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ESERCITI E TECNOLOGIE A CONFRONTO

cms_443/mar-nero-21.gifLa guerra fra Ucraina e Russia è già iniziata. Eppure non comincerà mai davvero. È un conflitto silente che ricorda più un orchestrato golpe interno che un’invasione esterna in piena regola. Le forze di Mosca scese in campo nella piccola Crimea, epicentro dello scenario, sono importanti: almeno 5mila paracadutisti della 106° divisione, fanti di Marina provenienti in buona parte dalla base di Sebastopoli e forze speciali Spetsnaz aviotrasportate specializzate in incursioni dietro le linee nemiche hanno preso il controllo della penisola sul mar Nero in un paio di giorni.

cms_443/images.jpgPraticamente senza sparare un colpo (il bilancio è di appena un paio di morti) e grazie al supporto ricevuto dai gruppi di autodifesa della repubblica autonoma.
Sono solo una minima frazione del pachidermico esercito russo sulle cui dimensioni non c’è del tutto chiarezza – quelle dichiarate parlano di quasi 400mila uomini, ma c’è chi li eleva al doppio. Dall’altra parte ci sono i 130mila ucraini in buona parte, tuttavia, di origine russa o filo-russi. Sulla cui fedeltà – basti guardare al caso dell’ammiraglio Denis Berezovskiy, perché non bisognerebbe dubitare del milione di riservisti richiamati? – non si può certo giurare. Mosca, per esempio, da giorni sta distribuendo passaporti della federazione ai famigerati Berkut, le forze speciali di Polizia viste all’opera di piazza dell’Indipendenza a Kiev.

cms_443/download.jpgLe forze armate ucraine sono modeste anche quanto a mezzi e tecnologie: un paio di brigate corazzate, otto meccanizzate, tre d’artiglieria e una di paracadutisti. I carri armati sono circa 700, tipo T-64 – ovviamente sovietici, fine anni Sessanta, usati prevalentemente in Cecenia – ma ammodernati negli anni Ottanta.

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Ci sono poi circa duemila cingolati BMP1/2, veicoli diffusissimi ma con molti limiti risalenti comunque rispettivamente a primi anni Settanta e Ottanta.

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Dispongono poi di 750 pezzi di artiglieria pesante campale e missili anticarro.

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Quanto agli elicotteri, sono una settantina, 35 dei quali Mi-24, i famosi carri armati volanti.

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Per l’aeronautica si parla di circa 160 jet da combattimento: Sukhoi 27, Sukhoi 25, il vecchio ma sempre efficace Sukhoi 24, più o meno la versione russa dell’F-111 americano, e gli ormai obsoleti Mig 21. Ma molti non decollano da tempo e i piloti hanno poche ore di volo all’attivo. La forza navale si limita a una fregata, per giunta passata sotto il controllo russo, sette corvette e un sottomarino.

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La potenza di fuoco russa – esibita nelle esercitazioni dei giorni scorsi, ora interrotte da Vladimir Putin – è ovviamente incomparabile. Fatta, per esempio, di quasi 300 fra caccia e cacciabombardieri Sukhoi 27 e al suo più recente ed equipaggiato gemello Sukhoi 30 tanto amato dai cinesi.

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A questi vanno aggiunti 40 bombardieri a bassa quota e a medio raggio Sukhoi 34, la versione russa dell’americano F-15E Strike Eagle, con radar per l’inseguimento al suolo e il controllo dello spazio aereo posteriore.

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Oltre ai cargo Ilyushin 76, l’aeronautica sfoggia anche 190 Sukhoi 25, il corvo dei primi anni Ottanta (esordì in Afghanistan) micidiale per l’attacco a uomini, edifici e mezzi blindati a terra.

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Di questi, almeno 24 bombardieri e una cinquantina di elicotteri Mi-24 si trovano distribuiti fra i tre aeroporti militari controllati dai russi in Crimea: Belbek, dove stamattina c’è stato un teso confronto senza armi fra soldati russi e ucraini, la capitale Simferopoli e Kirovske. E la base di Rostov sul Don, fra l’altro vicinissima a Donetsk e dunque al resto dell’Est ucraino anch’esso coinvolto da alcune mobilitazioni filo-russe, è (tecnicamente) a un passo.

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Non sembra esserci confronto possibile, in caso di guerra palese. Che d’altronde appare irrazionale sotto diversi punti di vista (le borse stanno dicendo la loro da 48 ore, dovrebbe bastare a dissuadere il Cremlino) ma sempre plausibile col criptico Vladimir Putin. Tuttavia, come fanno notare alcuni osservatori per esempio sul Washington Post, l’esercito ucraino può avere dalla sua alcuni vantaggi impliciti. Per esempio, come scrive su Blouin News Mark Galeotti del Center for global affairs alla New York University, “la Russia non può affrontare politicamente ed economicamente la mobilitazione dell’esercito, se non di una porzione delle sue forze”. Che significa? Che non è nella posizione di indebolire i suoi sterminati confini né può toccare uomini e mezzi schierati nella polveriera caucasica. Ma l’aspetto essenziale sembra essere l’inaspettato sangue freddo delle truppe di Kiev: contrariamente a quanto avvenuto nel 2008 in Ossezia del Sud, quando fu il sanguigno presidente georgiano Mikhail Saakashvili a fare la prima, avventata mossa, in questo caso non sembrano esserci reazioni significative che possano fornire un casus belli minimamente giustificato. Il che distingue l’attuale situazione da quella di sei anni fa.
cms_443/images_(2).jpgNel frattempo, una guerra palese c’è. Ed è quella che continua a dipanarsi sul fronte della comunicazione (a proposito, la tv di Stato russa ha censurato il discorso agli Oscar dell’attore Jared Leto) e sui social network, in particolare su Vkontakte, il Facebook russo. L’obiettivo, pur avendo smarrito ogni fiducia nell’ex premier Victor Yanukovich, è quello di continuare a indebolire la vittoriosa ma disorganizzata opposizione interna ucraina. Nel corso del fine settimana dall’ufficio del Procuratore generale della Federazione russa è infatti arrivato l’ordine di bloccare l’accesso a 13 profili di “organizzazioni nazionaliste ucraine” sulla piattaforma fondata dai fratelli Nikolay e Pavel Durov. Secondo l’accusa, le pagine contenevano “appelli diretti a perpetrare attività terroristiche”.
Quali erano? Per esempio la richiesta d’intervento in Crimea rivolta da alcuni leader di Settore di Destra al famigerato Doku Umarov, il terrorista più ricercato di Russia, comandante dei ribelli in Cecenia e fondatore dell’Emirato del Caucaso. Non un dettaglio: nella penisola sul mar Nero vive anche una forte minoranza tatara, fra il 10 e il 20%, di origine mongola e di religione musulmana che storicamente ha sfoderato coraggiose forme di resistenza attiva e passiva all’Unione Sovietica ed ha subito almeno un paio di genocidi dimenticati. Non sono estremisti, ma con l’arrivo in Crimea di organizzazioni radicali come la setta di origine egiziana Hizb ut-Tahrir negli anni Duemila, le discriminazioni e gli slogan anti-islamici sentiti nelle piazze di Sebastopoli negli ultimi giorni, l’effetto Cecenia potrebbe essere dietro l’angolo. Questa è la vera guerra che rischia la Crimea.

Data:

1 Giugno 2014