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DELLA LIBERTA’ E DELL’IMMAGINAZIONE – I^ PARTE

“Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.

(Hölderlin)

Liberato dai suoi utensili, dai suoi gesti, dai suoi muscoli, dalla programmazione dei suoi atti, dalla sua memoria, liberato dalla sua immaginazione per la perfezione dei suoi mezzi telediffusi, liberato dal mondo animale, vegetale, dal vento, dal freddo, dai microbi, da ciò che è ignoto delle montagne e dei mari, l’Homo sapiens della zoologia è probabilmente vicino alla fine della sua corsa”.

(G. Anders)

Della tecnica e del linguaggio

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Nell’epoca della tecnica occidente in cui viviamo, si registra un regresso socioculturale segnato da un’involuzione del nostro registro espressivo, che testimonia un inequivocabile divario tra le due dimensioni, la tecnica e il linguaggio. Se l’immaginazione è sin dall’inizio coinvolta nel gesto e nella parola, l’asservimento alla tecnica lascia intravedere pochi spiragli di salvezza nell’ambito della libertà umana.

Oggi infatti assistiamo a un costante e dilagante aumento dell’ incrinatura delle nostre facoltà che non far intravedere nessuna via d’uscita dalla regressione generale del nostro registro espressivo, del nostro sistema morale, del nostro ambiente sociale e delle nostre manifestazioni artistiche.

Mentre si puo’ leggere la storia della tecnica, dei sistemi sociali e dell’umano stesso, come un graduale affrancamento dalla manualità diretta e indiretta tendente all’esteriorizzazione illimitata della forza motrice, nell’impossibilità di registrare un’evoluzione progressiva della nostra capacità immaginativa a differenza delle tecniche, dato il rovesciamento dialettico della libertà nell’assoggettamento al mondo delle macchine, forse non siamo mai stati così vicini all’orlo del baratro.

Prassi, teoria e linguaggio in Anders e Leroi-Gourhan

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Tra libertà, tecnica, linguaggio ed arte c’e’ un nesso strettissimo a partire da un certo tipo di esperienza immaginativa del mondo. Con l’avvento dell’homo sapiens il processo di artificializzazione del bios raggiunge la sua acme nella strutturazione di un linguaggio complesso e nel rapporto con la trascendenza.

Prassi, teoria e linguaggio sono per il filosofo Anders, così come per l’antropologo Leroi-Gourhan, possibilità specifiche dell’essere umano, volte all’edificazione del proprio bios artificiale inteso sia materialmente -città, abitazioni, utensili, apparati-, sia spiritualmente -valori, sistemi giuridici, forme politiche, sistemi etici, religiosi e filosofici.

Questo presuppone un rapporto mediato con il reale, una certa distanza, un’estraneità (Fremdheit) dal mondo. La libertà intesa a partire dalla Weltfremdheit è per Anders la situazione antropologica fondamentale. L’uomo è ontologicamente libero a priori, la sua natura è quella di non averne nessuna e la sua esperienza sempre a posteriori. Da questo punto di vista l’essenza dell’uomo è proprio il suo non avere nessuna essenza determinata, essendo egli è il risultato del suo incessante darsi poietico.

In una conferenza tenuta presso la Kantgesellschaft di Francoforte dal titolo Die Weltfremdheit des Menschen, pubblicata in Francia con il titolo Une interpretation de l’aposteriori, la riflessione di Anders si dimostra molto vicina a queste posizioni. L’uomo, a differenza dell’animale che ha già un mondo a priori adeguato al proprio bisogno, non ha una Umwelt specifica, ma intrattiene un rapporto di aposteriorità con il mondo. L’uomo raggiunge il mondo solo post festum e intrattiene con esso un rapporto di intenzionalità volto al dis-allontanamento dagli oggetti.

L’uomo vive sempre in-a-distanza in un mondo risultante da un movimento di liberazione che parte dalla posizione eretta e dalla strutturazione del campo visuale, fino ad arrivare al rapporto simbolico immaginativo con l’ente nella sua totalità e alla manipolazione tecnica. Teoria e prassi sono gli esiti di un movimento omogeneo, al punto da poter sostenere con Anders che siano “i rami stessi dell’albero della libertà”.

