Invisibili dietro le sbarre: la disabilità in carcere è una condanna doppia
Il sistema penitenziario italiano trattiene migliaia di persone con disabilità fisiche, intellettive e psichiatriche in condizioni di sostanziale abbandono. I dati raccolti dal Garante rivelano un’emergenza silenziosa: strutture inadeguate, tutele sanitarie insufficienti, percorsi residenziali quasi inesistenti. E una filiera drammatica che parte dall’infanzia con disabilità non gestita, attraversa l’adolescenza senza supporto e approda, troppo spesso, all’età adulta tra le mura di un istituto penale.
Di: Garante delle Persone Private della Libertà Personale – Provincia di Brindisi · Categoria: Rapporto tematico · Brindisi, 23 maggio 2026
C’è una verità scomoda che i numeri del sistema penitenziario italiano continuano a restituire, anno dopo anno, con implacabile coerenza: le persone con disabilità che entrano in carcere non trovano un luogo di rieducazione, ma uno spazio di moltiplicazione della sofferenza. Il carcere non è costruito per loro. Non ne conosce i bisogni. Non ha i mezzi per rispondervi. E tuttavia le trattiene, spesso più a lungo di quanto la legge richiederebbe, in una zona grigia dove il diritto alla salute diventa promessa vuota.
La dott.ssa Valentina Farina, come Garante della Provincia di Brindisi, ci porta a conoscenza i dati, che le statistiche ufficiali tendono a minimizzare. Le visite compiute negli istituti penitenziari del territorio provinciale e pugliese, i colloqui con i detenuti, i confronti con il personale sanitario e penitenziario compongono un quadro che non può più essere ignorato: la disabilità in carcere è una condanna dentro la condanna.
DATI CRITICI RILEVATI DAL GARANTE · ANNO 2025–2026
| ~14%Detenuti con disabilità accertata o sospetta | >40%Con disturbi psichiatrici diagnosticati | 3 su 4Istituti privi di percorsi dedicati |
| <200Posti in strutture residenziali alternative | 6xIncidenza DHd vs popolazione generale | >60%Famiglie senza supporto istituzionale |
I. Il quadro che i dati disegnano: criticità strutturali
Le criticità non sono episodiche né riconducibili a singole gestioni locali. Sono strutturali, diffuse, sistemiche. Le rilevazioni compiute negli istituti penitenziari della provincia di Brindisi e del territorio pugliese tra il 2024 e il 2026 documentano una realtà in cui la disabilità — fisica, sensoriale, intellettiva o psichiatrica — raramente viene identificata correttamente all’ingresso, quasi mai accompagnata da un piano individualizzato di trattamento, e quasi mai supportata con strumenti di uscita alternativi alla detenzione ordinaria.
Le barriere architettoniche restano una costante vergognosa: celle non accessibili, bagni senza ausili, assenza di servoscala o percorsi tattili per non vedenti. Ma le barriere più pericolose sono quelle invisibili: l’assenza di psicologi in numero sufficiente, la carenza di psichiatri, l’impossibilità materiale per molti detenuti con disabilità intellettiva di comprendere il regolamento penitenziario, di esercitare i propri diritti, di comunicare un disagio.
| “Il carcere non può essere la risposta di default alla disabilità non gestita. Quando lo diventa, smette di essere un luogo di giustizia e diventa un luogo di abbandono istituzionalizzato.” |
II. La salute come diritto tradito
La Costituzione è chiara: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. L’articolo 32 garantisce il diritto alla salute. Eppure la realtà che osserviamo è quella di detenuti con disturbi psichiatrici gravi tenuti in isolamento per mancanza di alternative; di persone con disabilità fisica costrette a dipendere da compagni di cella per bisogni primari; di soggetti con disabilità intellettiva che accumulano sanzioni disciplinari perché non comprendono le norme che violano.
