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DELLA VITA E DELLA MORTE

“Sino alla morte in balia del viaggio”.

(G. Ungaretti, “Lindoro di deserto”, in, L’Allegria (1914-1919)

“La morte si sconta vivendo”.

(G. Ungaretti)

“Saper morire non significa ancora amare l’immortalità. Saper morire è saper superare l’agonia, cioè, ancora una volta, saper vivere”.

(Marina Cvietaieva aveva scritto nel 1919 un inno alla vita nell’invocazione prematura della morte)

Introduzione

Sono le elegie rilkiane ad affermare l’unitarietà di vita e morte. Dice Rilke, in una lettera del 10 novembre 1925 a Witold Hurewicz, che la morte è l’altra faccia della vita: “il lato della vita rivolto altrove da noi, non illuminato da noi”. In Rilke, la vita emerge sempre e si stratifica come assenza ed è, in questo senso, che la morte ne è un prolungamento. Qui il presente non può mai essere, perché mai si vive.

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Rainer Maria Rilke

Si è sempre di questo mondo e di questa vita, ancor prima di farvi parte e ben dopo che non se ne è più partecipi. Tuttavia, che vita e morte siano legate, non deve costituire motivo di angoscia. Il durare della vita si colloca oltre la morte: la vita è la forma della morte esattamente come la morte è forma di vita.

La vita si intreccia indissolubilmente con la morte E tuttavia, ad un certo punto, in questo mondo ed in questa vita, irrompe l’infinito. L’infinito segna il confine tra il dicibile e l’immaginabile. Come senza limiti è l’infinito, così senza limiti è il desiderio che di esso ne hanno gli esseri umani. Quando nello spazio infinito irrompe l’infinito, il passato e il presente riaffiorano.

Nell’infinito di Leopardi, il pensiero annega, ma l’annegarsi del pensiero non è propriamente esperienza dell’infinito. Ciò che, nell’infinito leopardiano, si disperde e inebria è l’essere cosmologico con dentro l’intera vita umana e tutto il vivente non umano.

Il naufragare, allora, è la cifra autentica dell’ esperienza dell’infinito. L’infinito è mostrato proprio dal limite: gettiamo dalla siepe uno sguardo sull’infinito leopardiano. Lo sterminato spazio è “veduto” proprio oltre il limite delineato dalla siepe.

In Leopardi, l’infinito che non è possibile “vedere”, diviene forse una potente invenzione della nostra immaginazione o scade a mera simulazione? Un eccesso di desiderio di infinito produce qui un eccesso di simulazione. L’infinito leopardiano si configura come un illimitato desiderio di desiderio. Nella forma di “desiderio di desiderio”, l’infinito diviene, così, la sorgente e, insieme, la custodia del pessimismo cosmico.

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Ma prima che “desiderio”, l’infinito è realtà dell’universo. Quando in esso naufraghiamo, non stiamo simulando, ma ci affranchiamo dalla nostra finitudine, dalle nostre ossessioni, dalle nostre manie e dai nostri desideri di potenza. Desiderio di infinito non è solo desiderio di desiderio, cioè, desiderio di potenza e di potere. La mancanza di potere e di potenza non produce più una angoscia cosmica e non fa più giudicare “matrigna” la natura e “nemico” il destino.

La distanza dalla potenza e la critica del potere, anzi, sono esperite come promesse di vita vera, interne al profondo, prossime all’immenso. Così, ci apriamo ad una più intensa e vibrante esperienza di noi stessi, come parte ineliminabile degli universi che ci avvolgono e contengono Nell’infinito naufraghiamo e, naufragando, lo esploriamo, fuori da ogni possesso del mondo e da ogni autorità su di esso. Non abbiamo più parole con cui dire le cose; scopriamo cose nuove, per inventare parole nuove e, da qui, ritrovare le parole antiche, ormai, trasfigurate.

Se l’immaginario non è un sostituto del reale, ne è una componente decisiva. E l’abbiamo già visto: spazi e tempi immaginari ci ammettono ai “sentieri che si biforcano”. Diversamente dagli assunti leopardiani, la vita non appare come un immenso carcere buio, ma luce e tenebra, urlo e silenzio, dolore e gioia. E tante altre infinite cose. Alla stessa maniera, i linguaggi artistici non ci offrono una dimensione altra dal reale, ma ci rimettono in contatto con nervature del reale che non sappiamo esperire e che situiamo in un altrove dello spazio e del tempo.

Michelstaedter: della vita e della morte

Se niente dura (perché tutto continua e, quindi, muore) e solo l’istante irripetibile vive, il tempo si contrae nell’infinito. Nello spazio infinito irrompe il tempo infinito: l’eternità, il passato e il presente riaffiorano. La vita si intreccia indissolubilmente con la morte.

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Quando il presente è culminato, non si ha più niente da dire alla vita. Si è già detto e dato tutto. Ora si ha solo da chiedere. Cioè: ora siamo noi ad aver bisogno della vita e non la morte ad aver bisogno di noi.

La vita ha bisogno della morte, perché è mancanza. La mancanza è, per Michelstaedter, l’estremo patimento della vita, il suo virus congenito. Ecco perché, in lui, è la paura della morte l’agente corruttore principale della vita, il suo tradimento. La paura del morire è una richiesta esplicita di durata. Ma la durata apre le porte alla volontà di continuare, che, a sua volta, riverbera la degradazione del tempo apportata dalla morte.

