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Di Maio difende Salvini

Di Maio difende Salvini

cms_9634/DiMAio_Salvini_Fg8.jpgNon penso che sia stato chiesto al presidente delle Repubblica di pronunciarsi su una sentenza, un leader politico chiede un incontro al capo dello Stato e poi il capo dello Stato valuta”. Lo dice Luigi Di Maio, intervenendo a ’L’Aria che tira’ su La7, tornando a parlare della richiesta di Matteo Salvini di incontrare il capo dello Stato, dopo la sentenza della Cassazione sui fondi della Lega.

Per Di Maio “si sta giocando a mettere me contro Salvini, mentre il governo è nato con un atto di sincerità, abbiamo fatto un contratto di governo e non ci siamo messi insieme per spartirci le poltrone”. “Noi abbiamo fatto il decreto dignità e loro ce lo appoggiano, loro la politica sui migranti e noi lo appoggiamo, perché sta nel contratto di governo”, aggiunge ancora il vicepremier. “Sono d’accordo con il ministro Bonafede, non ho imbarazzo su questa vicenda”, ha concluso Di Maio.

Trenta: “Non compreremo altri F-35”

cms_9634/siria_cacciarussi_xin.jpg“Sicuramente non compreremo nessun altro F-35. Stiamo analizzando tutte le implicazioni dei tagli. Intorno agli F-35 si crea un indotto tecnologico, di ricerca e occupazionale, che noi taglieremmo. Quindi bisogna valutare bene il costo di tagliare o mantenere. Potremmo scoprire, dall’analisi che stiamo facendo, che tagliare costa più che mantenere.

Ma sicuramente non ne compreremo di nuovi”. Lo ha detto il ministro della Difesa Elisabetta Trenta a Omnibus su La7.

“In tutte le amministrazioni ci sono possibilità di ottimizzare le risorse e lo faremo anche noi. Ci sono delle aree che possono essere gestite meglio. La Difesa sta facendo dei grandi passi avanti, quindi sono fiduciosa. L’importante è capire perché stiamo facendo una spesa e quale miglioramento darà al cittadino”, ha aggiunto.

A giudizio di Trenta “sarebbe bene riuscire, a livello politico, ad allungare il periodo all’interno del quale noi dovremmo comprare questi F-35 perché così avremmo un po’ più di budget a disposizione da investire in progetti europei. Le spese militari hanno una ricaduta anche nel settore civile: Internet nacque come progetto militare”, ha ricordato.

Contratti a termine, il nodo causali

cms_9634/dipendenti_ufficio2_statali_fg.jpgHa appena avuto il via libera dal cdm, eppure il decreto dignità sta già facendo discutere. A far storcere il naso alle associazioni, in particolare, sono le misure che riguardano la lotta al precariato e il capitolo dedicato ai contratti a termine. Secondo quanto previsto dal provvedimento, infatti, fatta salva la possibilità di libera stipulazione tra le parti del primo contratto a tempo determinato (di durata comunque non superiore a 12 mesi di lavoro in assenza di specifiche causali) l’eventuale rinnovo dello stesso sarà possibile esclusivamente a fronte di esigenze “temporanee e limitate”.

Sono le causali, in particolare, a sollevare maggiori preoccupazioni. Il decreto prevede che i contratti a termine durino al massimo 24 mesi. Il primo contratto può essere stipulato senza causali ma deve avere una durata non superiore ai 12 mesi. Mentre gli eventuali rinnovi devono essere giustificati, appunto, da specifiche causali. Inoltre, in caso di ogni rinnovo, è previsto l’aumento dello 0,5% del contributo addizionale – attualmente pari all’1,4% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali – a carico del datore di lavoro.

“L’azienda è tenuta nuovamente a fornire, ad esempio per il ’rinnovo’, le motivazioni per l’impiego di lavoratori a termine, con evidenti complicazioni e disagi a livello organizzativo” fa sapere l’avvocato Fabrizio Daverio, socio fondatore dello studio legale Daverio & Florio, specializzato nel diritto del lavoro e nel diritto della previdenza sociale. “L’obiettivo di ridurre il precariato è di per sé lodevole ma la strada scelta è sbagliata – avverte – soprattutto la tecnica delle ’causali’ anni ’60, per le quali il lavoro a termine vale solo per circostanze straordinarie ed eccezionali, da specificare, è pericolosa”.

