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E ora il governo

E ora il governo

cms_8768/quirinale_palazzo_1_fg.jpgUn tradizionale incontro di cortesia, una prima presa di contatto che naturalmente non si inquadra nella procedura prevista per la formazione del nuovo governo che si aprirà con le consultazioni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale i nuovi presidenti di Senato e Camera, Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, punto culminante della due giorni che ha segnato l’avvio formale della nuova legislatura. E con la salita al Quirinale del premier Paolo Gentiloni, per rassegnare le dimissioni, si può dire davvero archiviata la XVII legislatura.

La pagina bianca che si è aperta con le elezioni del 4 marzo scorso, come metaforicamente sottolineò il capo dello Stato nel discorso di fine anno del 31 dicembre scorso, comincia a essere scritta con l’elezione dei vertici dei due rami del Parlamento e Mattarella registra questo primo importante atto, che pone rapidamente le due assemblee nella condizione di poter funzionare regolarmente. Martedì verranno costituiti i Gruppi parlamentari ed entro giovedì i rispettivi uffici di Presidenza.

Una tabella di marcia che, nonostante le difficoltà e le polemiche, viene rispettata con gli stessi tempi conosciuti in passato, ma questo non significa che gli ostacoli per la formazione del nuovo governo siano venuti meno. Né che possa subire mutamenti la linea d’azione fin qui seguita dal Colle.

Il capo dello Stato continua cioè a muoversi nel rispetto delle proprie e altrui prerogative istituzionali, osservando naturalmente l’evoluzione del quadro politico, ma senza esercitare pressioni nel dibattito tra e nelle forze politiche o trarre conclusioni prima di incontrare nuovamente i presidenti delle Camere, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e i Gruppi parlamentari, nelle consultazioni nello Studio alla Vetrata. Una procedura che probabilmente avrà inizio dopo Pasqua, martedì 3 aprile.

Solo dopo aver registrato le posizioni dei vari partiti, Mattarella inizierà a capire quali potranno essere i passi successivi da compiere e le soluzioni possibili per poter arrivare a dare un nuovo governo al Paese. Inutile, prima di allora, pensare a scenari che potrebbero essere ipotizzati o addirittura suggeriti dal Colle.

Altrettanto sbagliato sarebbe trarre conclusioni facili ed affrettate man mano che si succedono gli eventi, come ad esempio pensare che la maggioranza che ha consentito l’elezione dei presidenti di Senato e Camera possa rappresentare automaticamente l’embrione di uno schieramento destinato a dare sostegno ad un futuro governo.

Certamente il capo dello Stato e i suoi consiglieri non possono non prendere atto degli elementi che nei prossimi giorni emergeranno dal dibattito politico, ma su quella pagina bianca apertasi dopo le elezioni del 4 marzo molte sono le cose ancora da scrivere. E quelle riguardanti la formazione del governo si potranno iniziare a leggere soltanto dopo l’avvio delle consultazioni.

“3 italiani su 10 a rischio povertà”

cms_8768/povertà_città_FTG.jpgPovera Italia. Con tasse record in Ue e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa, il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione. Le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni. E’ quanto emerge da un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre.

Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1 per cento: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media. In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presenta un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia.

A livello regionale la situazione al Sud è pesantissima. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.

In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6% (anno 2016). Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un carico del 29,1%, l’Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2%, i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1%.

Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9%. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra.

Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito” il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.

“Da un punto di vista sociale – commenta il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

“A differenza dei lavoratori dipendenti – fa notare il Segretario della CGIA Renato Mason – quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”.

Costacurta: “Nuovo ct il 20 maggio”

cms_8768/costacurta_Fg.jpgDecideremo il nome del ct entro il 20 maggio. Se riusciremo a trovare qualcuno più bravo di Di Biagio lo prenderemo, ma sono in pochi”. Sono le parole del vice commissario della Figc Alessandro Costacurta sul nome del prossimo commissario tecnico della Nazionale.

“Di Biagio è un tecnico federale che è migliorato tantissimo -sottolinea Costacurta in conferenza stampa all’indomani della sconfitta degli azzurri con l’Argentina per 2-0- E’ una risorsa importante per la Figc e se non dovesse essere il futuro ct potrebbe entrare nel nuovo staff tecnico”

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25 Marzo 2018