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DIPENDENZA DAI SOCIAL – Un giovane inglese su due si dichiara addicted

cms_33052/1.jpgLa contemporaneità e le sue tecnologie spesso radicali hanno portato numerosissimi cambiamenti tra cui anche nuove forme di disagio psicologico associate agli strumenti digitali della comunicazione. Oggi si sente sempre più spesso parlare, anche in ambito medico, di patologie comportamentali associate alla dipendenza da social network: le new addiction. Essere “addicted” significa nella maggior parte dei casi soffrire un disagio relazionale, familiare, e lavorativo che compromette l’intera esistenza dell’individuo, in particolar modo dei cosiddetti millennial. Un sondaggio della University of Cambridge su un panel di 19 mila “millennial”, ovvero giovani nati tra il 2000 e il 2002 nel Regno Unito, ha rilevato come uno su due (48%) si dichiari dipendente dai social. A sentirsi “addicted” sono soprattutto le ragazze (57%), con i maschi (37%) leggermente sotto la media. La finalità del sondaggio effettuato dalla prestigiosa Università inglese era di far emergere e di capire se e come i giovani britannici si possano sentire, in qualche modo, dipendenti dai social media, ovvero comprendere se i ragazzi occupano il loro tempo riuscendo ad andare al di là di quello che è invece il semplice uso per diletto delle piattaforme social.

cms_33052/2_1704609645.jpgIl sondaggio inglese, i cui risultati potrebbero benissimo essere uguali su un panel di individui in qualsiasi altro Paese europeo e non solo, dimostra come oramai vi siano casi e numeri importanti per correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Sotto la lente vi sono generazioni di giovani e giovanissimi che stanno assumendo un atteggiamento e un rapporto con i social a dir poco tossico, fatto di dinamiche stereotipate e ripetitive, come lo scroll, che agiscono prima su un impulso primitivo di scoperta di quello che sarà il contenuto successivo per convertirsi subito dopo in una sorta di scarica di dopamina esogena che porta a continuare a scorrere lo schermo senza mai arrivare a un traguardo, ma sempre in cerca di nuovi e ulteriori stimoli. Il risultato è una performance fisica e mentale con un dispendio di forze e di tempo perso e distorto a guardare fugacemente uno schermo tra la noia e l’insoddisfazione. Non sono però solo i social a sedersi sul banco degli imputati nel campo dell’addicted da parte dei giovani; esiste un acronimo, pimu (Problematic Interactive Media Use), coniato dai medici ed esperti del Digital Wellness Lab dell’ospedale per l’infanzia di Boston, secondo cui le fonti di disagio per gli adolescenti sarebbero provocate anche da gaming e pornografia.

cms_33052/3.jpgI social dunque, e non solo, sarebbero un problema per come i più giovani percepiscono il potenziale danno sui loro livelli di attenzione e di aumento di dipendenza, ragion per cui è richiesta una maggiore consapevolezza non solo nel loro uso (limitandolo o auto limitandosi), ma anche nello studio di quei meccanismi alla base delle stesse piattaforme che stimolano algoritimicamente il modo in cui l’utente riceve, legge e assimila l’informazione. Ciò che si teme è che l’individuo possa perdere nell’epoca della connessione continua, la propria indipendenza di giudizio, il libero arbitrio di come comportarsi, di sentirsi spesso in situazioni ansiogene derivanti da un legame troppo intenso con i social. Essere troppo legati al rinforzo positivo del like, ovvero di una gratificazione estemporanea ormonale artificiosa causale, sono segnali ormai contingenti di un rapido estraniarsi che può compromettere seriamente la vita affettiva e le capacità di relazionarsi con gli altri.

Data:

7 Gennaio 2024