Secondo Daverio “si tratta di un ritorno al passato. L’esperienza storica ha dimostrato che le causali sono un grande ostacolo per le aziende e una fonte di contenziosi e di grovigli inestricabili, oltre a essere un’opzione obsoleta. Il contratto a termine produce lavoro vero, che sfocia per lo più, da solo, nella stabilizzazione”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Confesercenti. “Il passo indietro sulle causali è assolutamente controproducente – ammonisce l’associazione – oltre che rendere più rischiose le assunzioni, crea un clima di incertezza e porterà a un inevitabile aumento dei contenziosi”. E a puntare il dito contro le causali è anche Federalberghi: “Durante la stagione estiva lavorano nel settore turismo più di mezzo milione di persone assunte a tempo determinato, da oggi esposte ad una grande incertezza” avverte il presidente dell’associazione, Bernabò Bocca.

Per Bocca “una cosa è certa: si illude chi crede che questo provvedimento genererà anche un solo nuovo contratto a tempo indeterminato”. Storce la bocca, infine, Unimpresa. “Limitare il lavoro precario attraverso un ritorno al passato con le proroghe dei contratti a termine, con le sue causali e, soprattutto, prevedendo una maggiorazione dei costi previdenziali a ogni proroga – spiega il presidente Giovanna Ferrara – se da una parte va nella direzione di far crescere il costo del lavoro a termine rispetto a quello a tempo indeterminato, dall’altra contribuirà non poco a far riemergere il contenzioso sugli stessi contratti a termine e a scoraggiare le imprese ad assumere”.

Frena l’economia italiana

cms_9634/industria_ftg.jpgEconomia italiana in frenata. Lo indica l’Istat nella nota mensile di giugno 2018. “L’indicatore anticipatore evidenzia una nuova decelerazione, consolidando uno scenario di contenimento dei ritmi di crescita dell’economia“, riferisce l’istituto nazionale di statistica. La crescita dell’area euro rallenta ma continua il processo di riduzione della disoccupazione. In Italia prosegue la fase di debolezza dell’attività manifatturiera, accompagnata dal calo degli ordinativi e delle esportazioni, più diffuso nell’area extra Ue. Il mercato del lavoro si rafforza: l’occupazione aumenta e si riduce la disoccupazione. L’inflazione torna ad aumentare, mantenendosi comunque su ritmi inferiori a quelli dell’area euro. A giugno, indica l’Istat, l’indice del clima di fiducia dei consumatori ha mostrato un significativo aumento, recuperando il forte calo registrato a maggio, sostenuto dalla componente economica. Anche le aspettative sulla disoccupazione hanno segnato un deciso miglioramento. Nello stesso mese la fiducia delle imprese ha evidenziato un aumento più contenuto. Per le imprese manifatturiere, il livello della fiducia continua a diminuire, raggiungendo il livello minimo dei primi mesi del 2017, con un peggioramento sia delle attese di produzione sia dei giudizi sugli ordini. L’indicatore anticipatore evidenzia una nuova decelerazione consolidando uno scenario di conteni-mento dei ritmi di crescita dell’economia.

Non solo un’economia debole, ma anche redditi più bassi rispetto alla media europea in Italia. Il risultato? I nostri connazionali sono sempre più a rischio povertà o esclusione sociale. Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi complessivi. Dal 2008, a causa della crisi economica, le flessioni osservate sono state più pesanti per i redditi relativamente più bassi. Contestualmente, è aumentata la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2 ) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015.

Nell’analisi dell’obiettivo 10 ’Ridurre le disuguaglianze’, l’istituto di statistica ha rilevato come nel 2016 con il 19,1% del reddito disponibile per il 40% più povero della popolazione (indicatore utilizzato da Eurostat per confrontare i livelli di disuguaglianza tra i paesi Ue), l’Italia si pone al di sotto della media europea che, a sua volta, è diminuita nel tempo, passando dal 21,1% del 2011 al 20,9% del 2016.

In Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), in aumento rispetto all’anno precedente. Il valore italiano si mantiene inferiore a quello di Bulgaria, Romania, Grecia e Lituania, ma è di molto superiore a quello di Francia (18,2%), Germania (19,7%) e Regno Unito (22,2%). In base alla strategia Europa 2020 – si legge nel rapporto – l’Italia dovrebbe far uscire 2,2 milioni di persone dalla condizione di povertà ed esclusione sociale, rispetto al valore registrato nel 2008 (15.082.000 individui pari al 25,5% della popolazione residente): l’obiettivo è, quindi, quello di ridurre a 12.882.000 unità le persone in questa condizione entro il 2020.

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7 Luglio 2018