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“Francia sottrae ricchezza all’Africa”, Salvini con Di Maio

“Francia sottrae ricchezza all’Africa”, Salvini con Di Maio

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Nonostante lo strappo, il vicepremier Matteo Salvini si allinea con il collega Di Maio nel confronto con Parigi. “Le cause delle migrazioni sono diverse. In Africa c’è gente che sottrae ricchezza quei popoli, la Francia è evidentemente tra questi. In Libia la Francia non ha nessun interesse a stabilizzare la situazione, perché ha interessi petroliferi opposti a quelli italiani. Io ho l’orgoglio di governare un popolo generoso, solidale, accogliente e lezioni di bontà e generosità non ne prendiamo da nessuno, men che meno dal signor Macron”, ha detto il ministro dell’Interno ospite a “Mattino 5” su Canale 5. “Non prendiamo lezioni dalla Francia – ha insistito Salvini – che ha respinto in questi anni decine di migliaia di migranti alla frontiera di Ventimiglia, compresi donne e bambini, riportandone alcuni di notte nei boschi piemontesi e lasciandoli, come se fossero bestie. Quindi lezioni da Macron non ne prendo”.

“Più persone partono, più ne muoiono. Li salviamo in mare e poi li riportiamo indietro, come ha fatto la Guardia costiera libica. Chi veramente vuole il bene del continente africano e della sicurezza dei cittadini italiani, fa di tutto per evitare che i trafficanti di esseri umani continuino nei loro loschi affari. I porti italiani per i trafficanti sono e rimangono chiusi”, ha ribadito poi Salvini intervenendo anche sul Fondo monetario internazionale: “Questi signori dell’Fmi non stanno bene, l’economia italiana è sana, gli italiani sono il popolo che risparmia di più al mondo. Hanno sempre sbagliato le previsioni, questi professoroni negli ultimi 10 anni non hanno mai azzeccato una previsione”.

In ogni caso, il rapporto di amicizia fra Francia e Italia non è in discussione. Ad affermarlo in una nota è il premier Giuseppe Conte: “In un momento in cui l’Europa sta attraversando una fase particolarmente critica, schiacciata sotto il peso dei flussi migratori e incapace di esprimere una strategia politica condivisa e solidale, è legittimo interrogarsi sull’efficacia delle politiche globali che stiamo perseguendo sia a livello di Unione Europea sia a livello di Stati singoli. Questo – precisa ancora il presidente del Consiglio – non vuol dire mettere in discussione la nostra storica amicizia con la Francia, né tantomeno con il popolo francese. Questo rapporto rimane forte e saldo a dispetto di qualsiasi discussione politica. Ma quel che sta accadendo nel Mar Mediterraneo, con le tragedie e la difficoltà di realizzare un approccio strutturale al tema della regolazione e della gestione dei flussi, ci impone di allargare lo spettro della nostra riflessione”.

Aggiunge il presidente del Consiglio: “La campagna elettorale può costituire, per le forze politiche europee, una buona occasione per confrontarsi su temi e questioni di politica europea ed estera, anche se questi rimettono a scelte operate in epoche ormai lontane. L’Europa deve battere un colpo e intervenire coralmente per sostenere più adeguatamente lo sviluppo economico e sociale dei Paesi africani. Tra gli strumenti utili a perseguire questo obiettivo vi è il Trust Fund per l’Africa, il cui finanziamento risulta del tutto inadeguato”.

Per Conte occorre quindi “impiegare maggiori risorse e dedicare maggiori energie a un Continente che deve essere messo in condizione di esprimere appieno le sue enormi potenzialità. Continueremo a lavorare con le istituzioni di governo francesi – oltreché con le Istituzioni europee e con gli altri Paesi – fianco a fianco, nelle varie sedi istituzionali, per trovare soluzioni condivise”.

Sull’argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, oggi a Bruxelles. per il ministro, le accuse alla Francia fanno “parte di un dibattito che ci accompagnerà e al quale dovremo abituarci anche nei toni e nei temi toccati anche più sensibili, verso le elezioni europee. C’è un grande dibattito in Europa, su come dovrà essere l’Ue. Quello a cui siamo abituati è il dibattito politico anche aspro e duro all’interno degli Stati nazionali; siamo meno abituati a vederlo a livello europeo”. “Non parlerei – ha continuato Moavero – di rischio isolamento del nostro Paese” come conseguenza delle parole del vicepremier, “ma proprio ieri, insieme a Francia, Portogallo, Spagna e Paesi Bassi abbiamo fatto una dichiarazione che cerca di accelerare una presa di posizione su quanto accade in Venezuela. Come si vede, le geometrie di collaborazione rimangono perfettamente valide. Non ci sono situazioni di isolamento nell’ambito europeo, per nessuno. Penso che l’Europa tenda a favorire una geometria a gruppi piuttosto che quella che tendeva a portare tutti a cercare di convergere”, conclude.

