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FECONDAZIONE ASSISTITA: QUANDO LA SCIENZA SI SCONTRA CON L’ETICA

Il recente caso di Valentina Milluzzo ha riportato alla luce un tema da sempre molto dibattuto: la questione morale nei casi di fecondazione assistita e aborto. La 32enne, deceduta il 16 ottobre scorso presso l’ospedale Cannizzaro di Catania per delle complicazioni sopraggiunte nella diciannovesima settimana di gravidanza, aveva concepito i due gemelli proprio grazie a delle procedure di fecondazione artificiale, eseguite in un’altra struttura.

La Procura ha aperto un’indagine per far luce sulle responsabilità dei dodici medici in turno.

Stando alle parole dei familiari della donna, il ginecologo che l’aveva in cura non avrebbe proceduto all’aborto terapeutico, nonostante le sue urla di dolore e l’evidente sofferenza dei due feti, appellandosi all’obiezione di coscienza.

Facciamo un passo indietro. Per fecondazione assistita si intende il processo attraverso il quale si attua materialmente l’unione tra il gamete femminile e quello maschile, agendo direttamente sull’apparato della futura madre (fecondazione “in vivo”, detta anche “inseminazione artificiale”) o in laboratorio (fecondazione “in vitro”). Quando si parla di procreazione assistita, invece, ci si riferisce più in generale a tutti gli artifici medico-chirurgici atti a favorire il concepimento, come i trattamenti ormonali o la stimolazione ovarica, che non necessariamente implicano un intervento al momento dell’unione tra cellula uovo e spermatozoo.

Le procedure di procreazione assistita non solo consistono in un percorso lungo e travagliato, ma, secondo alcune ricerche, esporrebbero a una serie di rischi madre e bambino. Stando a un’indagine della Danish Cancer Society Research Center di Copenaghen, guidata dalla dott.ssa Marie Hargreave e pubblicata sulla rivista Fertility and Sterility, i bambini concepiti tramite fecondazione artificiale presenterebbero una probabilità del 33% più alta di ammalarsi di cancro infantile, raggiungendo picchi del 59% e dell’88% per i tumori del sangue e del sistema nervoso centrale. Anche se la dott.ssa Hargreave precisa: “Bisogna ricordare che anche la stessa condizione di ridotta fecondità potrebbe giocare un ruolo importante nella determinazione del rischio oncologico nei figli”. Inoltre, l’assunzione del clomifene citrato, farmaco che favorisce l’ovulazione, potrebbe causare malformazioni del feto, così come altre procedure di iperstimolazione delle ovaie potrebbero provocare nella futura madre un cattivo funzionamento dei reni e alcuni problemi di coagulazione del sangue.

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In ogni caso, la legge 40/2004 consente l’accesso ai servizi di procreazione assistita unicamente alle coppie (coniugate o conviventi) in cui sono stati accertati problemi di fertilità, vietando la fecondazione eterologa (in cui uno dei gameti appartiene a un donatore esterno alla coppia) e qualsiasi procedura che abbia a che fare con l’eugenetica, insieme di studi volti al perfezionamento della specie umana mediante selezioni artificiali dei caratteri genetici. Nonostante l’esistenza di tali limitazioni, volte a preservare la dignità umana, c’è chi considera l’insieme di procedure di fecondazione assistita – come anche l’interruzione di gravidanza – scorrette sul piano etico-religioso, rivendicando il diritto all’obiezione di coscienza. Il dibattito, a cavallo tra la sfera scientifica e quella morale, pone l’attenzione principalmente sul cosiddetto “diritto alla vita” dell’embrione: la religione cattolica considera quest’ultimo come una “persona” a tutti gli effetti fin dal momento della fecondazione, mentre la posizione laica ritiene che si possa iniziare a definirlo come un individuo vero e proprio solo dal momento in cui è dotato di autocoscienza. Molti credenti contestano il fatto che una vita possa essere generata e distrutta ad opera di altri esseri umani piuttosto che del Creatore: un’innaturale “medicalizzazione della vita” che conferirebbe facoltà divine ai camici bianchi. I più radicali si scagliano anche contro l’inseminazione artificiale, definendola una pratica lesiva della dignità della donna, il cui corpo sarebbe posto alla pari di un mero “oggetto di laboratorio”.