La presa in carico sanitaria è frammentata e discontinua. Il passaggio di competenze dalla medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale, avvenuto nel 2008, non si è ancora tradotto in una reale parità di accesso alle cure. Chi è detenuto riceve cure di serie B: visite ritardate, farmaci non sempre disponibili, specialisti difficilmente raggiungibili. Per chi ha una disabilità, questo deficit si moltiplica.
| ⚠ Criticità sanitaria prioritariaIn numerosi istituti visitati, persone con diagnosi di disturbi dello spettro autistico, ritardo intellettivo medio-grave e psicosi croniche sono detenute in reparti ordinari, senza protocolli differenziati, senza educatori specializzati e senza raccordo operativo con i servizi sociali territoriali di provenienza. Il carcere, per queste persone, aggrava le condizioni di salute invece di tutelarle. |
III. Minori con DHd: la filiera interrotta che porta al reato
Il nodo della diagnosi mancata o tardiva
Uno degli aspetti più allarmanti emersi dalle nostre rilevazioni, sottolinea Valentina Farina, riguarda i minori con Disturbi del Neurosviluppo ad Alta complessità (DHd) — che includono disturbi dello spettro autistico, ADHD grave, disabilità intellettiva, disturbi della condotta associati a patologie neurologiche — che, non ricevendo interventi adeguati nell’infanzia e nell’adolescenza, scivolano in età adulta verso comportamenti devianti e, infine, verso il circuito penale.
Non si tratta di fatalità. Si tratta di un fallimento prevedibile e prevenibile della filiera istituzionale. La diagnosi arriva tardi, quando arriva. Il supporto scolastico è insufficiente. I servizi neuropsichiatrici infantili sono sottofinanziati e con liste d’attesa che si misurano in anni. Le famiglie — spesso sole, spesso esauste — non ricevono né formazione né sostegno economico adeguato. E così un bambino di otto anni con un disturbo del neurosviluppo non trattato diventa un ragazzo di sedici con comportamenti problematici, e poi un adulto di venticinque che commette reati direttamente correlati alla sua patologia non gestita.
| “Non è il destino a portare questi ragazzi in carcere. È la nostra incapacità, come sistema, di intercettarli, sostenerli e costruire attorno a loro percorsi alternativi quando sono ancora in tempo.” |
I fattori patologici come determinanti del reato
I dati raccolti attraverso colloqui clinici con detenuti adulti che presentano diagnosi di DHd rivelano un pattern ricorrente: impulsività non controllata, difficoltà nella gestione della frustrazione, incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, vulnerabilità all’influenza negativa del gruppo dei pari. Queste non sono scuse. Sono spiegazioni clinicamente fondate che il sistema di giustizia penale stenta ancora ad accogliere pienamente.
La correlazione tra disabilità del neurosviluppo non trattata e comportamento criminale è documentata dalla letteratura scientifica internazionale. In Svezia, nel Regno Unito, in Australia, questa evidenza ha prodotto politiche pubbliche concrete: programmi di diversion, tribunali specializzati, percorsi di giustizia riparativa con accompagnamento clinico. In Italia siamo ancora in larga misura al punto di partenza.
IV. Il peso sulle famiglie: un carico insostenibile
C’è un attore che i rapporti istituzionali citano poco e che invece occupa il centro del sistema: la famiglia. Sono le famiglie — quasi sempre le madri — che per anni gestiscono il figlio con DHd senza supporti adeguati. Che accompagnano alle visite, combattono con le scuole, cercano strutture inesistenti, pagano terapisti di tasca propria quando i servizi pubblici non ce la fanno. Che poi, quando il figlio commette il reato, si trovano davanti a un sistema giudiziario che raramente le considera come risorsa e quasi mai come soggetto bisognoso di tutela.
Il carico familiare nella gestione della disabilità complessa è già di per sé tra i più alti d’Europa in termini di ore settimanali di cura informale non remunerata. Quando si aggiunge la componente penale — i processi, il carcere, le udienze, i trasferimenti — il sistema esplode. Famiglie che si impoveriscono, si disgregano, si ammalano. Famiglie che il sistema utilizza come ammortizzatori gratuiti e poi abbandona.
| ⚠ Emergenza carico familiareIn oltre il 60% dei casi analizzati, le famiglie di detenuti con disabilità dichiarano di non aver ricevuto alcun supporto istituzionale strutturato durante la detenzione del proprio congiunto, né orientamento sui percorsi alternativi disponibili. Il 38% riferisce conseguenze economiche gravi direttamente collegate alla situazione del familiare detenuto. |
V. Verso soluzioni: percorsi residenziali dedicati e risposte di sistema
La denuncia da sola non basta. Come Garante , la dott.ssa Farina, ha il compito di indicare percorsi. E i percorsi esistono, là dove si ha il coraggio politico e istituzionale di costruirli.