Ma se la libertà è il fragile elemento che guida tutto lo sviluppo umano, l’immaginazione si esplicita sia come finzione che come liberazione dalla sfera mondana e socio-etnica, con un potenziale potere eversivo. Se il mondo in cui l’homo sapiens è immerso è sin dall’inizio immaginario, se il mondo tecnico attuale è l’esito di questo mondo che è venuto creandosi soprattutto dopo la nascita della scrittura, l’immaginazione puo’ essere contemporaneamente parte del problema e della soluzione.

Si può dire, riassumendo la posizione di Anders, che tecnica, teoria e linguaggio siano i dispositivi tipicamente umani volti a colmare lo iato che separa l’uomo dal mondo attraverso un surrogato, un bios artificiale.

Ma allora come si arriva alla paradossale condizione odierna di un uomo, che come un Prometeo decaduto, si ritrova tutto ad un tratto schiavo della sua tecnica? Come si spiega, da questa prospettiva ontologica integrata antropologicamente, l’inversione tra soggetto e oggetto della storia di cui ci parla Anders?

Il paradosso dialettico della tecnica è tutto qui: essa è l’unica possibilità di esistenza per un animale ontologicamente libero, ma biologicamente insufficiente. Visto lo sviluppo delle tecniche autonome rispetto alla zoè, il mondo artificiale finisce con l’imporsi come a priori materiale di un essere che da un punto di vista biologico, se raffrontato all’animale, è libero a posteriori. Si può dire che l’uomo paga lo scotto della sua libertà nell’assoggettamento al mondo degli artefatti da lui stesso creati, per cui, se rispetto all’animale può ritenersi libero, rispetto al mondo dei suoi apparati (Apparatenwelt) finisce per esserne schiavo.

Libertà e immaginazione

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Da queste considerazioni si evince che il problema della tecnica si origina proprio a partire dalla nascita di un particolare tipo di intelligenza simbolica. Secondo Leroi-Gourhan, tale intelligenza si differenzia rispetto all’istinto per la capacità di scegliere tra concatenazioni operazionali non predeterminate geneticamente. Negli organismi cerebralmente più complessi la memoria custodisce le concatenazioni acquisite empiricamente.

L’intelligenza umana è contraddistinta da un lato da una capacità di memorizzazione, dall’altro da una capacità di scelta. Nell’uomo interviene una coscienza lucida strettamente legata al linguaggio e al simbolo. La libertà è tale solo a partire da una traduzione nell’intelligenza delle operazioni che si esplicitano in concatenazioni simboliche, o per dirla con Anders, nell’elaborazione e avvicinamento del mondo nel logos enell’immaginazione. L’immaginazione come capacità simbolica, è quindi la facoltà della libertà, e il linguaggio è lo strumento di liberazione rispetto al vissuto. Parallelamente, la tecnica ci appare come lo strumento della liberazione dai vincoli genetici della zoè.

Il comportamento tecnico dell’uomo si manifesta, stando alle analisi di Leroi-Gourhan, su tre livelli: specifico, socio-etnico e individuale.

1 – A livello specifico l’intelligenza tecnica è legata al livello evolutivo del sistema nervoso e all’attitudine individuale su base genetica, è quindi un fatto primariamente zoologico.

2 – A livello socio-etnico l’intelligenza umana si comporta in un modo unico in natura, poiché crea un organismo collettivo al di fuori di ogni legame specifico =dalle capacità evolutive proprie. Da questo punto di vista, l’uomo è animale politico in quanto è animale tecnico. Il mondo socio-culturale, ovvero il bios artificiale, in cui sono ascrivibili le istituzioni politiche, culti religiosi, l’insieme dei saperi scientifici, il diritto, la cosiddetta Kulturvierung andersiana come sistema di valori, allo stesso modo delle tecniche comunemente intese, è a tutti gli effetti un’emanazione dell’intelligenza tecnica. A questo livello la necessità sociale si sostituisce alla necessità biologica.Qui si ravvisano le premesse per cui l’uomo diviene schiavo dei suoi stessi prodotti che si configurano come un vero e proprio mondo socioculturale di apparati, intesi sia in senso proprio come macchine, sia come corpo di tradizioni che rappresentano sempre un apparato valoriale utile alla vita, non meno artificiale di qualsiasi altro artefatto. L’Apparatenwelt e’ lo sviluppo parossistico di tale dimensione, dovuto all’estendersi su scala globale delle relazioni e dello sviluppo scientifico, della tecnica e sistema capitalistico.

