed esporta merce sottoposta a dazi in un determinato Paese riesce a trovare acquirenti in un altro mercato e lo spazio vuoto lasciato da un esportatore riesce ad essere rimpiazzato con le merci in arrivo da una nazione terza.

“Noi che aiutiamo le imprese a trovare controparti commerciali – spiega Brian Pallas, 31 anni, fondatore e ceo di Opportunity Network – abbiamo notato che spontaneamente, da quando le tariffe sono state annunciate, si sono formate triangolazioni nel tessuto economico capaci di aggirare i dazi. Ad esempio, se prima un americano comprava alluminio da un cinese e un cileno da un peruviano, ora il cinese vende ai cileni e il peruviano vende agli americani. E alcuni clienti ci hanno chiamato per ringraziarci”.

L’obiettivo della piattaforma presente oggi in 128 Paesi è continuare a facilitare gli scambi mettendo in contatto domanda e offerta. Il percorso iniziato da Pallas nel 2014 sta iniziando a dare i suoi frutti, maturati proprio negli ultimi mesi: sarà un po’ anche merito della politica commerciale di Donald Trump, ma il valore del flusso d’affari generato dalla piattaforma è cresciuto solo nell’ultimo mese in modo esponenziale: 30 miliardi di euro, praticamente un quarto dei 140 miliardi ’smossi’ dalla sua nascita.

Con la sua sede operativa a Barcellona, dove si sono trasferiti e vivono gran parte dei suoi oltre cento dipendenti, (“stiamo benissimo, da qua non ci spostiamo”), Opportunity Network ha chiuso di recente accordi di distribuzione con Abn Amro e Ubs: rafforzarsi in Asia è un traguardo a breve termine per la startup che tanto startup ormai non lo è più.

Finora, gli investitori “portati a bordo” sono una cinquantina: dieci negli ultimi dodici mesi a altrettanti i milioni di euro raccolti: l’ultimo ad entrare nel capitale con un investimento di due milioni di euro, a febbraio, è stato Michael Spencer, filantropo, fondatore di Nex, ritenuto uno dei self made men più ricchi di Londra.

Ed è proprio nel mondo wealth e dei family office che Opportunity Network sta cercando di muovere i primi passi: “Oltre alle opportunità commerciali, porteremo agli amministratori delegati anche capitali e opportunità di investimento: vogliamo diventare uno ’one stop shop’ per i ceo nel mondo, come già lo è Amazon per i consumatori“, spiega ancora Pallas. L’Italia, con tremila amministratori delegati iscritti al sito, è uno dei primi mercati.

Dai loro movimenti, si può intuire come la musica sia cambiata: “Il momento di crisi è superato. Fino a qualche anno fa, gli ad italiani cercavano ancora di tagliare i costi, oggi vogliono espandersi, investire per specializzarsi o internazionalizzarsi”, dice ancora Pallas all’Adnkronos. Secondo l’imprenditore, che ha studiato a Milano prima di perfezionare inglese e preparazione alla Columbia University di New York, è proprio il capoluogo della Lombardia la città che più sta cominciando ad assomigliare a Barcellona: “Milano sta crescendo come città internazionale per le sue offerte culturali e sta creando un ecosistema giusto per le imprese innovative”.

E’ una città che “non isola e non fa sentire degli expat i ragazzi di talento che da tutto il mondo hanno iniziato a scegliere l’Italia come meta per crescere”. Nel futuro di Opportunity network, valutata ormai circa 200 milioni di dollari sul mercato, potrebbe esserci presto un altro aumento di capitale, di cui non è stata ancora decisa la taglia: “Ci servirà per continuare a crescere ed assumere altri business relationship manager che sono spesso nativi di un Paese extra europeo e quindi in grado di supportare meglio i clienti parlando la loro lingua e facendoli sentire ’a casa’”.

Spia russa all’ambasciata Usa a Mosca

cms_9876/Bandiere_Usa_Russia_Fg_Ipa2.jpgUna spia russa all’ambasciata americana a Mosca. Secondo quanto rivela oggi il “Guardian”, il controspionaggio degli Stati Uniti ha scoperto che per oltre un decennio una donna russa, assoldata dal Secret service, potrebbe aver passato materiale riservato ai suoi connazionali. I primi sospetti sulla presunta spia – che aveva accesso alla rete intranet ed alle mail del Secret service, venendo così a conoscenza di materiale ultrasensibile, tra cui le agende del presidente e del vice presidente americano – sono emersi nel 2016, durante un controllo di sicurezza di routine, condotto da due investigatori dell’Ufficio di sicurezza regionale (Rso) del dipartimento di Stato.

