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Exit poll Sicilia: testa a testa tra centrodestra e M5S

cms_7644/sicilia_voto_Fg.jpgTesta a testa tra centrodestra e M5S in Sicilia. Gli exit poll diffusi subito dopo la chiusura delle urne, premiano – al momento – il candidato del centrodestra, Nello Musumeci, con il 35-39%, seguito a ruota da quello dei 5 Stelle, Giancarlo Cancelleri.

Staccati Fabrizio Micari per il centrosinistra (16-20%) e Claudio Fava (7-11%), sostenuto da Mdp e Sinistra italiana.

E arrivano le prime reazioni. “L’andamento degli exit poll – dichiara Matteo Ricci, responsabile enti locali del Pd – conferma una sconfitta tanto netta quanto annunciata. Ne prendiamo atto e ringraziamo il professor Micari per l’impegno e la dedizione avuta, al pari di tutte le democratiche e i democratici che ci hanno sostenuto in questo difficile confronto. Ora dobbiamo ripartire da loro e dai tanti siciliani che ci hanno votato”.

Interviene anche il coordinatore della segreteria del Pd, Lorenzo Guerini: “I dati dei sondaggi nazionali appena diffusi confermano il Pd al 26.5% e la coalizione ben sopra il 30. Si tratta ora di lavorare senza indugi per giungere a formalizzare un’alleanza che sia alternativa alle destre e al populismo e lavorare da subito alle elezioni nazionali”.

Di elezioni nazionali parla anche il segretario della Lega Matteo Salvini: “La cosa certa è che il governo è stato sfiduciato dall’80% dei Siciliani, scioglimento del Parlamento ed elezioni subito”.

Conti pubblici, boom passività dello Stato

cms_7644/euro_50FTG.jpgLa consistenza patrimoniale dello Stato registra un forte aumento delle passività negli ultimi 5 anni, cresciute di ben 271,5 miliardi, che non riescono ad essere coperte dalle attività (cresciute solo di 7,3 miliardi). Nel 2012 il totale delle passività ammontava a 2.513,5 miliardi di euro, mentre nel 2016 è arrivato a 2.784,9 miliardi (+10,8%). Nello stesso periodo il totale delle attività è passato da 979,7 miliardi di euro a 987 miliardi di euro (+0,7%). I dati sono contenuti nelle tabelle del dossier pubblicato dal Mef ’Il patrimonio dello Stato’ ed elaborati dall’Adnkronos.

La differenza tra le entrate e le uscite è così passata da 1.533,7 miliardi di euro a 1.798 miliardi, con un incremento del 17,3%, pari a 264,3 miliardi. Le passività sono composte principalmente da debiti a medio-lungo termine, che ammontano a 2.003,3 miliardi nel 2016 contro i 1.766,9 miliardi di cinque anni prima; dal 2012 al 2016, quindi, si registra un incremento di 236,4 miliardi (+13,4%).

I debiti a breve termine sono invece passati da 709,8 miliardi a 744,6 miliardi, registrando un aumento di 34,8 miliardi. Resta quasi fermo, infine, il totale delle anticipazioni passive che passa da 36,7 miliardi a 37 miliardi. Tra le voci che compongono le passività si segnala che i buoni del tesoro poliennali sono passati da 1.243,4 miliardi del 2012 a 1.537,9 miliardi del 2016 (+294,5 mld), in aumento del 23,7%. I residui passivi passano invece da 74 miliardi a 134,4 miliardi (+60,4 mld), con un incremento dell’81,6%.

Tasse: calano solo per le grandi imprese

cms_7644/Biscottiazienda_xin.jpgSul fronte fiscale, quest’anno sono state premiate ancora una volta le medie e le grandi imprese, mentre alle piccolissime attività non resta che attendere ancora un anno per la riduzione del carico. In termini economici, fa sapere l’Ufficio studi della Cgia, il conto è presto fatto. Se il taglio dell’Ires (Imposta sui redditi delle società di capitali) consente alle società di risparmiare 3,9 miliardi di euro di tasse all’anno, alle piccole e micro imprese, invece, lo slittamento dell’introduzione dell’Iri (Imposta sui redditi) non consentirà di risparmiare almeno 1,2 miliardi di euro di tasse all’anno.