1. Incremento urgente delle strutture residenziali alternative
L’Italia dispone oggi di meno di duecento posti in strutture residenziali alternative alla detenzione specificamente dedicate a persone con disabilità e disturbi psichiatrici autori di reato. È un numero irrisorio rispetto al fabbisogno stimato. Occorre un piano straordinario di espansione delle REMS — Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza — e la creazione di nuove tipologie di strutture a media e bassa intensità di sicurezza, con personale formato e protocolli clinici integrati.
2. Percorsi di presa in carico precoce e diversion
Per i minori e i giovani adulti con DHd intercettati dal circuito penale, è necessario istituire percorsi di diversion strutturati, sul modello delle esperienze europee più avanzate: valutazione neuropsichiatrica obbligatoria all’ingresso nel procedimento penale; misure alternative costruite attorno al piano clinico individuale; accompagnamento continuativo da parte di équipe multidisciplinari; raccordo operativo obbligatorio tra Ministero della Giustizia, SSN, Servizi Sociali e scuola.
3. Formazione del personale penitenziario
Il personale di Polizia Penitenziaria e gli operatori degli istituti non possono essere lasciati soli davanti alla complessità della disabilità. Occorrono programmi formativi obbligatori, aggiornati e continuativi, che forniscano strumenti per riconoscere, comunicare e gestire in modo appropriato le persone con disabilità intellettiva, disturbi dello spettro autistico, patologie psichiatriche.
4. Supporto alle famiglie come pilastro del sistema
Le famiglie non sono variabili dipendenti del problema. Sono una risorsa che il sistema deve imparare a valorizzare, sostenere e proteggere: figure di case manager dedicate, sportelli di orientamento, contributi economici per le spese legate alla detenzione del congiunto disabile, percorsi di supporto psicologico strutturati per tutto l’arco della misura penale.
5. Un sistema di raccolta dati provinciale e nazionale
Non è possibile costruire politiche efficaci in assenza di dati affidabili. Oggi il sistema penitenziario non dispone di un registro centralizzato delle persone detenute con disabilità, della loro tipologia di bisogno, delle misure adottate, degli esiti. Il Garante chiede l’istituzione di un sistema informativo integrato, con aggiornamenti semestrali, accessibile alle istituzioni competenti e ai soggetti della società civile accreditati.
| “Ciò che non si misura non si governa. E ciò che non si governa si lascia alle vittime di gestire da sole.” |
VI. Conclusioni: un appello che non può restare inascoltato
Il carcere non è, e non può essere, la risposta alla disabilità. Quando lo diventa — per inerzia, per mancanza di risorse, per assenza di alternative — il sistema smette di fare giustizia e comincia a fare violenza. Una violenza silenziosa, nascosta dietro i cancelli, invisibile alla percezione pubblica, ma reale e quotidiana nella vita di migliaia di persone e delle loro famiglie.
Il Garante ribadisce con forza: la tutela dei diritti delle persone private della libertà non è una questione di clemenza. È una questione di civiltà giuridica. E la civiltà di un sistema si misura anche — forse soprattutto — da come tratta chi è più vulnerabile, più solo, più dimenticato.
Il momento di agire non è domani. È adesso.
Il presente articolo è redatto sulla base dei dati raccolti nell’ambito dell’attività istituzionale del Garante delle Persone Private della Libertà Personale della Provincia di Brindisi, delle visite effettuate negli istituti penitenziari del territorio provinciale e pugliese nel biennio 2024–2026 e delle audizioni condotte con operatori sanitari, giuridici e del terzo settore.
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