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Ecco perché la Catalogna vuole l’indipendenza

cms_7339/Catalogna_bandiere_afp.jpgSi acuisce sempre di più lo scontro istituzionale fra Madrid e Barcellona a causa del referendum sull’indipendenza della Catalogna in programma domani primo ottobre. Una tensione scaturita da fattori diversi e complessi che nel tempo hanno contribuito ad alimentare i vari movimenti separatisti. Fino a pochi anni fa le rivendicazioni catalane era basate soprattutto sulle radici storiche e culturali della regione, caratterizzata da un alto livello di autonomia e dall’uso di una lingua propria. Oggi invece la spinta indipendentista è basata soprattutto su ragioni politiche ed economiche. I movimenti separatisti rivendicano infatti la massima libertà nella gestione della Catalogna, Comunità autonoma dalla fine degli anni ’70 e tra le regioni più industrializzate della Spagna, rifiutando le pressioni e i limiti imposti dal governo centrale e dalla Costituzione.

RADICI STORICHE E CULTURALI – La Catalogna è una delle regioni più ricche della Spagna, con una forte identità culturale e una propria lingua, che ha dato i natali ad artisti come Salvador Dalì, Joan Miro e Antoni Gaudì. Soggetta ai sovrani d’Aragona, la Catalogna è diventata parte della Spagna nel quindicesimo secolo. L’Ottocento segnò una forte rinascita del nazionalismo catalano. Con l’avvento della Repubblica nel 1931, fu concessa particolare autonomia alla Generalitat della Catalogna. Bastione dell’antifranchismo durante la guerra civile spagnola, la regione perse tutti suoi privilegi durante la dittatura. La costituzione democratica del 1978 ha poi concesso un alto livello di autonomia alla Catalogna, che è dotata di una sua propria polizia, i Mossos d’Esquadra. Il catalano, il cui uso era proibito durante il franchismo, è diventato lingua ufficiale assieme allo spagnolo.

FATTORE ECONOMICO – Fra le principali mete turistiche della Spagna, la Catalogna è anche una delle regioni più ricche industrializzatedel paese. Oltre alle fabbriche automobilistiche della Seat e della Nissan, è sede di almeno 7mila multinazionali. Con 7,5 milioni di abitanti, pari al 16% della popolazione spagnola, contribuisce al 19% del Pil spagnolo. Il reddito pro capite è di 27.663 euro contro 24.100 della media spagnola e la disoccupazione è al 13,2% rispetto al 17,2% del resto del paese. Con il suo porto e l’aeroporto, Barcellona è una città economicamente e culturalmente vivace che attira ogni anno milioni di turisti e di studenti stranieri. La rottura con il resto della Spagna si è consumata a partire dalla crisi economica del 2008, quando le misure di austerity imposte dal governo centrale hanno contribuito a fomentare un sentimento separatista che prima era condiviso solo dal 20% della popolazione. I sostenitori dell’indipendenza affermano che la Catalogna sovvenziona con le sue tasse lo stato spagnolo, di cui è contributore netto con 10 miliardi di euro. E sono convinti che uno stato catalano possa reggere e prosperare economicamente da solo. Ma il ministro dell’Economia spagnolo Luis de Guindos stima che la secessione porterebbe ad un crollo del 25-30% dell’economia, anche perché uscendo dalla Spagna la Catalogna si troverebbe fuori dall’Unione Europea.

FATTORE POLITICO – I separatisti catalani vorrebbero gestire la regione in maniera autonoma senza i limiti imposti da Madrid. La Costituzione spagnola infatti concede alle singole Comunità Autonome un ampio margine decisionale su materie come istruzione e sanità ma ne limita la libertà su altre di competenza esclusivamente del governo centrale. A nulla sono valsi i tentativi della Catalogna di ribellarsi. Nel 2010 la decisione del Tribunale Costituzionale spagnolo di annullare alcuni punti del nuovo Statuto di Autonomia, una sorta di costituzione della Catalogna, ha ulteriormente inasprito gli animi. E nel 2012, il governo di Madrid ha respinto la richiesta di maggiore autonomia fiscale.

“CARCERE DELLA DEMOCRAZIA” – Il gruppo separatista basco dell’Eta ha condannato la risposta di Madrid alle aspirazioni indipendentistiche della Catalogna, affermando che lo Stato spagnolo è “un carcere per i popoli”. Lo Stato spagnolo dimostra di essere “una prigione per i popoli negando l’identità nazionale dei Paesi catalani”, scrive l’organizzazione in una dichiarazione pubblicata dal quotidiano basco Gara. Per l’Eta, alla quale è attribuita la morte di almeno 829 persone in nome della sua lotta per l’indipendenza, il governo d Madrid “è diventato anche un carcere per la democrazia, perché ha calpestato i diritti dei catalani“. “I diritti civili e politici – scrive ancora l’organizzazione – sono di nuovo in discussione. E per violarli non hanno bisogno di usare il pretesto della lotta armata. È stato dimostrato che la nozione che ’senza violenza tutto è possibile’ era totalmente falso”.

