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ESISTE ANCORA IL PENSIERO CRITICO? (II^PARTE)

In Wallerstein incontriamo la tesi secondo cui l’economia capitalistica non si fonda solo sul conflitto capitalisti/proletari ma anche su quello fra stati-nazione del centro e della periferia del sistema mondo, un conflitto centro/periferia che rispecchia la divaricazione dimensionale degli attori economici: le imprese dei paesi del centro sono monopolistiche e tecnologicamente più avanzate. Wallerstein, ma anche e soprattutto Arrighi, spostano l’attenzione dal concetto di modo di produzione – che inspira la classica visione bipolare della lotta di classe – a quello di modo di accumulazione, che viceversa prende in considerazione l’eterogeneità delle relazioni economiche che possono contribuire ad accrescere il volume dei profitti.

Harvey contribuisce a sua volta al cambio di paradigma attraverso il concetto di “accumulazione per espropriazione”, termine con cui descrive le rapine imperialistiche nei confronti di forme di vita e mondi esterni alle relazioni di mercato. Per Harvey tali pratiche non sono caratteristiche di una specifica fase storica – quella della cosiddetta accumulazione originaria – ma sono un fattore permanente della riproduzione del sistema capitalistico.

Arrighi integra nel dispositivo di accumulazione capitalistica la funzione dello stato: il fenomeno dell’accumulazione resta incomprensibile finché non lo si esamina alla luce del combinato disposto tra stato e capitale, liberando così l’analisi marxista del capitalismo dalle pastoie del determinismo storico. La finanziarizzazione che sta alla base delle attuali crisi sistemiche non è, secondo il dettato leninista, “fase suprema del capitalismo”, bensì una fase che si ripropone ciclicamente, quando un determinato ciclo egemonico – come sta oggi accadendo a quello dominato dagli Stati Uniti – giunge al tramonto.

Lo spostamento dal concetto di modo di produzione a quello di modo di accumulazione, che potrebbe restituire attenzione nei confronti di autori che il marxismo ortodosso ha confinato ai margini del pensiero critico, come Luxemburg e Polanyi, spalanca un orizzonte del tutto nuovo all’indagine sulla soggettività antagonista.

Sotto questo aspetto, converge con contributi che vengono da altri ambiti disciplinari. E’ il caso di un’autrice come Nancy Fraser, la quale, partendo da un confronto critico con il pensiero femminista dell’emancipazione – in cui riconosce un potente alleato dell’egemonia culturale neoliberista –, allarga la propria visione fino a costruire un complesso modello della dinamica delle crisi capitalistiche che assume come centrali le contraddizioni che si producono fra modi di produzione e modi di riproduzione, per approdare a una reintegrazione del femminismo nel progetto della rivoluzione socialista.

Due autori come Boltanski e Chiapello riformulano il tema della non autonomia del sistema capitalistico come incapacità di autolegittimarsi sul terreno ideologico: per ottenere tale risultato il capitalismo è costretto ad appellarsi costantemente a risorse esterne, dalle quali dipende per costruire di volta in volta delle “ideologie”, intese non come sovrastrutture illusorie, ma come insieme di ragioni individuali e collettive per ottenere l’obbedienza dei dominati. A sua volta, Spivak, partendo dall’analisi dei conflitti sociali all’interno dei paesi post-coloniali, propone di mettere il concetto di classi subalterne al posto di quello di classe operaia al centro della scena politica.

L’esponente più significativo del secondo asse, quello del divorzio fra capitale e democrazia, è senza dubbio Wolfgang Streeck, ultimo erede delle Scuola di Francoforte nonché autore di una provocatoria analisi sulla natura contingente del matrimonio fra democrazia e liberalismo. Streeck va aldilà del concetto di post-democrazia utilizzato da autori come Crouch, quando sostiene che il fine del modo di produzione capitalistico – che era, è e sempre resterà l’accumulazione illimitata di profitti – è intrinsecamente incompatibile con le esigenze di un regime democratico che deve limitare questi eccessi, per rispondere agli interessi e ai bisogni di una pluralità di soggetti sociali.

Se questa compatibilità è sembrata possibile nel corso del trentennio succeduto al secondo conflitto mondiale, ciò è avvenuto solo in ragione della forza accumulata dai movimenti operai e per esorcizzare lo spettro di un sistema sociale alternativo incarnato dai paesi del socialismo reale. Venuti a cadere questi ostacoli, la natura sfrenata dell’accumulazione capitalista è tornata a manifestarsi in tutta la sua violenza, travolgendo ogni resistenza.

Alla convergenza fra il primo e il secondo asse si colloca la scaturigine del terzo, vale a dire la ricerca di nuove forme di soggettività antagonista. Su questo terreno si distingue – oltre Balibar, Rancière, Žižek e Butler – il contributo di Ernesto Laclau. Alla fine di un percorso eclettico, che lo ha visto traghettare dal marxismo allo strutturalismo, Laclau ha costruito l’unico modello teorico in grado di rendere conto delle cause profonde dell’attuale esplosione populista.

Superando le interpretazioni ideologiche e moralistiche, Laclau riconosce l’incapacità del sistema di dare risposte differenziate alle varie domande sociali, cioè la capacità che costituisce il fondamento della democrazia liberale. In questo inedito contesto storico, le differenti domande finiscono per connettersi reciprocamente in una catena equivalente e, se una di tali domande riesce ad assumere un ruolo egemonico nei confronti di tutte le altre, se nasce un movimento in grado di dare forma politica a tale egemonia, a costruire un popolo – definito dal confine dell’inimicizia che lo oppone alle élite dominanti – a partire da questa congerie di soggettività antagoniste, assistiamo all’emersione di un momento populista che può andare al di là sia della tradizionale alternativa destra/sinistra, sia dell’ascesa di nuove élite dirigenti al governo, fino a configurare un vero e proprio mutamento di sistema.

Ciò che rende particolarmente rilevante l’analisi di Laclau è il solido riferimento al pensiero gramsciano relativamente al concetto di egemonia. Gramsci è stato infatti capace di estendere l’orizzonte del conflitto sociale al di là delle determinanti economiche, espresso nell’ idea di blocco sociale, dove è contenuta la consapevolezza della necessità di unificare le diverse componenti della società, sfruttando una adeguata coesione culturale-discorsiva.

Dalle peripezie del pensiero critico nasce un’utile mappa concettuale che ci orienta a capire dove ci troviamo, a quasi trent’anni dal tramonto delle speranze suscitate dal primo grande assalto al cielo tentato dalle masse popolari, di fronte al conflitto che vede la Russia di Putin aggredire l’Ucraina, in una guerra che cambia la storia del mondo.

Fine

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ESISTE ANCORA IL PENSIERO CRITICO? (I^PARTE)

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Data:

19 Marzo 2022