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E dialogo fu

E dialogo fu

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“Contatti” tra la Commissione Europea e le autorità italiane “sono in corso a tutti i livelli” in merito alla manovra economica, dopo la cena di sabato sera tra il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, insieme a Giovanni Tria, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, cena che “fa parte del dialogo continuo e permanente con le autorità italiane”. Così il portavoce capo della Commissione Europea Margaritis Schinas, durante il briefing con la stampa a Bruxelles. “Ora i documenti” relativi all’opinione negativa che l’esecutivo Ue ha diffuso sulla manovra “vengono discussi nella filiera del Consiglio”, ha spiegato. Il prossimo passaggio è l’opinione del Comitato Economico e Finanziario del Consiglio Ue che potrebbe riunirsi giovedì prossimo, 29 novembre, per dare la sua opinione sul rapporto ex articolo 126.3 della Commissione Europea sul debito pubblico italiano.

Il giorno dopo l’apertura del vicepremier Matteo Salvini le dichiarazioni da parte del governo continuano ad essere tutte all’insegna della distensione e del dialogo con Bruxelles. “Non parlo di decimali – ha affermato il premier Conte – è importante adesso avere le relazioni tecniche per valutare esattamente l’impatto economico delle riforme programmate e, come ho già detto quando ero a Bruxelles, avremo a quel punto l’esatto impatto economico di queste misure, precise all’euro. E quindi potremo poi valutare, ritornare a Bruxelles e continuare il negoziato e l’interlocuzione”. Conte ha spiegato che la forchetta fra il rapporto deficit/Pil di 2,4% e di 2,2% oggetto del braccio di ferro fra Commissione Ue e governo “significa parlare di tre miliardi di euro“. “Un dialogo sereno e costruttivo con l’Europa – ha aggiunto – sicuramente ci aiuterà a rassicurare i mercati finanziari e avere la fiducia degli investitori”.

Anche Salvini oggi è tornato sulla manovra. “Non sono per litigare con nessuno tanto meno coi commissari europei, chiediamo rispetto” ha detto il ministro dell’Interno, ribadendo che “non ci impicchiamo agli zero virgola“. E pure Luigi Di Maio, pur riaffermando che “l’importante è che questa manovra abbia dentro gli obiettivi che ci siamo dati con il contratto di governo”, “misure dalle quali non possiamo prescindere”, ha specificato che “se all’interno della contrattazione deve diminuire un po’ di deficit per noi non è importante, il tema non è lo scontro con l’Ue sul 2,4%, l’importante è che non si abbatta di una sola persona la platea che riceve quelle misure”.

Intanto la Conferenza dei Capigruppo ha deciso che l’esame nell’Aula della Camera della legge di Bilancio inizierà nel pomeriggio di lunedì prossimo, 3 dicembre. Dal giorno successivo le votazioni.

Dl Sicurezza, l’esecutivo mette la fiducia

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Come è avvenuto 20 giorni fa al Senato, anche alla Camera il governo ha scelto di mettere la fiducia sul dl Sicurezza, i cui termini scadranno il prossimo 3 dicembre. La decisione di porre la questione fiducia sul provvedimento è stata comunicata in Aula dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro. Le dichiarazioni di voto sulla fiducia avranno inizio domani alle 15.45, mentre la chiama inizierà alle 17.10. Non è ancora stato deciso quando ci sarà il voto finale: dipenderà dal numero e dai tempi di esame degli ordini del giorno, che potranno essere presentati entro le 10 di domani mattina. Lo ha stabilito la Conferenza dei capigruppo.

“Da qui fino almeno a mercoledì per me l’ordine del giorno è il decreto sicurezza: o passa questa settimana o salta. Quindi sarò lì, alla Camera, giorno e notte”, aveva commentato in mattinata il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. E a chi gli domandava se stasera sarebbe mancato alla riunione in programma a Palazzo Chigi sulla manovra, “al vertice ci sarò – replica – quando si tratta di quattrini e risparmi ci sono sempre, ma permettetemi da ministro dell’Interno di concentrarmi sul dl sicurezza”.