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La paura della morte, sembra dirci Michelstaedter, in realtà, manifesta la paura del vivere. Michelstaedter gioca la vita contro la morte, per impedire che la morte soggioghi la vita. Michelstaedter, mentre affida la sua opera al tempo, ruba la sua esistenza alla vita che frana, per consegnarla alla ferma vita dell’attimo.

Il suicidio è, per lui, l’ultima e unica ribellione possibile contro il tempo della morte: è il tempo dell’attimo assoluto che illumina e sbugiarda la “nebbia indifferente” delle cose. Ecco perché il suicidio non deve far paura ed è agitato da Michelstaedter contro la morte, dalla parte della vita. Se niente dura (perché tutto continua e, quindi, muore) e solo l’istante irripetibile vive, il tempo si contrae nell’infinito. Nello spazio infinito irrompe il tempo infinito: l’eternità, il passato e il presente riaffiorano. La vita si intreccia indissolubilmente con la morte.

L’approssimarsi alla morte riempie di senso la vita che ha modo di modularsi tra quello che è e quello che vuole e può. Si muore e si rinasce ogni giorno: come la vita è destinata alla morte, così la morte non è fine a se stessa. La vita e la libertà sono incastro di essere e non-essere. E tuttavia, così come l’essere non è contrapponibile al non-essere, il tempo non è scindibile in un tempo dell’essere opposto al tempo del non-essere.

Se per Michelstaedter, la vita è l’”infinito tempo dell’impotenza”, essa continua perché è sempre bisognosa di tutto. Dovendo continuare, si sposta dal presente e viene aggredita dalla falce della morte. La follia del voler durare esprime, per Michelstaedter, il rifiuto del presente, mentre solo nel rifugio estremo del presente sta la salvezza.

La salvezza, dice Michelstaedter, sta unicamente nel sottrarsi al tempo e fare del presente, dell’istante irripetibile, tutta la propria vita. Sottrarsi alla morte significa trasformare il presente in un tempo assoluto: niente prima, niente dopo. La morte è, così, aggirata e sconfitta. Qui la vita è, per “essere”, non per continuare.

Con Michelstaedter, ci troviamo immersi in una dimensione parmenidea pura: la vita dell’essere opposta alla corruzione del non-essere. Tra essere e non-essere viene interposto l’abisso incolmabile tra il Sì alla vita contro il No alla morte. Il Sì alla vita si esprime come il No al tempo, “allontanando” la morte.

Il suicidio è la forma estrema di questa elusione, quando la vita, per “essere”, non è più bastante a se stessa. Quando il presente si compie, la vita ha in destino la morte. Ma l’inesorabile avviarsi alla morte, da parte dell’umano e del non-umano, non è deficienza di ogni cosa che vive. La morte non è il contraltare della vita, così come il volo non è il rovescio della gravità. Se è vero, come dice Michelstaedter, che ogni cosa è “volontà di vita”, è dagli eccessi di questa volontà che l’ umano e il non-umano debbono guardarsi

La coscienza infelice nasce, in Michelstaedter, dal sentimento di non potersi non dire e non essere terrestri. Tale sentimento declina l’impossibilità dell’esodo dalla terra. La terra è qui insufficienza ed è la “rettorica” ad inchiodarci ad essa. Essere terrestri significa, prima di ogni altra cosa, nascere e morire.

L’assoluta volontà di vivere ha a disposizione un solo modo per compiersi: esercitare assoluto potere sulla morte. Il potere è qui coniugato come libertà dalla morte, da parte della specie e della natura. Del resto, l’assoluto è invariabilmente un assoluto di potere. Che è sempre potere di vita e di morte. Dove manca questo potere assoluto, si presume che manchi la vita. Ed è questa mancanza di vita, il massimo di consapevolezza che sarebbe dato raggiungere sulla terra.

La terra è qui sentita come vita irrisolta in se stessa, in quanto legata alla morte che ne diviene il destino e, quindi, la cifra autentica. Sulla terra, al di qua e al di là di essa, si installa soltanto il vuoto tragico e l’impotenza disperata. In Michelstaedter, l’umano e il non-umano non attecchiscono nella vita, ma nemmeno nella morte.

E tuttavia, si muore e si rinasce ogni giorno: come la vita è destinata alla morte, così la morte non è fine a se stessa. Quando il presente è culminato, non si ha più niente da dire alla vita, si ha solo da chiedere. Cioè: ora siamo noi ad aver bisogno della vita e non la morte ad aver bisogno di noi.

Che l’assoluto sia solo degli dei non significa che solo gli dei possano attingere alla felicità. L’infinito è una condizione dell’ essere e del non-essere, di cui facciamo esperienza emotiva. Qui ─ e in questo senso ─ felice diventa il naufragare leopardiano nell’infinito.

Bibliografia

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C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Milano, Adelphi, 1982

C. Michelstaedter, Epistolario, Milano, Adelphi, 1983

R. M. Rilke, I quaderni di Malte Lauridds Brigge, Milano, Mondadori, 1988

R. M. Rilke, Elegie duinesi, Torino, Einaudi, 1978

Giuseppe Ungaretti, “Sino alla morte in balia del viaggio”, “Lindoro di deserto”, da L’Allegria (1914-1919), “Sono una creatura”, da L’Allegria (1914-1919), “Il taccuino del vecchio” (1952-1960), in, Poesie, Roma, Newton Compton, 1992

Data:

1 Dicembre 2022