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Brasile: Bolsonaro ordina ai militari di commemorare la dittatura

Nel 1961 in Brasile accadde uno degli eventi più incredibili della storia politica sudamericana: il neoeletto Presidente Janio Quadros, organizzò un golpe… contro il suo stesso governo. Già, perché l’impossibilità di realizzare fino in fondo le proprie politiche ben presto lo spinsero a rinunciare alla presidenza sicuro che il parlamento non solo avrebbe respinto le sue dimissioni, ma pur di far sì che rimanesse in carica gli avrebbe concesso pieni poteri. Peccato soltanto che non solo le cose non andarono come aveva sperato, ma che il suo azzardato tentativo nel giro di pochi anni condusse ad un altro golpe… questa volta promosso dai militari.

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Già, perché al posto di Quadros salì al potere il suo vice, Joao Goulart, un uomo che a differenza del proprio predecessore aveva idee estremamente radicali in merito alla questione dei diritti civili e che, cosa forse più importante, incontrò una massiccia opposizione da parte dell’alta borghesia brasiliana e dei soldati. Un’opposizione che nel giro di pochi anni, come detto, si tradusse in un colpo di stato tramite il quale il governo di Goulart venne rovesciato e sostituito con esecutivi guidati da “alleanza riformatrice nazionale”, il partito ufficiale dei militari.

Alla presidenza si avvicendarono Humberto Castelo Branco e Artur Da Costa, due generali il cui mandato per delle naturali circostanze non durò a lungo: il primo infatti rimase vittima di un incidente aereo prima che il suo mandato si esaurisse, mentre il secondo venne colpito da un’embolia che lo avrebbe ucciso nel giro di poco tempo. In teoria secondo la costituzione brasiliana sarebbe dovuto salire al potere come loro naturale successore Pedro Aleixo, il quale tuttavia aveva uno sgradevole ed evidentemente intollerabile difetto: era un civile.

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Pur d’impedire che un uomo estraneo all’esercito salisse al potere, dunque, i militari, favoriti dalle sovvenzioni previste dall’operazione Condor (la strategia elaborata da Kissinger e Nixon per aiutare le dittature conservatrici in America Latina) formalizzarono la creazione di una giunta militare che avrebbe detenuto il potere per oltre quindici anni.

Durante questo periodo, l’opposizione politica venne pressoché bandita e spesso perfino perseguitata; in particolare, venne inventato un nuovo e fino ad allora inedito strumento di tortura, il “pau de arara”, un metodo attraverso il quale i prigionieri venivano legati ad una barra di ferro e appesi a testa in giù fino a quando il sangue non raggiungeva il cervello; un supplizio che, spesso, veniva accompagnato da frequenti scariche di elettroshock. Si calcola che oltre ventimila persone vennero arrestate, torturate o uccise dal regime, eppure come nelle altre nazioni sudamericane i veri responsabili di queste stragi non vennero mai imprigionati: al contrario, un’amnistia ne avrebbe in seguito decretato la liberazione.

Sarebbe stato necessario attendere il 1985 prima che il Brasile tornasse ad uno stato di sostanziale democrazia: il primo presidente eletto dopo la buia epoca dei militari fu Tancredo Neves, ma coerentemente con la tradizione di morti premature che dagli anni ‘60 in poi accompagnò i leader del Paese, anche quest’ultimo venne colto da un’infezione ospedaliera, così decedette prima ancora di potersi insediare. Al suo posto salì al potere José Sarney, un uomo grazie al quale, finalmente, tutto parve tornare alla normalità fino al punto che l’oscuro periodo delle persecuzioni, delle torture e delle violenze gratuite sembrò pian piano diventare un lontano ricordo.

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Nei palazzi del potere di Brasilia, un giorno, si sarebbe perfino insediata quella che un tempo era stata una vittima delle torture militari, Dilma Rousseff, un evento che sembrò dimostrare l’impossibilità che nel Paese potesse ancora esistere un contingente numero di nostalgici della dittatura. Eppure, proprio mentre ciò accadeva, alle luci della ribalta salì un uomo che nel giro di poco tempo avrebbe dimostrato esattamente il contrario.

Aveva iniziato la sua carriera politica candidandosi al ruolo di consigliere comunale a Rio De Jainero nel 1988, proprio nel periodo in cui la giunta militare era da poco caduta. Nell’arco di qualche decennio era riuscito a farsi eleggere in parlamento distinguendosi, fra le altre cose, per aver più volte inneggiato agli spietati generali che avevano guidato il Paese nei tempi andati; ad uno di essi, in particolare, dedicò proprio il voto con il quale aveva chiesto l’impeachment per la Presidentessa Dilma Rousseff. Ebbene, a distanza di qualche anno quell’uomo avrebbe vinto le elezioni insediandosi contro ogni pronostico al Palàcio do Planalto: si chiamava Jair Bolsonaro.

Nella giornata di lunedì, un suo sorprendente annuncio ha fatto tornare per la prima volta dopo tanti anni a discutere del famoso colpo di stato degli anni ‘60: il Presidente ha infatti richiesto al Ministero della Difesa e alle forze armate di organizzare delle solenni celebrazioni in vista del 31 marzo (anniversario dell’evento) per onorare ufficialmente il sanguinoso golpe. In più occasioni, Bolsonaro ha espresso tutta la propria vicinanza verso coloro che resero possibile tale episodio asserendo che “senza di loro oggi avremmo un governo che non sarebbe buono per nessuno” e rifiutandosi perfino di definirlo un vero e proprio colpo di stato.

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Naturalmente, ognuno è libero di condividere o meno le politiche del Presidente brasiliano, al pari delle sue scelte o delle sue idee. Eppure, qualunque evento potrà condizionare la politica sudamericana nei prossimi anni non potrà condizionare, viceversa, il nostro giudizio storico su quanto avvenuto in passato: non potrà farci dimenticare che il governo dei militari non ha portato solo divisioni nazionali e violenza, ma anche e soprattutto ad una ferita che non potrà essere cancellata nemmeno con una differente interpretazione degli eventi accaduti.

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Data:

27 Marzo 2019