Brexit, Johnson detta le ’linee rosse’ alla May

cms_7339/Johnson_Boris_Afp.jpgAlla vigilia del Congresso dei Tories, Boris Johnson dice nuovamente la sua sulla Brexit, facendo nuove pressioni sulla premier Theresa May. Intervistato dal Sun, il ministro degli Esteri ha insistito sul fatto che il periodo di transizione immediatamente successivo all’uscita del Regno Unito dalla Ue non debba durare “un secondo in più” di due anni. Le altre condizioni poste da Johnson, che il Sun definisce le “quattro linee rosse”, sono altrettanto nette.

Il ministro degli Esteri chiede che durante il periodo di transizione Londra rifiuti di uniformarsi alle leggi e ai regolamenti della Ue; che l’accesso al mercato unico non sia subordinato alla questione del contenzioso finanziario tra Londra e Bruxelles; e infine, che Londra non accetti le regole Ue pur di accedere al mercato unico.

Le richieste di Johnson rischiano di mettere in imbarazzo la May, che al Congresso conservatore che si apre domani a Manchester si presenta indebolita dal deludente esito elettorale di giugno e dai mancati progressi in sede di negoziato per la Brexit. E tuttavia, secondo gli osservatori, la battaglia per la leadership del partito (e del governo) sarà rimandata ad altra occasione.

Porto Rico, sindaco San Juan: “Si rischia genocidio”

cms_7339/Porto_Rico_Afp.jpgSe non arriveranno aiuti al più presto, a Porto Rico si rischia il genocidio, gli Stati Uniti facciano qualcosa. L’allarme, unito all’appello diretto a Donald Trump, è stato lanciato dal sindaco della capitale San Juan, Carmen Yulin Cruz, secondo cui, dopo il passaggio degli uraganiJose e Maria, se non arriveranno acqua e generi alimentari “assisteremo a qualcosa vicino al genocidio”. “Qui stiamo morendo – ha detto la Cruz, con le lacrime agli occhi – Non riusciamo a immaginare che la più grande nazione al mondo non possa rivolvere i problemi logistici per una piccola isola di 160 chilometri quadrati per poco meno di 60. Aiutateci, mayday, siamo in difficoltà”.

Quindi il sindaco della capitale si è rivolta direttamente al presidente: “Signor Trump, la sto implorando di prendersi carico della cosa e di salvare delle vite. Dopo tutto, questo è uno dei principi fondanti degli Stati Uniti d’America. Altrimenti il mondo vedrà che siamo trattati non come cittadini di serie B ma come animali di cui disporre. Quando è troppo è troppo”.

Ieri, Trump, rispondendo alle critiche rivolte all’amministrazione Trump per non aver fornito al territorio Usa aiuti con la stessa velocità ed efficacia che è stata dimostrata in Texas, Florida, aveva detto che portare aiuti a Porto Rico devastata dall’urgano Maria è molto complicato perché “è un’isola circondata dall’acqua, dall’acqua dell’Oceano”.

Parlando poi della ricostruzione “massiccia” che sarà necessaria nell’isola, il presidente aveva sottolineato che un’altra difficoltà è costituita dall’enorme debito che ha il governo portoricano. “In ultima analisi il governo di Porto Rico dovrà lavorare con noi per determinare come questa massiccia ricostruzione sarà finanziata – ha detto riferendosi al debito di 70 miliardi di dollari – e quello che dovremmo fare con l’enorme debito già esistente”.

“Al sindaco di San Juan, che solo pochi giorni fa era stata lusinghiera nei miei confronti – ha scritto Trump di prima mattina su internet – è stato detto dai democratici che doveva essere cattiva con Trump”. Il presidente ha di fatto poi accusato Carmen Yulin Cruz e le altre autorità portoricane di essere le responsabili di quanto sta accadendo, dopo averle in un primo tempo elogiate. “Che leadership scarsa da parte del sindaco di San Juan e di altri a Portorico, che non sono in grado di far lavorare le loro persone per aiutare – ha twittato – Vogliono che tutto sia fatto per loro, quando dovrebbe essere lo sforzo di una comunità. Diecimila dipendenti federali adesso sull’isola stanno facendo un lavoro fantastico”.

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30 Settembre 2017