3 – L’intelligenza tecnica si estrinseca anche a livello individuale come capacità di confrontare situazioni tradotte in simboli. La trasposizione simbolica del mondo nel linguaggio e nella scrittura permette all’individuo di liberarsi a un tempo dai legami genetici e socio-etnici: “Questa emancipazione è alla base delle due situazioni complementari tra le quali si stabilisce la realtà umana vivente: quella in cui il confronto delle concatenazioni operazionali conduce al dominio sul mondo organico e quella in cui l’emancipazione si attua in rapporto al mondo organico mediante la creazione di situazioni intuitive in cui consiste la spiritualità

L’immaginazione si configura come quella capacità eversiva rispetto alla dimensione genetica e socio-etnica; essa è la facoltà che proprio in virtù della simbolizzazione riesce a pre-vedere/immaginare e indirizzare gli esiti della tecnica nel dominio del mondo organico. Per questo la tecnica oltre che comportare un’evoluzione degli utensili e dei sistemi sociali, è anche evoluzione dei mezzi di espressione in cui si oggettiva la capacità immaginativa umana.

La capacità di rappresentare la realtà e gli esiti della propria attività si impone quindi come quel medium tra la zoè e la tecnica, tra la natura biologica dell’uomo e la natura artificiale, proprio dello sviluppo umano. Possiamo dire che l’immaginazione sia la dimensione più propria e ultima dell’abitare umano, abitare che è sempre un porsi al confine tra la zoè e la dimensione tecnica e socio-etnica. L’armonizzazione di queste due dimensioni costituisce il compito fondamentale dell’etica come l’arte dell’abitare, che indica a un tempo l’edificare e l’ethos, le norme di vita per un animale povero di mondo.

L’inadeguatezza della dimensione immaginativa si concretizza nell’impossibilità di indirizzare lo sviluppo tecnico, che si traduce in una sproporzione tra la nostra capacità di fabbricare e di rappresentare l’esito della nostra attività, appunto il dis-livello prometeico indicato da Anders. Quest’opposizione tra il lato etico-immaginativo e la tecnica è la ragione della condizione dell’uomo contemporaneo superato dalle tecniche da lui stesso sviluppate.

L’impoverimento della dimensione immaginativa è quindi la cifra dell’asservimento dell’uomo. A tal proposito Leroi-Gourhan è esplicito tanto quanto Anders: “Ma l’immaginazione è la capacità fondamentale dell’intelligenza e una società in cui si indebolisce la capacità di forgiare simboli perderebbe allo stesso tempo la sua capacità di agire. Ne risulta nel mondo attuale, un certo squilibrio individuale o, più esattamente, la tendenza verso lo stesso fenomeno che distingue l’artigianato: la perdita dell’esercizio dell’immaginazione nelle concatenazioni operazionali vitali”.

L’avvento del linguaggio audiovisivo dei mass media, il frazionamento dell’attività artigianale e manuale nella catena di montaggio è quindi da leggere come un movimento unico di indebolimento della capacità immaginativa che porta al dominio incontrastato della tecnica sull’uomo. La nostra “cecità all’Apocalisse”, come esito di una tecnica che ha ormai liquidato l’intero mondo e l’uomo stesso a mero Bestand e materia prima, è dovuta a una sproporzione del tutto immanente alla dimensione antropologica che costituisce il nostro destino: “Se le cose stanno così – scrive Anders – se non vogliamo che tutto vada perduto, il compito morale determinante del giorno d’oggi consiste nello sviluppo della fantasia morale, cioè nel tentativo di vincere il dislivello, di adeguare la capacità e l’elasticità della nostra immaginazione e del nostro sentire alle dimensioni dei nostri prodotti e alla imprevedibile dismisura di ciò che possiamo compiere, portando allo stesso livello di noi produttori, le nostre facoltà immaginative e sensitive”.

(Continua)

Data:

31 Dicembre 2022