Nel 2016, ricorda l’associazione, il governo Renzi aveva deciso di tagliare le imposte sui redditi a tutte le imprese; a distanza di un anno, purtroppo, l’operazione è andata in porto solo in piccola parte. Le attività interessate dalla contrazione dell’Ires, infatti, sono state poco meno di 630.000, che costituiscono solo il 13% circa del totale delle aziende presenti nel Paese.

Se da quest’anno, infatti, l’Ires è scesa di 3,5 punti attestandosi al 24%, per le piccole e micro imprese (persone fisiche, società di persone, società in nome collettivo, etc.), l’introduzione dell’Iri, prevista nel 2017 con un’aliquota del 24%, slitta, secondo la legge di Stabilità in discussione in Senato in questi giorni, al 2018. La causa di questo rinvio è da cercare, continua la Cgia, nella mancanza di copertura finanziaria. In altre parole il governo non ha trovato 1,2 miliardi di euro per alleggerire il carico fiscale alle micro imprese.

Va comunque segnalato, continua l’associazione, che a fronte della contrazione dell’Ires, alle società di capitali è stata ridimensionata l’Ace (Aiuto alla crescita economica). Una misura, quest’ultima, nata qualche anno fa per premiare le imprese che si capitalizzavano. L’impatto economico negativo di questo intervento è di 1,7 miliardi di euro. Pertanto, agli effetti positivi del taglio dell’Ires (3,9 miliardi) va sottratto il ridimensionamento dell’Ace che, comunque, consente alle società di capitali di ’guadagnare’ 2,2 miliardi di euro all’anno.

Le aziende che da quest’anno potranno contare sulla più elevata riduzione dell’Ires sono quelle riconducibili alla fornitura di energia elettrica, gas, etc., con un risparmio medio di imposta per impresa pari a poco più di 39.300 euro e le attività di estrazione di minerali da cave e miniere che beneficeranno di 34.000 euro circa di risparmio fiscale. Settori che in entrambi i casi sono caratterizzati quasi esclusivamente dalla presenza di grandi imprese.

L’unica novità fiscale positiva per le piccolissime imprese, così come previsto dalla manovra correttiva approvata nella primavera scorsa, sarà l’addio agli studi di settore che verranno sostituiti dagli indicatori di affidabilità economica. Prima della fine di quest’anno, infatti, il debutto delle nuove ’pagelle’ fiscali relative all’anno di imposta 2017 interesserà una settantina di categorie su un totale di 193 che attualmente sono sottoposte agli studi.

“Pur riconoscendo che, rispetto a qualche decennio fa, tra le società di capitali troviamo anche le piccole imprese – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – è indubbio che il taglio dell’Ires ha avvantaggiato soprattutto le grandi, in particolar modo quelle appartenenti al settore energetico e a quello minerario. E sebbene la riduzione dell’Ires sia stata in parte bilanciata dall’attenuazione degli effetti positivi dell’Ace, ancora una volta si è prestata attenzione solo alle istanze sollevate dalle imprese di maggiore dimensione, mentre alla stragrande maggioranza delle attività che non pagano l’Ires non è stato riservato alcun vantaggio fiscale”.

“Per molti lavoratori sarà la fine di un incubo, anche se sarà necessario monitorare il periodo di transizione di questi nuovi strumenti. I nuovi indicatori di affidabilità fiscale che sostituiranno gli studi di settore, infatti, dovranno garantire una riduzione delle tasse e una maggiore semplificazione nei rapporti con il fisco. Altrimenti – conclude Zabeo – questa novità servirà a poco. Per questo è determinante che nella fase di gestazione di questi indicatori sia determinate il ruolo delle associazioni di categoria dei lavoratori autonomi, che meglio di chiunque altro conoscono le specificità e le caratteristiche fiscali delle attività interessate da questa novità”.

“Oltre a ridurre il peso delle tasse – dichiara il segretario della Cgia Renato Mason – è necessario, in particolar modo per le micro imprese, diminuire anche il numero di adempimenti fiscali che, invece, continua ad aumentare e costituisce un grosso problema per moltissime attività. Non dobbiamo dimenticare che i più penalizzati da questa situazione, così come avviene per le tasse, sono le piccole e piccolissime imprese che, a differenza delle realtà più grandi, non dispongono di una struttura amministrativa in grado di farsi carico autonomamente di tutte queste incombenze”.

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5 Novembre 2017