Pd, i ’magnifici 7’

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Li hanno già battezzati i ’magnifici 7’ o, calcando forse un po’ la mano sull’ironia, i 7 nani. Sono i candidati al Congresso del Pd in campo sino ad oggi: Nicola Zingaretti, Matteo Richetti, Francesco Boccia, Dario Corallo, Cesare Damiano, Marco Minniti e Maurizio Martina in ordine di discesa in campo. In attesa che la commissione Congresso (convocata anche lunedì) risolva le questioni regolamentari e che la Direzione di mercoledì fissi la data delle primarie, le truppe dem si stanno schierando.

I termini per la presentazione delle candidature sono aperti fino a metà dicembre e il panorama può sempre cambiare, magari con una candidata che rompa lo schema tutto al maschile di questo Congresso. Intanto nel partito, dai territori al Parlamento, la conta in ottica gazebo è scattata. Zingaretti sin da principio ha avuto l’ok di un gruppo di circa 200 sindaci tra cui Virginio Merola (Bologna), Carlo Marino (Caserta), Michele De Pascale (Ravenna), Esterino Montino (Fiumicino,) Alessandro Tambellini (Lucca).

Se il governatore del Lazio conta, tra i big del partito, sull’appoggio di Dario Franceschini e Paolo Gentiloni, tra i ’colleghi’ governatori è Luca Ceriscioli (Marche) che si è subito schierato con lui. A livello parlamentare le truppe ’zingarettiane’ stanno ancora serrando i ranghi e la spina dorsale del gruppo è rappresentata soprattuto da AreaDem e dall’aera di Andrea Orlando. Alla Camera è Paola De Micheli a presidiare l’area di cui fanno parte tra gli altri Piero Fassino, lo stesso Orlando, Roberto Morassut. Al Senato si dovrebbero contare sino a ora una decina di senatori ’zingarettiani’ tra cui Luigi Zanda, Roberta Pinotti, Monica Cirinnà, Anna Rossomando.

Minniti può contare sui circa 500 sindaci che hanno firmato un appello in suo sostegno tra cui Matteo Ricci (Pesaro), Dario Nardella (Firenze), Antonio Decaro (Bari), Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria), Giorgio Gori (Bergamo). Tra i governatori, l’ex ministro ha dalla sua Catiuscia Marini e Vincenzo De Luca. Ma è nei gruppi parlamentari che la mozione Minniti (che conta sull’apporto da dietro le quinte di Nicola Latorre, Achille Passoni e Andrea Manciulli) trova consenso.

Grazie al lavoro di Lorenzo Guerini, Luca Lotti e Ettore Rosato l’ex ministro dell’Interno potrebbe avere il sostegno di circa il 70% dei 162 parlamentari dem. In particolare a palazzo Madama sarebbero tra i 32 e 34 i senatori (sui 52 totali) ad aver firmato un documento pro Minniti, a partire dal capogruppo Andrea Marcucci. Alla Camera, invece, sarebbero oltre 60 deputati per l’ex ministro dell’Interno su 111 totali.

Martina ha spiegato che la sua proposta congressuale avrà al centro giovani e donne. Gli sponsor del segretario uscente, tra i big del partito, sono il capogruppo alla Camera Graziano Delrio e Matteo Orfini. Tra i deputati Martina può contare anche su Debora Serracchiani, Carla Cantone, Giuditta Pini, Chiara Gribaudo, Andrea De Maria e Matteo Mauri mentre al Senato ci sono Tommano Nannicini (già con Renzi a palazzo Chigi), Francesco Verducci, Valeria Valente, Roberto Rampi a sostenerlo.

Matteo Richetti e Francesco Boccia non fanno incetta di sostenitori nei gruppi parlamentari ma la loro candidatura ha un taglio ben preciso. Richetti ha lanciato una campagna congressuale tutta incentrata sui giovani e sull’apertura delle primarie. Boccia, che ha il sostegno del governatore della Puglia Michele Emiliano, è attento tra l’altro alle ragioni del sud ed ha subito chiarito: “Basta partito dei selfie”.

Anche gli altri due sfidanti, Damiano e Corallo, hanno dato al loro impegno congressuale una cifra ben precisa. L’ex ministro è appoggiato dal movimento del LaburistiDem ed è stato uno dei primi a pubblicare il suo programma basato su tre parole d’ordine: uguaglianza, lavoro e democrazia.

