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ETICA E FILOSOFIA PER UN FUTURO POSSIBILE

“Solo proiettando il futuro dell’umanità in un futuro di pace e convivenza, sottolineando la dimensione etica e spirituale dell’essere umano, possiamo recuperare quei valori che giustificano l’esistenza planetaria dell’uomo, verso un destino di speranza, di verità e di luce”. Gabriella Bianco, Itinerari filosofici del XX secolo, Susil edizioni, 2023

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Così si conclude, con un messaggio di speranza al bordo della disperazione, il mio più recente saggio ITINERARI FILOSOFICI DEL XX SECOLO, che mette al centro del discorso l’etica, ma anche la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, la responsabilità verso il presente e il futuro. E tuttavia, guardando indietro al secolo passato assistiamo alla crisi dell’etica, attraversata da una crisi profonda che ha coinvolto, attraverso un processo di decostruzione critica, il soggetto morale e i concetti di libertà, valore, responsabilità.

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L’esperienza delle due guerre mondiali, in cui tramonta il mito di una scienza e di una tecnica moralmente neutrali e al servizio dell’umanità, la terribile esperienza dei fascismi nati dalle crepe delle democrazie liberali e dalle contraddizioni interne al capitalismo, con le leggi razziali e l’orrore dei lager, definiscono la seconda metà del ‘900 come l’orizzonte della crisi in cui precipitano tutti i paradigmi della razionalità e del discorso filosofico della modernità.

Ci troviamo in un difficile momento di passaggio, particolarmente in riferimento alle tematiche etiche, in quanto ci rendiamo conto che molti dei valori tradizionali sono stati messi in crisi, mentre i nuovi non si sono ancora affermati. Nel frattempo, la politica di destra gioca su vari fronti. In un discorso tenuto al convegno del “Conservative Political Action Committee”, che si è tenuto a Dallas nell’agosto scorso, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha sottolineato l’importanza dell’anno 2024 in cui si svolgeranno sia le elezioni presidenziali americane sia le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. E ha parlato di questi due eventi come se non fossero altro che due diversi fronti di una sola guerra – una guerra sui valori. “L’Occidente è in guerra con se stesso”, ha detto Orbán, parlando a un pubblico formato da sostenitori della destra Repubblicana. “Dobbiamo fare amicizia e allearci gli uni con gli altri. Dobbiamo coordinare i movimenti delle nostre truppe, perché dobbiamo affrontare la stessa sfida”.

Il discorso di Orbán mostra con chiarezza una peculiarità sorprendente del nazionalismo contemporaneo: il suo carattere internazionale. Nel passato, i partiti nazionalisti di diversi Paesi, erano soliti proporre l’uscita dall’Unione europea, dall’euro e dalla Nato; ora, invece, quasi tutti quei partiti riconoscono che in un mondo sempre più ostile il far parte di queste istituzioni offre ai rispettivi Paesi un livello di sicurezza economica e militare che sarebbe impossibile ottenere rimanendo fuori da quelle organizzazioni. Dal momento che il far parte di questi organismi multilaterali richiede un coordinamento tra i vari Paesi, ecco che per i nazionalisti acquista senso collaborare con gli altri politici che condividono le loro stesse visioni in una lotta paneuropea per definire un certo modello di Europa.

Lo stesso Orbán precisa di voler difendere un’identità culturale europea – e non specificamente ungherese. Il premier magiaro è spesso caratterizzato sui media anglosassoni come “antieuropeo”. E questo è un errore. Lui non è affatto antieuropeo. Lui è contro quella che ritiene essere una propensione liberale delle istituzioni dell’Unione europea. Lui si considera come colui che conserva la vera fiamma dell’essere europei, mentre Il supporto reciproco va ben al di là dello scambio di opinioni.

Tornando sulla riflessione più specificamente filosofica, Interrogandosi su alcuni concetti chiave della morale e della politica, come quelli di libertà, uguaglianza, responsabilità, le riflessioni di Arendt e quelle della Scuola di Francoforte tentano di opporre una barriera ai regimi totalitari che oggi più che mai minacciano le nostre fragili e incompiute democrazie.

Addentrandoci nel terzo millennio, la situazione si fa ancora più complessa in quanto la globalizzazione ha posto in primo piano problemi quali il multiculturalismo e il politeismo dei valori, l’identità ed i diritti umani, il dominio incontrastato della tecnica, in cui l’uomo da fine si è trasformato in mezzo, l’intelligenza artificiale.

Partendo dal tema del totalitarismo, investigato in prospettiva filosofica, ma anche storica, politica, sociale e psicologica, l’ analisi arendtiana e quelle della Scuola di Francoforte hanno messo in luce come il Novecento si sia configurato come il secolo dei totalitarismi, siano essi di stampo nazista o stalinista, o si presentino come l’unidimensionalità della società capitalistica avanzata.