Sulla tensione con Parigi oggi è nuovamente intervenuto il commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari Pierre Moscovici, che è tornato a commentare, a margine dell’Ecofin a Bruxelles, le dichiarazioni nei riguardi della Francia di esponenti di punta del governo italiano. “La relazione tra Francia e Italia è molto stretta: qualsiasi scontro tra i due Paesi è un vero peccato. Alcune dichiarazioni sono semplicemente stupide” ha detto Moscovici, confermando così le critiche già espresse ieri. “Gli statisti che hanno qualche responsabilità dovrebbero avere bene in mente la storia dei due Paesi – ha continuato – e l’unica cosa a cui dovrebbero lavorare è un riavvicinamento tra Francia e Italia, perché sono due Paesi fondatori del progetto europeo, intimamente vicini. Qualsiasi altra dichiarazione è” da considerarsi “ostile, a volte assai inappropriata e assurda”.

Sulle dichiarazioni di Moscovici, per il ministro degli Esteri Moavero “è normale che delle dichiarazioni nette su dei temi sensibili possano portare a delle impressioni, percezioni e controdichiarazioni. Ma vedrei questo come parte del dibattito europeo di cui abbiamo parlato e che è l’elemento forse più saliente, cui forse dovremo abituarci e che potrebbe rappresentare quell’evoluzione politica dell’Europa che arriva spontanea dalla politica e dalle opinioni pubbliche, laddove i trattati – conclude – non avevano disciplinato come svolgere dibattiti su questioni sensibili”.

La Commissione europea “non è preoccupata” per le dichiarazioni polemiche di esponenti di punta del governo italiano nei confronti della Francia, perché “non pensiamo che queste questioni abbiano un impatto fondamentale. Fa parte delle relazioni bilaterali tra Stati membri. Pensiamo che il dialogo e la cooperazione siano meglio che lanciarsi reciprocamente commenti e giudizi di valore”, ha detto il portavoce capo della Commissione europea Margaritis Schinas aggiungendo che la Commissione “non condivide assolutamente” l’accusa che Stati membri dell’Ue conducano una politica coloniale nel continente africano.

Di Battista: “Pd partito di estrema destra”

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“Il Pd raccoglie le firme contro il reddito di cittadinanza, sono un partito di estrema destra”. Così Alessandro Di Battista, entrando all’evento del M5S a Roma. “Finirà che gli italiani raccoglieranno le firme per abolire il Pd”, afferma. Poi alla kermesse rincara: “Il Pd sta raccogliendo firme per fare un referendum. Buon funerale. Raccolgono firme per abolire un diritto umano”.

Le prime tre proposte dell’agenda politica del M5S indicate da Beppe Grillo, a partire dal reddito di cittadinanza “sono state realizzate” rivendica Di Battista dal palco. L’ex deputato ricorda le origini del Movimento (“andavamo nei mercati, la gente non ci conosceva”) e aggiunge: “Ringrazio gli attivisti, che si sono fatti il mazzo. Senza di loro un diritto umano non sarebbe stato garantito. Il reddito è un diritto umano, ce l’abbiamo fatta”. Di Battista rivendica anche che “aver costretto la Lega a votare il reddito di cittadinanza è una vittoria e un orgoglio per il M5S”.

Poi, rivolto a Di Maio: “In questo Paese c’è un mucchio di invidia nei confronti di un giovane ministro che ce l’ha fatta con la forza delle sue idee. Ti sei scelto il compito più difficile, da parte mia grazie Luigi e grazie al Movimento 5 Stelle”.

M5S, la battaglia di De Falco

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(Antonio Atte) – Gregorio De Falco chiede di tornare ’a bordo’. E’ ufficialmente partita la battaglia legale tra il senatore ex 5 Stelle e i vertici del Movimento. L’ex capitano di fregata ha deciso infatti di impugnare il provvedimento di espulsione decretata dal collegio dei probiviri M5S lo scorso 31 dicembre, dando mandato all’avvocato Lorenzo Borrè (’bestia nera’ dei pentastellati alla luce dei vari ricorsi vinti in passato) di procedere con l’atto di citazione nei confronti dell’Associazione M5S nella persona del capo politico Luigi Di Maio, depositato presso il Tribunale ordinario di Roma.

“Gregorio De Falco rimane a bordo. Poiché gli atti sono nulli, voglio rimanere nel Movimento perché la mia azione politica è coerente con il contratto, con il programma e con le finalità fondanti del M5S” dice De Falco all’AdnKronos. “Se si fosse deciso a maggioranza di seguire una linea politica differente, per esempio sul dl sicurezza, avrei anche valutato di seguirla se non fosse stata in contrasto con i principi del M5S e con la Costituzione”. E ancora: “Il Movimento ha fatto un grave errore, dando prova del fatto che nel M5S non ci può essere dialettica, contraddicendo anche l’articolo 49 della Carta”.

Il provvedimento di espulsione – si legge nel documento in possesso dell’AdnKronos – viene giudicato dal ricorrente “gravemente ingiusto e illegittimo sotto molteplici profili” a partire dalla “volontaria lesione delle guarentigie costituzionali sancite dall’articolo 67” della Carta, in base al quale “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. A De Falco i probiviri M5S avevano contestato, tra i vari punti, la mancata partecipazione al voto in Aula del ’decreto Genova’ e al voto di fiducia su un emendamento del governo al ’decreto sicurezza’.

