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Messico: scoperto prezioso tesoro precolombiano

Nel 1966, il Messico stava attraversando una delle fasi più febbrili e concitanti della propria storia. Pochi anni prima erano venuti a mancare i due artisti più emblematici della pittura nazionale: Diego Rivera e la moglie Frida; in compenso, la letteratura del luogo era in costante crescita grazie ai romanzi realistici di Juan Rulfo e alle poesie del futuro premio Nobel Octavio Paz. L’improvvisa e per certi versi inattesa industrializzazione del Paese aveva portato, oltre che ad una notevole crescita economica, anche all’ardita decisione del governo di organizzare le olimpiadi del ‘68 e i mondiali di calcio del ’70. Il Paese era, in altre parole, un concentrato di opere in costruzione, cantieri e operai che vi lavoravano. Malgrado fin dal 1928 fosse al potere il “Partito rivoluzionario istituzionale” al centro delle cronache locali finivano sempre più spesso i rivoluzionari non istituzionali, il più delle volte lavoratori o studenti d’ispirazione marxista, il che, nel giro di appena due anni avrebbe portato al massacro di Tlatelolco, dove oltre trecento manifestanti vennero uccisi dai carri armati e dai fucili dell’esercito prima che i cadaveri venissero rimossi senza clemenza dai camion della spazzatura. Nella baraonda, rimase coinvolta anche Oriana Fallaci, presente in Piazza delle tre culture per documentare l’accaduto e rimasta gravemente ferita al punto che, dopo essere stata frettolosamente giudicata morta, venne portata in obitorio prima che un prete si accorgesse dell’errore.

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Naturalmente all’inizio del 66 nessuno poteva ancora immaginare che la situazione sarebbe degenerata in maniera così rocambolesca, eppure, non dev’essere difficile immaginare quali e quante tensioni attraversassero il Paese in quel periodo; così come non dev’essere difficile immaginare che in un clima del genere la notizia del ritrovamento di Balamkù, una grotta risalente al 1.500 A.C. e situata pochi chilometri ad est della piramide di Kukulkan, passò del tutto in secondo piano: le autorità si limitarono a prendere atto della (a loro parere) inutile scoperta e proibirono agli archeologi di visitare approfonditamente la zona bollandola come “troppo pericolosa”, così, per decenni il prezioso luogo rimase avvolto da una coltre di mistero.

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Quando tuttavia dopo un costante e prezioso impegno da parte delle principali associazioni storiche e archeologiche del Paese l’autorizzazione ad avviare le ricerche è stata finalmente concessa, le scoperte sono state non soltanto sbalorditive, ma perfino superiori ad ogni più rosea aspettativa. La grotta, si è infatti rivelata un antico luogo sacro utilizzato oltre tremila anni fa per svolgere dei delicati riti religiosi, come si può facilmente dedurre dagli oltre 155 oggetti ritrovati all’interno di essa, dall’incenso, dai vasi di ceramica, dai resti di cibo, di conchiglie, di piccole opere d’arte rappresentanti divinità e dalle (nota più triste) ossa utilizzate per i sacrifici, tutti oggetti direttamente o indirettamente utili per l’adempimento delle tradizioni liturgiche; insomma, quella caverna non doveva essere meno solenne di quanto per noi non lo sia una chiesa o un monastero. Come previsto avventurarsi negli anfratti della grotta è risultato quantomai arduo, eppure, proprio tale difficoltà ha offerto forse agli addetti ai lavori la più significativa delle scoperte: quella che per i maya non sarebbe mai stato possibile avvertire la presenza degli dei se non nelle zone più impervie di questa terra. “Abbiamo dovuto strisciare per entrare nella grotta, ma da una prospettiva maya questo potrebbe essere l’inizio di un rituale” ha asserito il ricercatore Guillermo De Anda; un po’ come dire che il sacrificio fisico necessario per raggiungere il luogo sacro, all’epoca, era esso stesso uno sfoggio della propria fervente devozione se non perfino l’inizio delle preghiere.

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La scoperta, avvenuta nella giornata di lunedì, fa il pari con quanto accaduto poche settimane fa quando sempre in Messico è stato scoperto il più complesso ed esteso sistema sotterraneo d’acqua dolce al mondo, anch’esso risalente al periodo precolombiano. In altre parole sembra che queste civiltà, nonostante la propria estinzione, abbiano ancora molto da insegnarci e molti tesori da lasciarci in eredità. Ripensando al loro ingegno risulta impossibile non provare un briciolo di nostalgia per quella che è stata la loro brusca e improvvisa fine, seguita ad uno fra i più brutali genocidi della storia. In effetti, è curioso notare che il più prospero degli imperi dello Yucatan, quello Azteco, si sarebbe estinto in seguito ad un massacro compiuto dai conquistadores spagnoli il 13 agosto 1521, quando per vincere definitivamente la guerra gli ufficiali iberici fecero assassinare circa 40.000 nativi del posto … il luogo del massacro, anche in quell’occasione, fu il quartiere di Tlaleloco, lo stesso dove quasi cinquecento anni dopo, con mezzi non meno brutali, il governo avrebbe vinto definitivamente la propria guerra contro gli studenti ribelli.

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6 Marzo 2019