Dalle indagini, è emerso che la donna aveva incontri regolari e non autorizzati con membri dell’Fsb, il servizio segreto russo. Fonti dell’Rso hanno detto al quotidiano britannico di aver allertato nel gennaio del 2017 il Secret service, che non aprì alcuna inchiesta autonoma nei confronti della donna, preferendo forse contenere la vicenda ed evitare ulteriori tensioni nei rapporti tra Stati Uniti e Russia.

La presunta spia lasciò poi l’ambasciata qualche mese dopo, a luglio, dopo che il dipartimento di Stato le aveva revocato il lasciapassare di sicurezza, poco prima dei provvedimenti di espulsione del personale delle rappresentanze diplomatiche americane in Russia, seguite alle sanzioni di Washington contro Mosca (in quell’occasione vennero espulsi 750 dipendenti su un totale di 1.200).

“Il Secret service ha cercato di nascondere la violazione licenziandola – ha detto una fonte al Guardian – Il danno era già stato fatto ma i vertici del servizio non hanno condotto alcuna indagine interna per fare una valutazione del danno e vedere se avesse reclutato altri dipendenti per ottenere più informazioni. Solo un’indagine intensa condotta da una fonte esterna può determinare il danno che ha causato”.

Dal canto suo, il Secret service ha cercato di minimizzare la vicenda e, in una nota, si è limitato a dire: “Riconosciamo che tutto il personale locale che lavora per le nostre missioni, nel settore amministrativo e non solo, possa essere soggetto all’influenza dell’intelligence straniera. Questo è il caso in particolare della Russia. Per questo, tutti i dipendenti locali sono gestiti in modo da assicurare che gli interessi del Secret service e del governo americano siano protetti in ogni momento. Di conseguenza, le responsabilità sono limitate alla traduzione, all’interpretariato, ai rapporti di collegamento ed al sostegno amministrativo”. Nessun commento, invece, dal dipartimento di Stato su “questioni collegate all’intelligence o a personale”, pur “nella consapevolezza che, in virtù del loro impiego con il governo americano, i dipendenti possano essere obiettivo dei servizi di intelligence stranieri”.

“Era un bravo bambino”: parla la madre di bin Lade

cms_9876/Bin_Laden_FTG_IPA.jpg“La mia vita è stata molto difficile perché mio figlio è stato molto lontano da me. Era un bambino molto buono e mi voleva così tanto bene“. E’ quanto afferma Alia Ghanem, la mamma di Osama bin Laden, in un’intervista al ’Guardian’, la prima che la donna abbia mai concesso. Intervista avvenuta a Gedda – dopo l’assenso delle autorità saudite che tengono sotto stretto controllo la famiglia, che pure rimane una delle più influenti del Paese – in cui la donna attribuisce la responsabilità degli atroci atti commessi o organizzati dal figlio, che definisce timido e bravo a scuola, “alle persone che gli hanno fatto il lavaggio del cervello quando aveva vent’anni, all’università, come se fosse entrato in un culto”.

“Avevano denaro per la causa. Gli dicevo sempre di star lontano da loro e non ha mai ammesso in cosa si stava imbarcando perché mi voleva così tanto bene” ricostruisce Ghanem, che ha un’età compresa fra i settanta e gli ottant’anni. “Non mi è mai passato per la testa” che potesse diventare un jihadista, “siamo stati davvero sconvolti, non avrei voluto che niente di quello che è successo mai accadesse – aggiunge -. Perché avrebbe dovuto gettare via tutto in questo modo?”.

11 SETTEMBRE – “Ora sono passati 17 anni dagli attacchi dell’11 settembre del 2001 ma – riassume un fratellastro di bin Laden, che ha assistito all’intervista della madre – lei continua a negare quello che Osama ha fatto. Lo amava così tanto che si è rifiutata di attribuirgli la responsabilità che continua ad attribuire alle sue compagnie. Accetta solo il lato del bravo bambino, la parte che tutti abbiamo visto; non ha mai accettato quella del jihadista”.

L’ultima volta che la madre ha visto Osama è stato in Afghanistan nel 1999 quando, insieme al resto della famiglia, erano andati a trovarlo due volte nella base alle porte di Kandahar che i mujahiddin in lotta contro i sovietici – mujahiddin di cui Osama faceva parte con orgoglio dei familiari – avevano riconquistato. “Era super felice di riceverci – ricorda Ghanem -: ci portava in giro per i dintorni ogni giorno della nostra permanenza. Aveva ucciso un animale e avevamo celebrato e invitato tutti”.

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4 Agosto 2018