Alla luce dei rischi e delle controversie morali a cui la procre

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azione assistita si presta, spesso viene spontaneo chiedersi perché le coppie non valutino la possibilità di adottare un bambino. Perché accanirsi contro la propria natura con farmaci e interventi invasivi, se nel mondo ci sono milioni di bambini che cercano disperatamente l’amore di una mamma e di un papà? La risposta non è semplice come si è portati a pensare. Certo, la componente psicologica ha il suo peso: qualunque genitore immagina i propri figli come individui creati a sua immagine e somiglianza, aspirando a quegli “ineludibili legami di sangue” che spesso si ritengono alla base di una famiglia sana e unita. Ma, nella maggior parte dei casi, l’adozione non è possibile per motivi che esulano dalla volontà degli aspiranti genitori. La coppia che richiede l’affidamento di un bambino deve sottoporsi a procedure burocratiche e verifiche a dir poco estenuanti, più dei trattamenti previsti dalla procreazione assistita. Innanzitutto, è necessario rispondere ai requisiti della legge 184/83, che recita:“L’adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, o che raggiungano tale periodo sommando alla durata del matrimonio il periodo di convivenza prematrimoniale, e tra i quali non sussista separazione personale neppure di fatto e che siano idonei a educare, istruire e in grado di mantenere i minori che intendano adottare.” Una volta verificatesi tali condizioni, è necessario presentare domanda al Tribunale per i Minorenni del proprio territorio di residenza. Gli Enti locali valutano poi l’idoneità dei coniugi, che devono dar prova della loro attitudine a educare il minore garantendogli una situazione personale ed economica stabile, oltre che un ambiente adeguato alla crescita. Al termine di queste indagini, in genere della durata di quattro mesi, viene redatta una relazione psico-sociale sugli aspiranti genitori. Se entro i tre anni successivi alla presentazione della domanda i coniugi non ricevono alcuna chiamata dagli Enti di competenza, i due non sono stati giudicati idonei all’adozione. Se, invece, l’esito della relazione è positivo, il Tribunale richiede alla coppia la partecipazione a ulteriori incontri di approfondimento. Superati anche questi accertamenti, inizia il collocamento provvisorio del bambino presso l’abitazione dei potenziali genitori, da svolgersi sotto il monitoraggio di un tutore nominato dal Tribunale. A questa fase segue l’affidamento preadottivo, che sostituisce alla vigilanza del tutore quella dei Servizi Territoriali di zona (ASL), incaricati di stilare costantemente rapporti sul benessere del piccolo, a cui si accostano spesso incontri mensili con psicologi e assistenti sociali. L’affidamento preadottivo deve prolungarsi come minimo per un anno, prima di giungere alla trascrizione del provvedimento di adozione definitiva nei registri di stato civile, con la quale il minore entra ufficialmente a far parte del nucleo familiare.

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La procedura, già molto lunga e complessa, diviene ancora più intricata nel caso di adozione internazionale (cioè di un bambino che non provenga dal nostro Paese): la legge 476/98 ha stabilito che, in questo frangente, l’iter di affidamento avvenga grazie a verifiche parallele condotte dagli Enti territoriali e dalle autorità straniere, secondo le direttive della Commissione per le adozioni internazionali. Un labirinto burocratico che non tutti sono disposti ad affrontare, e che sembra cozzare con le reali necessità dei minori. Attualmente, stando ai dati Unicef, i bambini abbandonati nel mondo sarebbero circa 132 milioni. Tante piccole vite che potrebbero ricevere fin da subito amore e attenzioni, se solo i tempi dettati dalla legge fossero più celeri.

(http://www.internationalpost.org/contents/La_modifica_dell%E2%80%99art_44__In_nome_dell%E2%80%99Amore_la_Camera_approvi!_3987.html)

Data:

22 Ottobre 2016