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Mongolia: coppia di coniugi viene uccisa dalla peste

Risale al V secolo a.C. il famoso brano di Erodoto in cui lo storico parlò di “formiche più piccole dei cani ma più grandi delle volpi che scavando fanno fuoriuscire sabbia aurifera”, un riferimento a quelle che oggi definiamo comunemente marmotte e alla loro abitudine di scavare polvere dorata all’interno delle proprie graziose tane. Col tempo, questo animale è divenuto il simbolo della simpatia tipica dei piccoli roditori oltre che di numerose tradizioni; come dimenticare ad esempio il “giorno della marmotta”, in cui milioni di americani hanno l’abitudine di osservare il comportamento dell’animale e della sua reazione ai raggi solari riflessi sulla neve per provare a dedurre quanto ancora durerà l’inverno nelle proprie città.

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Eppure, fra le tante abitudini che collegano il regno delle marmotte a quello degli uomini, ve n’è anche una decisamente più cruenta, ma non per questo meno apprezzata da svariati abitanti della Mongolia e non solo: nutrirsi della carne cruda, del fegato e di altri organi interni dell’animale, i quali, a propria volta, sarebbero ritenuti utili a rafforzare il sistema immunitario. Tale usanza, particolarmente diffusa nei paesi centroasiatici, si sarebbe tuttavia rivelata fatale per una coppia di sposi che, ignorando le indicazioni della comunità scientifica internazionale e forse perfino del buonsenso, ha deciso di nutrirsi di una marmotta la quale, verosimilmente, loro stessi si erano procacciati qualche ora prima. Per loro sfortuna, i due hanno contratto il batterio dello Yersinia Pestis, il bacillo che genera quella che conosciamo come peste e che, se non debellato con adeguati antibiotici, può condurre alla morte del paziente nel giro di un paio di giorni. La coppia lascia quattro figli di età compresa tra i due ed i 13 anni (vi è inoltre da dire che la donna era incinta di un quinto figlio); ma, soprattutto, la loro morte provoca un forte allarme sanitario nella nazione mongola. Già, perché, sebbene la peste sia una zoonosi e dunque la gran parte delle trasmissioni batteriche avvengono tramite il contatto con i roditori, non è certo questo l’unico modo con cui essa può trasmettersi: è sufficiente ad esempio che una pulce morda dapprima un elemento sofferente di peste ed in seguito uno sano per contagiare anche quest’ultimo; per non parlare del fatto che lo Yersinia può diffondersi perfino per via aerea arrivando a colpire i polmoni dei soggetti più vulnerabili.

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In altre parole, nel Paese è stato inaugurato un clima di sostanziale allerta: gli aeroporti hanno adottato stringenti misure di sicurezza per evitare che qualunque uomo contagiato possa salire su un volo di linea, mentre il governo ha caldamente invitato la popolazione ad evitare il contatto con qualunque carcassa di animale. La Russia, intanto, ha disposto la chiusura delle proprie frontiere con la Mongolia come forma di tutela preventiva dei propri abitanti. 160 persone sono state messe in quarantena e sottoposte a specifiche osservazioni dal momento che le proprie attività negli ultimi giorni le renderebbero sospettabili di aver contratto il batterio, sebbene al momento sulle loro condizioni di salute non vi sia ancora nessuna certezza.

Verrebbe da chiedersi come sia stato possibile che un gesto apparentemente così banale come nutrirsi di carne cruda nel 2019 possa aver paralizzato un’intera nazione. Paradossalmente, proprio la rarità della malattia in questione (appena 584 casi mortali legati alla peste sono stati accertati negli ultimi cinque anni) rappresenta al tempo stesso la sua pericolosità: ognuno di noi sente di essere al riparo dal batterio e di conseguenza non fa nulla per prevenirne il contagio, ignorando spesso perfino le più banali norme igieniche che, almeno in alcuni casi, consentirebbero di aver salva la vita.

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Si direbbe pertanto che, nonostante tutto, la peste bubbonica non sia ancora stata debellata in ogni parte del globo. Del resto, essa ha accompagnato il genere umano per gran parte della sua storia: la famigerata malattia flagella infatti l’essere umano da ormai quasi quattro millenni, e perfino le analisi eseguite sui resti di alcuni uomini primitivi vissuti intorno al XXXVIII secolo a.C. ne testimoniano le inconfondibili conseguenze. Indubbiamente, a differenza di quanto accaduto in passato, la diffusione e le conseguenze del morbo sono oggi ben più facilmente contenibili; eppure, i due morti registrati in Mongolia sembrano sottolineare ancora una volta la differenza tra la limitazione di un problema e la risoluzione definitiva dello stesso.

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Data:

9 Maggio 2019