In particolare, secondo i vertici grillini, De Falco non avrebbe rispettato l’articolo 3 del Codice etico, il quale tra l’altro obbliga il parlamentare “a votare la fiducia, ogni qualvolta ciò si renda necessario, ai governi presieduti da un presidente del Consiglio dei ministri espressione del MoVimento 5 Stelle”. Ma per Borrè si tratta di “una fiducia in bianco che contrasta apertamente con il dettato dell’articolo 67 e 68 della Costituzione. Il giudice – spiega l’avvocato all’AdnKronos – dovrà stabilire se un atto negoziale, imposto dal capo di un partito, possa prevalere sulle prerogative costituzionali”.

De Falco, rimarca Borrè, “si è sempre mosso in modo ortodosso rispetto ai principi del Codice etico, non si è mai sottratto al principio della concertazione democratica. E’ stato posto un voto di fiducia su questioni che vanno contro non solo il programma elettorale del M5S ma anche contro la coscienza del parlamentare. Espellere un parlamentare sul presupposto della violazione episodica di un vincolo, quello di mandato, vietato dalla Costituzione, esula da una visione democratica e improntata ai diritti costituzionali. Uno Statuto di un partito non può porsi contro i diritti costituzionali”.

“Se la Costituzione vieta il vincolo di mandato, e il vincolo viene inserito in uno Statuto, in un Codice etico – osserva ancora il legale ’spina nel fianco’ del M5S – è comunque nullo perché contrario al dettato costituzionale. Non si può far entrare dalla finestra quello a cui la Costituzione sbarra la porta”.

Per De Falco quel provvedimento di espulsione è illegittimo anche per una serie di altri motivi. In primis, scrive Borrè nell’atto di citazione, la nomina di Riccardo Fraccaro, Nunzia Catalfo e Jacopo Berti quali componenti del collegio dei probiviri è avvenuta “in violazione dello Statuto” del M5S: in particolare Berti “è stato nominato in sostituzione della signora Paola Carinelli a seguito di votazione in rete avvenuta il 6.9.2018” con scelta “limitata ad una rosa di tre candidati”, proposta dal garante Beppe Grillo “in violazione” dell’articolo 10 dello Statuto M5S, il quale, prosegue il legale, “prescrive che la scelta avvenga tra una rosa di almeno cinque candidati”.

Anche “laddove si ritenessero valide le (eventuali) nomine di Nunzia Catalfo e Riccardo Fraccaro”, il collegio dei probiviri “risulterebbe costituito da due soli membri, di cui uno (Riccardo Fraccaro) in aperto conflitto d’interessi in quanto ricoprente contestualmente la carica di ministro per i rapporti con il Parlamento (e quindi membro del Governo che non ha ricevuto in due occasioni il voto di fiducia del senatore De Falco, motivo quest’ultimo del provvedimento di espulsione qui impugnato)”, si legge ancora nell’atto.

Non è tutto. L’assenza dall’aula contestata all’ex capitano di fregata, scrive ancora Borrè, “non può in alcun modo configurare violazione del comma 6 dell’articolo 3 del Codice etico”. Perché? “L’irrilevanza disciplinare di tale condotta” è “confermata” dal fatto che “la stessa senatrice Catalfo risulta aver votato tre volte in difformità delle indicazioni del Gruppo ed essere stata assente a ben 200 votazioni su 2.209″ così come il senatore Ciampolillo ha votato 21 volte in difformità ed è stato assente a 143 votazioni”, viene sottolineato nel ricorso.

L’elenco di Borrè non si ferma qui: “La senatrice Piarulli ha votato 14 volte in difformità ed è stata assente a 15 votazioni; il senatore Lorefice ha votato 13 volte in difformità ed è stato assente a 9 votazioni; il senatore Mantero ha votato 13 volte in difformità ed è stato assente a 91 votazioni; il senatore Romano ha votato 11 volte in difformità; il senatore Castiello ha votato 10 volte in difformità ed è stato assente a 81 votazioni e il conto potrebbe continuare coinvolgendo quasi tutti i senatori, di cui nessuno è stato raggiunto da provvedimento disciplinare per tali motivi”.

“Con reddito paghetta ai rom”, botta e risposta Di Maio-Meloni

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Botta e risposta in diretta tv sul reddito di cittadinanza nel corso della trasmissione “L’Aria che Tira” su La 7 tra il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e il vicepremier Luigi Di Maio. “Mi dispiace – ha detto il capo politico del M5S collegato dall’evento di presentazione sul reddito di cittadinanza – perché sia la sinistra ma anche la destra sociale in questo momento dovrebbero condividere un provvedimento che aiuta le fasce più deboli e le reinserisce lavorativamente”.

Immediata la replica della Meloni dallo studio: “C’è una cosa che la destra sociale non farà mai: è pagare con i soldi della gente perbene la paghetta ai rom. Questo non lo farete con i voti della destra sociale. Noi per dare la paghetta ai nomadi non facciamo chiudere imprese italiane”.

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23 Gennaio 2019