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Riflettendo sul totalitarismo, la società democraticamente organizzata, segue un percorso che va dalla “polis greca” alla “società aperta” di Popper. Il concetto di democrazia, analizzato su di un piano etico–politico, pone l’accento non soltanto sui meccanismi che regolano la convivenza tra gli individui, ma anche sul comportamento di ogni singolo all’interno delle dinamiche di interazione sociale.

L’individualismo, il neo-contrattualismo e il comunitarismo sono le tre correnti che percorrono un arco concettuale che va dalle teorie liberali, basate su una visione individualista, alle concezioni comunitariste, che appiattiscono l’individuo all’interno della comunità. Essere diversi e uguali nello stesso tempo oggi è possibile. Si tratta di cercare e condividere insieme il sapere e la ricchezza che possono scaturire da un incontro paritario e rispettoso di identità diverse in un universalismo sensibile alle differenze (J. Habermas, L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Feltrinelli, 1998).

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Queste differenze tendono ad essere presenti negli stessi spazi provocando una generale sensazione di incertezza, dando vita a quella cultura del “frammento”, che crea tutti quei problemi legati alle difficoltà di convivenza e di integrazione. L’articolazione identità/differenza rischia di dar luogo ad una differenza privilegiata sostenuta da vincoli normativi e giudizi di valore mossi principalmente da interessi di potere.

Il nodo dell’identità e della differenza rimanda al modo d’essere e di pensare proprio di una soggettività plurale e mobile che, solo se compresa e vissuta come tale, rende possibile la pratica di un’esistenza plurale come comunità non totalizzante di culture, religioni, costumi, identità differenti, al fine di rintracciare i criteri per una pacifica convivenza umana basata su quei valori che esprimono un’etica minima condivisibile. Infatti ogni uomo è in possesso di necessità e capacità psico–fisiche, emozionali e biologiche dalle quali deriva sia la sua dimensione identitaria, sia la possibilità di condurre un’esistenza soddisfacente.

Per un’etica minima condivisibile

L’identità a livello biologico ed emozionale degli individui costituisce, quindi, la dimensione al cui interno è possibile ricercare principi universalizzabili su cui basare le coordinate per un’etica minima condivisibile. Questa base etica comune si realizza in una pluralità di modi storicamente diversi, in uno scenario multiculturale e multietnico, in cui si pone l’interazione tra identità diverse e nel contempo il mantenimento per ciascuna della propria riconoscibilità e non assimilabilità, da esaminare attraverso competenze specifiche, che coinvolgono settori diversi del sapere: dalla biologia all’antropologia, dalla psicologia alla sociologia, dal diritto all’economia e alla politica.

Particolarmente stretto è il legame della filosofia con l’etica. Infatti se la filosofia è la disciplina che si interroga sull’uso del sapere a vantaggio dell’uomo, l’etica, invece di limitarsi a ciò che è tecnicamente o legalmente possibile, si interroga su ciò che è moralmente auspicabile. Nell’attuale scenario, caratterizzato dalla globalizzazione e dal multiculturalismo in crisi, la dimensione dell’universalismo dei diritti va ricercata in una prospettiva in cui alle logiche dell’ amico-nemico e del potere si sostituiscano quelle dell’accoglienza, dell’amicizia e della fraternità, in cui all’idea di tolleranza si sostituisce quella di rispetto: solo rispettando l’identità dell’altro si può avviare con lui un’autentica comunicazione in cui le due identità entrino in contatto e si contaminino reciprocamente arricchendosi mutuamente.

Ripensare un essere composto da storie diverse e da inassimilabili differenze che non porti ad un’indisciplinata e indiscriminata pluralità, ma ad una ricostruzione dell’universale a partire dal tema della differenza è il compito che si presenta a coloro che tentano, se non di progettare, almeno di pensare un avvenire, che abbia qualche probabilità di realizzarsi.

Nella partita che scienziati, filosofi e uomini di cultura stanno giocando, la palla continua a rimbalzare da un campo all’altro alla ricerca di un punto di incontro, di una zona franca in cui collocare alcuni punti fermi validi per tutti, in cui sia possibile realizzare un “incontro tra diversi” con una piattaforma di regole e principi capaci di garantire adeguate condizioni di coesistenza e reciprocità fra gruppi di dissimile orientamento filosofico, religioso, politico, culturale, come in un moderno laboratorio del dialogo e del pluralismo in cui sia possibile trovarsi per una prima, seppur minima, intesa.

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Bibliografia

Hannah Arendt, Vita activa, Feltrinelli, 1991

Gabriella Bianco, Itinerarios filosóficos del siglo XX, Susil Edizioni, 2023

J. Habermas, L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Feltrinelli, 1998

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Data:

25 Maggio 2023