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L’annuncio di Erdogan

L’imperatore Giustiniano doveva essere davvero molto determinato a creare un monumento unico e meraviglioso quando ordinò la costruzione della Basilica di Santa Sofia. Pur di creare un complesso stupefacente, infatti, egli non solo non badò a spese ma ordinò che da ciascun angolo dell’impero giungessero frammenti in grado di arricchire e di rendere sublime quella che sarebbe divenuta la più grande chiesa della cristianità. Colonne ellenistiche del tempio di Artemide, pietre di porfido egiziane, marmo verde della Tessaglia, pietre nere e gialle provenienti rispettivamente dal Bosforo e dalla Siria: da ogni regione giunsero oggetti sgargianti in grado di dare il proprio prezioso contributo nel creare un’alchimia di colori e di stili eterogenea ed irripetibile.

Come sappiamo, la città di Istanbul (o Bisanzio, com’era chiamata all’epoca), in quando capitale dell’impero bizantino, non rispondeva direttamente al Papa, bensì alle autorità del cristianesimo nestoriano prima e, in seguito, al grande scisma dell’XI secolo, ai patriarchi della chiesa ortodossa; di conseguenza, i culti di tali religioni furono anche gli unici che vennero ammessi nella Basilica di Santa Sofia almeno fino a quando in seguito alla quarta crociata, nel 1204 la città venne conquistata dall’impero latino, un miscuglio di forze cattoliche occidentali. Il doge di Venezia Enrico Dandolo, la vera mente dell’intera operazione, rimase talmente affascinato dalle bellezze della chiesa (nel frattempo convertita ai culti cattolici) da ordinare di essere sepolto lì alla sua morte, e così fu.

Malgrado ciò, l’egemonia latina sulla città non sarebbe durata a lungo: nel 1261 infatti, dopo essere stato informato dalle sue spie che i soldati veneziani avevano lasciato la città per attaccare il forte di Dafnusio, il generale Alessio Strategopulo inviò un contingente di ottocento soldati attraverso una porticina presente nelle mura di Bisanzio e colpevolmente lasciata senza sorveglianza: sembra incredibile, ma quello sparuto manipolo di uomini fu sufficiente a riconquistare la città consegnandola, per la seconda volta, nelle mani dei bizantini.

Ben presto, tuttavia, la paziente Basilica sarebbe stata ulteriormente depredata divenendo, suo malgrado, simbolo di una terza e ben più radicata religione. Nel 1453 le forze ottomane occuparono, dopo un estenuante sforzo, la città di Bisanzio, o, come fu chiamata da quel momento in poi, Costantinopoli. Una delle più grandi città della cristianità passò sotto le mani del Sultano Maometto II il quale premiò i propri soldati autorizzandoli a razziare i templi e le chiese locali, tra le quali ovviamente anche la Basilica di Santa Sofia. Il luogo venne depredato delle sue bellezze, le sue porte abbattute e coloro che vi avevano cercato rifugio vennero uccisi o resi schiavi. Sembrava che tale episodio potesse sancire la fine del maestoso complesso, eppure, in quel momento accadde qualcosa d’insperato: il sultano non appena fece il proprio ingresso nella Basilica ebbe un’intuizione destinata a cambiare il corso della storia, non bisognava distruggere Santa Sofia ma trasformarla in una moschea.

Il famigerato luogo divenne per secoli uno degli spazi più importanti per i musulmani di tutto il mondo e continuò ad esserlo fino a quando nel 1935 il Presidente Ataruk, nell’ambito di una più complessa laicizzazione del Paese, decise di trasformare la moschea in un museo aperto ai turisti provenienti da ogni parte del mondo; una decisione contro la quale fin da subito si sono schierati i più ferventi integralisti islamici i quali hanno più volte presentato i propri ricorsi presso la corte suprema venendo tuttavia ogni volta sconfitti. In loro supporto, però, potrebbe presto intervenire nientemeno che il Presidente turco Erdogan: in occasione di un comizio in vista delle elezioni locali del 31 marzo, Erdogan ha infatti dichiarato che modificherà la legge per far tornare la Basilica di Santa Sofia ad essere a tutti gli effetti una moschea, trasformando così Istanbul nella quarta città più importante per i fedeli musulmani dopo Medina, La Mecca e Gerusalemme.

Tale decisione giunge all’indomani del brutale attentato contro la comunità islamica di Christchurch, il cui autore, Brenton Tarrant, aveva utilizzato tra le altre motivazioni proprio quella di voler spingere l’occidente a riconquistare la Basilica di Santa Sofia, sottraendola al dominio turco. Erdogan ha utilizzato parole tutt’altro che diplomatiche nei confronti dei governi neozelandesi e australiani da lui ritenuti ostili all’islam, e durante l’anniversario della battaglia di Gallipoli (in cui gli ottomani combatterono proprio contro le forze armate dei Paesi oceanici) ha dichiarato: “I vostri antenati sono venuti qui e sono tornati nelle bare, non abbiate dubbi sul fatto che vi rimanderemo indietro come loro”.

Eppure, il sospetto è che dietro la retorica nazionalista e ultrareligiosa di Erdogan si celi in realtà un profondo desiderio di ammiccare alle frange conservatrici della nazione (da sempre decisive in vista delle tornate elettorali) e, cosa forse più importante, di far dimenticare alla propria popolazione le sempre più pressanti difficoltà economiche che il Paese sta da tempo attraversando.

La speranza è che a fare le spese di quest’ennesimo conflitto religioso non siano ancora una volta l’arte e la cultura. Già, perché la conversione della basilica in una moschea implicherebbe, tra le altre cose, che a nessun visitatore estraneo alla religione musulmana sarebbe più consentito l’accesso ad uno dei luoghi più belli e più visitati al mondo, e questa in fin dei conti, è forse la notizia peggiore di tutte.

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Data:

30 Marzo 2019