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ESISTE ANCORA IL PENSIERO CRITICO? (I^PARTE)

A partire dalla mutazione del capitalismo degli anni Ottanta del secolo scorso, il capitalismo ha cessato di generare ricchezza per tutti, negando alla sua controparte sociale ogni spazio di contrattazione del reddito, ha prodotto élite dominanti che non si assumono più responsabilità civili, diversamente dalla vecchia borghesia, ha sostituito all’universalismo illuminista e dialettico l’universalismo della ragione liberale, si è intestato i valori del progresso e del riformismo togliendoli all’avversario storico, ha regalato ai partiti populisti l’egemonia politica sulle masse e infine ha svilito la democrazia, non più associata al dissenso organizzato e di massa, ma in cui i diritti umani e civili non vengono riconosciuti se non addirittura calpestati.

Che ne è di una sinistra travolta dal capitalismo?

Partendo da tale interrogativo, data per scontata l’impotenza delle sinistre tradizionali, incapaci di far fronte alle sfide dei tempi, tentiamo di cogliere ciò che resta di un “pensiero critico” che, liberatosi di categorie, paradigmi e concetti obsoleti, esplora percorsi di emancipazione alternativi.

In particolare, le teorie che hanno ridisegnato l’immagine del capitalismo, svelandone i rapporti strategici con una serie di fattori esterni alla sfera dei rapporti produttivi, ci conducono:

1. a Wallerstein, Arrighi, Harvey, Streeck, Boltanski;

2. ai profeti della fine del potere sovrano e dello stato-nazione come Agamben e Negri;

3. alle nuove definizioni filosofiche della soggettività in Badiou, Žižek, Jameson e infine

4. alle vie d’una possibile rianimazione della democrazia che troviamo in Balibar, Rancière, Laclau, nonché la problematica generata dalla proliferazione delle identità, come in Butler, Fraser e Spivak.

In particolare, Badiou e Negri, che si atteggiano a re-inventori di un orizzonte comunista, restano ancorati alle più obsolete categorie hegelo-marxiste, pur nelle significative differenze fra i rispettivi sistemi di pensiero e compiono un secolare balzo indietro nel tempo, ripescando la vetusta teoria che associa il superamento del sistema capitalistico all’estinzione dello stato. In Badiou questo atteggiamento “antistatalista” assume toni particolarmente radicali, al punto da sostenere che la forma-stato – in quanto mero principio di rappresentatività politica – è ontologicamente associata a un principio di repressione.

Manca completamente qualsiasi sforzo di declinare storicamente l’evoluzione della forma-stato, il che non stupisce se si considera il peso strategico che ha in Badiou la categoria di “evento”, per cui il superamento dell’esistente non è attribuibile – sia pure a posteriori – come ammetteva anche l’ultimo Lukács -, all’esito dell’intreccio di conflitti e contraddizioni, ma all’irrompere provvidenziale di una situazione contingente che riscrive passato, presente e futuro, in grado di fare a meno della forma-stato.

Negri approda per vie diverse allo stesso esito “anarchico”, nel senso che il motore dell’estinzione dello stato è immanente allo sviluppo capitalistico. Certo, a determinare la direzione di tale sviluppo è, per Negri, la soggettività operaia e le sue successive trasfigurazioni, dall’operaio-massa alla moltitudine, ma ciò non inficia un processo che resta tutto interno al capitale, che non ammette alcun fuori di sé e conduce spontaneamente all’esito del comunismo.

Il capitale, per Negri, nega marxianamente se stesso, si fa comunismo in ragione delle sue contraddizioni immanenti, a partire da ciò che rende obsoleta e impraticabile la legge del valore-lavoro. Il paradosso è che le utopie negriane finiscono per specchiarsi in quelle di un neoliberismo che celebra la fine della sovranità nazionale come fine della storia, come quel definitivo e irreversibile trionfo del capitale anticipato da von Hayek.

Passando al campo del pensiero critico che offre un reale contributo alla lotta politica contro il sistema neoliberista, esso si articola secondo tre assi che percorrono trasversalmente tre aree disciplinari: 1. il primo è quello del riconoscimento della non autonomia – ai fini di garantire la continuità del processo di accumulazione – del modo di produzione capitalistico rispetto a una serie di attività esterne alle relazioni di mercato; 2. il secondo coincide con la presa d’atto dell’irreversibile divorzio fra capitalismo e democrazia, 3. il terzo esprime il tentativo di estendere la soggettività antagonista oltre i tradizionali confini del proletariato.

Fine della prima parte

(segue)

Data:

18 Marzo 2022