Traduci

Serbia: migliaia di persone in piazza contro il Presidente Vucic

Immaginate una città dove migliaia di manifestanti anti governativi sembrano avere meno voglia d’indurre alle dimissioni il Presidente di quanta non ne abbia il Presidente stesso di dimettersi. È quello che sta accadendo da diversi mesi a Belgrado, dove decine di migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere al Presidente Aleksandar Vucic di adottare in futuro delle politiche meno ambigue in merito alla collocazione strategica e alle alleanze della nazione balcanica con gli altri stati europei, ma dove in pochi, per varie ragioni, sembrano aver intenzione di chiedere con sufficiente veemenza le elezioni anticipate. In verità, le richieste dei manifestanti sarebbero molteplici: decine di gruppi studenteschi e di partiti sia progressisti che conservatori continuano a inviare i propri manifestanti nelle piazze di Belgrado e ciascuno di essi sembra avere le proprie particolari rivendicazioni e le proprie personalissime ragioni per protestare, al punto che, in effetti, inizia perfino a diventare difficili sintetizzare quali siano le reali richieste di una piazza così diversificata al proprio interno.

cms_12188/2.jpg

Di certo ognuno di questi “ribelli” sembra essere accomunato, più che da un’idea o da un progetto politico, da… una camicia azzurra. Ad alcuni tale emblema potrà apparire curioso, eppure, bisogna considerare che le proteste erano state assai pacifiche fino a quando il 23 novembre scorso, un militante del partito “sinistra serba” di nome Borko Stefanovic era stato aggredito durante un comizio da alcuni loschi individui incappucciati finendo in ospedale. Immediatamente, Stefanovic aveva reso pubbliche le fotografie della propria camicia azzurra insanguinata, al punto che negli ultimi giorni il simbolo della protesta sono divenute, per l’appunto, le camicie insanguinate.

Al centro del dibattito vi è ovviamente la figura del Capo di Stato Vucic: ex giornalista divenuto noto a livello nazionale grazie ai propri reportage durante la guerra bosniaca, Vucic è in poco tempo divenuto il leader del partito progressista serbo grazie – tra le altre cose – alla sua promessa di far entrare la nazione nell’Unione Europea entro il prossimo decennio. Peccato soltanto che, come più volte ripetuto dalle massime istituzioni continentali, tale accesso sia vincolato al riconoscimento da parte del governo serbo del Kosovo, un riconoscimento che, inutile dirlo, Vucic non è disposto a concedere per nessuna ragione.

cms_12188/3.jpg

A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato l’improvvisa scomparsa di Oliver Ivanovic, un esponente politico serbo-kosovaro che negli ultimi anni aveva più volte espresso posizioni di dissenso verso l’esecutivo di Belgrado: “la gente del Kosovo non ha paura degli albanesi (antagonisti dei popoli slavi nella contesa dello stato, ndr) ma di serbi criminali locali a bordo di fuoristrada senza targa automobilistica” aveva asserito poco prima della sua morte; una dichiarazione assai lungimirante, dal momento che nel giro di poco tempo sarebbe stato assassinato proprio da alcuni colpi d’arma fuoco sparati da un’auto in corsa. Naturalmente, non esistono prove in grado di collegare quanto accaduto con la figura di Vucic o di uno qualunque dei membri del suo gabinetto, eppure, di certo la questione ha contribuito ad alimentare il clima di tensione che da tempo si respira nel Paese.

cms_12188/4.jpg

Ancora una volta dunque il Kosovo, questo piccolo Paese poco più grande della nostra Basilicata, sembra essere destinato a divenire l’oggetto di una feroce contesa e di grandi polemiche. Non solo infatti il governo di Vucic non sembra avere alcuna intenzione di abbandonare al proprio destino i numerosi cittadini serbi residenti nella regione, ma su questo punto sembra perfino aver trovato un prezioso alleato nel Presidente Russo Putin, il quale ha pubblicamente lodato il capo di stato balcanico asserendo di condividere fino in fondo la sua linea d’azione. Quello con Mosca, potrebbe indubbiamente rappresentare un asse molto importante, ma di certo tale empatia nelle ultime settimane ha portato la Serbia ad un ulteriore allontanamento dall’Ue, e da qui, la perplessità di migliaia di cittadini.

Innanzi a tutto ciò, il Presidente si è limitato ad esprimere la propria indifferenza verso quanto sta accadendo nelle piazze della capitale: “Non mi dimetterei nemmeno se a protestare contro di me ci fossero cinque milioni di cittadini” ha dichiarato. Una frase che ha destato molte polemiche al punto che, nella giornata di ieri, molti manifestanti hanno preparato dei cartelli con su scritto “uno contro cinque milioni” in riferimento per l’appunto alle parole del capo di Stato. Vucic ha inoltre asserito che non scenderà mai a patti con i dimostranti e che anzi, potendo scegliere fra le due cose, preferirebbe tornare al voto.

cms_12188/5.jpg

Proprio quest’ultimo sembrerebbe essere in effetti l’aspetto più paradossale della situazione: nonostante la baraonda scatenatasi ormai da diversi mesi, parrebbe infatti che secondo i sondaggisti vi sarebbe una maggioranza silenziosa di serbi quantificabile in una percentuale vicina al 55% che appoggerebbe l’operato del governo; di contro, l’eterogeneo gruppo dei contestatori quant’anche si presentasse unito alle elezioni (evenienza assai inverosimile), in un’ipotetica tornata elettorale non raccoglierebbe più di un modesto 15% dei consensi. Tutto ciò, ci lascia riflettere su quanta differenza vi sia fra i manifestanti delle grandi città e gli uomini residenti invece nelle campagne o nei piccoli centri urbani; ci lascia riflettere, ancora, su quanto la Serbia al momento sia un Paese diviso, ma soprattutto, ci lascia riflettere sul fatto che, per quanti errori possa aver commesso l’attuale leader del Paese la maggior parte dei suoi connazionali al suo posto avrebbe agito nello stesso modo, d’altronde se così non fosse Vucic non sarebbe arrivato dov’è adesso.

Autore:

Data:

20 Marzo 2019