Corallo, 30 anni, viene dalla ’cantera’ dei Giovani democratici e ha usato parole di fuoco sulla classe dirigente dem (“avete fallito”) e sullo stato del partito: “Dobbiamo resettare questo Pd e costruire un partito nuovo. Ci candidiamo a ricostruire il Pd dalle sue fondamenta”.

Violenza e cori razzisti, pugno duro della Figc

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Sanzioni più dure contro la violenza sugli arbitri e match sospesi in caso di cori discriminatori. E’ la nuova stretta della Figc per punire le aggressioni nei confronti dei direttori di gara e le discriminazioni sugli spalti. I due temi erano all’ordine del giorno del consiglio federale odierno, il secondo sotto la presidenza di Gabriele Gravina (presente anche Andrea Agnelli in qualità di presidente dell’Eca).

Dando seguito a quanto annunciato nel corso del recente vertice al Viminale con il ministro Salvini e il sottosegretario Giorgetti, il numero uno di via Allegri ha reso noto che sarà riscritto il comma dell’articolo 19 del codice di giustizia sportiva al fine di prevedere almeno un anno di stop per i responsabili di episodi di ’condotta violenta’ nei confronti dei direttori di gara.

“Ma dobbiamo aggiungere altro”, ha precisato Gravina, sottolineando che la volontà è quella di “risolvere in maniera definitiva il tema violenza, ma dobbiamo lavorarci sopra”. Il nuovo testo sarà definito già nelle prossime ore e prenderà spunto anche dalle regole sulla stessa materia di Fifa e Uefa e degli altri più importanti campionati europei. “Tolleranza zero? No, tolleranza meno uno“, ha evidenziato il presidente dell’Associazione italiana arbitri, Marcello Nicchi, lasciando la sede di via Allegri.

“L’argomento – ha rimarcato – è grave e va affrontato in modo deciso e subito. Spero che si volti pagina perché così non si può andare avanti, non possiamo mandare al massacro i nostri ragazzi”. Per quanto riguarda i cori discriminatori, per dirla con il presidente dell’Aia, “la norma c’è, va solo applicata”. E su questa linea si andrà avanti: “Ho parlato con Nicchi e Rizzoli sabato sera e li ho invitati all’applicazione rigida del protocollo”, ha sottolineato Gravina.

“Capisco le esigenze legate a equilibri diversi, ma ci sono norme chiare: l’arbitro fa fare il primo annuncio, poi il secondo e al terzo si va nello spogliatoio. Noi possiamo sospendere la partita, non interromperla perché questo è demandato alle forze di pubblica sicurezza”. Il consiglio federale ha anche varato le linee guida per il sistema delle licenze nazionali relative alla stagione 2019/2020, con la previsione di norme più stringenti per l’iscrizione ai campionati.

L’obiettivo è garantire il tempestivo avvio dei campionati anticipando i termini perentori degli adempimenti: presentazione della documentazione entro il 24 giugno e non più entro il 30, comunicazione il 4 luglio dell’esito dell’istruttoria da parte delle commissioni, con la possibilità di fare ricorso entro l’8 luglio.

Il 12 luglio, infine, il consiglio federale decide sulle ammissioni. “L’idea è che non ci sia più un’estate come quella scorsa. Ma pensare che una società possa non fallire è difficile”, ha riconosciuto Gravina, annunciando che il testo definitivo sarà approvato dal prossimo consiglio federale del 18 dicembre e che da quel giorno sarà anche istituita una task force per supportare i club. Ma guai a sgarrare sul pagamento degli stipendi. “Per le società che non pagano per due scadenze consecutive gli emolumenti – ha avvertito Gravina – c’è l’esclusione dal campionato”. Annunciati, infine, i membri del comitato di presidenza (oltre a Gravina ci saranno Sibilia, il presidente della Lega Pro Francesco Ghirelli, il consigliere della Lega di A Claudio Lotito e per le componenti tecniche l’allenatore Mario Beretta) e dei sei tavoli di lavoro: governance (coordinatore Giancarlo Gentile), Club Italia (coordinatore Simone Perrotta), impiantistica (coordinatore Andrea Cardinaletti), marketing (coordinatore Marco Canigiani), riforma dei campionati (coordinatore Umberto Calcagno) e giustizia sportiva (coordinatore Giancarlo Viglione).

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27 Novembre 2018