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Gerusalemme capitale, il perché della scelta di Trump

Gerusalemme capitale, il perché della scelta di Trump

cms_7904/trump_documento_gerusalemme_afp.jpgUna decisione controversa. Donald Trump ha scelto di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e avviare il processo di trasferimento della ambasciata Usa valutando più convenienze politiche che diplomatiche. E mantenere le promesse elettorali fatte ad importanti finanziatori pro Israele e ai leader della destra cristiana, base elettorale cruciale per la sua vittoria e il proseguimento della sua ’rivoluzione’.

“La decisione non è stata presa nell’ambito del processo di pace ma per rispettare le promessa della campagna elettorale”, ha riferito una fonte governativa al ’Washington Post’, citando anche consiglieri che affermano che il presidente – che nelle ultime settimane ha chiesto il parere di molti – sembrava non avere la comprensione piena della complessa questione e invece appariva soprattutto concentrato sull’apparire “pro Israele”.

LAS VEGAS – Le pressioni principali sono arrivate da Sheldon Adelson, il magnate dei casinò di Las Vegas, grande sostenitore di Israele molto vicino a Benjamin Netanyahu, che durante la campagna elettorale ha versato ben 20 milioni di dollari nelle casse di Trump e 1,5 milioni alla convention Gop, dopo la promessa esplicita dell’allora candidato del trasferimento dell’ambasciata.

Per questo Adelson – che, riporta il ’New York Times’, a 10 giorni dall’insediamento di Trump affermava che il nuovo presidente gli aveva promesso che la questione di Gerusalemme sarebbe stata prioritaria – si infuriò quando, lo scorso giugno, il presidente non mantenne la sua promessa.

LA CENA – Da allora ci sono stati frequenti contatti con Trump, Jared Kushner, Stephen Bannon e anche una cena alla Casa Bianca insieme alla moglie Miriam.

Uguale la delusione e le pressioni dei gruppi della destra cristiana: “In diversi incontri gli evangelici e i cristiani che credono nella Bibbia hanno rimarcato la particolare relazione con Israele”, ha dichiarato Tony Perkins. Non a caso, prima dell’annuncio, la Casa Bianca ha organizzato una conference call con i leader religiosi come Ralph Reed, fondatore della ’Faith and Freedom Coalition’, e Mike Evans, esponente del gruppo dei cristiani sionisti.

I CRISTIANI – Gruppi che hanno anche il sostegno del vice presidente Mike Pence, di cui è nota la vicinanza a gruppi ultra-conservatori cristiani, che era uno dei più accesi sostenitori del riconoscimento di Gerusalemme all’interno dell’amministrazione.

Mentre il segretario di Stato, Rex Tillerson, e il capo del Pentagono, Jim Mattis, hanno espresso posizioni più caute, chiedendo più tempo per predisporre misure di sicurezza soprattutto nelle sedi diplomatiche nei Paesi a rischio.

STATUS QUO – Secondo quanto rivelato, Kushner e Jason Greenblat – che a giugno avevano convinto il presidente ad aspettare – anche hanno sostenuto la mossa affermando che uno scossone allo status quo avrebbe potuto aiutare più che danneggiare il processo di pace.

Riconoscendo la possibilità che l’annuncio potrà provocare nell’immediato proteste e reazioni diplomatiche, il miliardario immobiliarista e l’avvocato a cui Trump ha affidato le sorti della pace in Medio Oriente si sono detti convinti che la scelta possa far superare lo choc.

Brexit, c’è l’accordo

cms_7904/brexit.jpgC’è l’accordo sulla Brexit. Lo ha annunciato il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker dopo l’incontro con la premier britannica Theresa May a Bruxelles. “E’ stato un negoziato difficile, ma adesso abbiamo una prima svolta e siamo pronti a lavorare alla seconda fase dei negoziati immediatamente”, ha detto Juncker, dicendosi “soddisfatto per l’accordo equo raggiunto con il Regno Unito”.

“La Commissione Ue ha raccomandato oggi al Consiglio europeo di concludere che progressi sufficienti sono stati fatti nella prima fase dei negoziati sull’articolo 50 con il Regno Unito – si legge in una nota diffusa dall’esecutivo di Bruxelles – Sta adesso al Consiglio europeo il 15 dicembre decidere se sono stati fatti progressi sufficienti, permettendo ai negoziati di procedere alla seconda fase”. In particolare, la Commissione “è soddisfatta che progressi sufficienti siano stati fati in ognuna delle tre aree prioritarie: diritti dei cittadini, dialogo su Irlanda/Irlanda del Nord ed accordo finanziario”.

MAY – Per la premier britannica Theresa May, l’accordo raggiunto oggi a Bruxelles rappresenta “un miglioramento significativo” rispetto a quanto era stato concordato lunedì scorso ed “è nel migliore interesse del Regno Unito”. May ha detto che l’accordo raggiunto con Bruxelles garantirà i diritti dei tre milioni di cittadini europei nel Regno Unito “sulla base della legge britannica e fatta rispettare dai tribunali britannici”. I termini finanziari per l’accordo di divorzio sono “equi per il contribuente britannico”, ha poi assicurato la premier, garantendo infine tra che l’Irlanda e l’Irlanda del Nord “non ci sarà un hard border”, un ritorno ai confini, ma che questo non significa che l’Ulster avrà uno status speciale.
Catalogna, 45mila in corteo a Bruxelles cantano l’inno nazionale
cms_7904/catalogna_video.jpgCirca 45mila manifestanti, moltissimi dei quali arrivati dalla Catalogna in autobus, in aereo, in treno, in auto o in camper, hanno sfilato oggi pomeriggio per le vie di Bruxelles, per una manifestazione convocata dall’Assemblea Nazionale Catalana e dall’associazione Omnium Cultural in appoggio alla causa indipendentista, con lo slogan “Svegliati Europa!”, per chiedere all’Ue di rispettare la Catalogna. Nel video, alla fine del corteo in piazza Jean Rey, nel Quartiere Europeo della capitale belga, dopo il discorso del presidente in esilio Carles Puigdemont, i manifestanti cantano l’inno nazionale catalano, ‘Els Segadors’ (I mietitori).

Il ritornello intonato dai manifestanti recita “Bon cop de falc/Bon cop de falc, defensors de la terra/Bon cop de falc!”, cioè “Buon colpo di falce, difensori della terra”. E poi: “Que tremoli l’enemic/en veient la nostra ensenya/con fem caure espigues d’or/quan convé seguem cadenes”, e cioé “Che tremi il nemico, vedendo la nostra insegna: come facciamo cadere le spighe dorate, quando è opportuno seghiamo le catene”.

Inferno California: 230mila evacuati

cms_7904/losangeles_afp2.jpgLe fiamme, alimentate da venti fortissimi, continuano a divorare la California, dove, al momento, sono state costrette a lasciare le loro abitazioni oltre 230mila persone. Dall’inizio della settimana sono andati in fumo migliaia di ettari di vegetazione, centinaia di case e molte altre continuano a essere minacciate dalle fiamme. A sud di Los Angeles, almeno due persone sono rimaste ferite. L’agenzia californiana per la lotta contro gli incendi ha avvertito che i venti resteranno fortissimi, di categoria 1 secondo la classificazione degli uragani, fino a 120 chilometri all’ora ancora per tutta la giornata di oggi. Non solo, le temperature elevate di questi giorni creano delle condizioni “estremamente pericolose”. Il mese scorso in un’altra serie di incendi in California erano morte oltre 40 persone.

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9 Dicembre 2017