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ESSERE ONLIFE: MODI, LINGUAGGIO E TEMPO

cms_29703/1.jpgLo schermo è tra noi e noi siamo sullo schermo. L’interconnessione, prima una speranza oggi una realtà e un obbligo, ci ha abituati a essere sempre connessi in un vortice fatto di scambi comunicativi che implicano persone, amici e perfetti sconosciuti.

Essere sempre onlife riformula il nostro essere, sviluppando contemporaneamente nuove forme di adattamento e inedite modalità con le quali ci muoviamo tra realtà e online, creando per l’appunto, una forma di vita che abolisce il confine tra pubblico e privato. Si è creata una mutazione di ordine non solo antropologico ma comportamentale e psicologico nella sfera di azione dell’essere umano, riformulando in chiave postmoderna, ciò che già McLuhan aveva previsto per i media di massa. L’utente sempre online ha adottato come protesi costituiva del sé la rete in tutte le sue sfaccettature e in tutti i suoi usi (eccessivi). Le modifiche ormai in atto e non più in potenza che internet ha posto in essere nelle nostre vite sociali e personali, riguardano tutti gli aspetti della nostra realtà, a partire, a titolo di esempio, dal linguaggio.

cms_29703/2_1678594667.jpgAbbreviazioni, acronimi, hashtag e anglicismi sono lì a dimostrare come, anche nel linguaggio comune, sia abitudine contrarre sino all’osso in nome della velocità di trasmissione e del puro narcisismo linguistico. A titolo di esempio basta riferirsi a piattaforme di uso comune come Whatsapp che inducono l’utente a un lavoro di estrema sintesi verbale a cui si deve accompagnare una sinfonia emotiva legata al messaggio che si vuole trasmettere. Ciò crea spesso un paradosso contenutistico in cui si cerca un racconto basato sulla brevitas ma spesso si accompagna il messaggio con un corredo paralinguistico infarcito di emoji; all’assenza del tono si avverte il bisogno di trasmettere l’umore. La bagarre linguistica non è l’unico aspetto rivoluzionato sotto la spinta dei device e delle piattaforme di condivisione, vi è anche l’aspetto non meno importante del tempo, del suo utilizzo e del modo in cui oggi lo intendiamo. La rete ha modificato la percezione che ognuno di noi ha del tempo e di come singolarmente lo viviamo, lo gestiamo, lo usiamo.

cms_29703/3.jpgSembra che gestiamo il tempo in una modalità che i greci chiamavano kairos, ovvero un tempo qualitativamente diverso dall’eterno e continuo chronos; siamo nel tempo dell’istante e dell’inatteso, della novità, delle occasioni da cogliere prima che esse svaniscano. L’aspetto e il dominio di è oggi evidente anche in ambito politico, in ciò che definiamo presentismo: l’urgenza, il flusso continuo delle emozioni, la necessità di prendere decisioni subitanee, l’essere coinvolti senza pause in un processo temporale in cui il futuro è già accaduto e il passato ha aspetti lugubri e traumatici. I social, le email, i big data, gli algoritmi e tutti i prodotti scaturiti dalla rivoluzione telematica, hanno determinato l’avvento di un nuovo (per noi ma non certamente per la storia) concetto di tempo, della potenza di un presentismo, come ci ricorda François Hartog: «il progresso tecnico ci fa credere che sia possibile sapere immediatamente senza apprendere, risparmiandoci, grazie a qualche clic, il tempo dell’apprendimento. Il clic è “cronofago”: divora il tempo chronos». Siamo ormai da anni all’interno di una “crisi di futuro” (sempre Hertog), ovvero assistiamo a un presente nel quale è Chronos a entrare in crisi e in cui kairos è «il presente [che] diventa alla moda […]: non solo si deve essere del proprio tempo, ma lavorare e vivere al presente e del presente (corsivo mio). […] Non essere mai a riposo, essere flessibile, mobile, rispondere alla domanda, innovare continuamente sono le sue parole d’ordine». Siamo nell’era della dittatura dei like e del presente, epoca in cui sempre più velocemente e fagocitamente «le nuove tecnologie dell’informazione hanno portato, diffuso, moltiplicato le possibilità di sfruttare quello che si chiamava il “tempo reale”, cioè l’istantaneità e la simultaneità».

Data:

12 Marzo 2023