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GIANNI VATTIMO -III^ Parte

Oltre la violenza, la carità

Dal momento che la violenza va di pari passo con fondamenti e strutture stabili rappresentate dal pensiero metafisico, la non-violenza implica uscire dalle maglie della metafisica, secondo cui il XX secolo cadde in balìa della violenza razionale pianificata di Auschwitz, come denunciato da Adorno.

Scrive Vattimo: “Dopo Heidegger, e muovendo da presupposti diversi che però non sono tanto lontani dai suoi, anche Adorno e Lévinas ci hanno insegnato a diffidare della metafisica non come di un errore teorico, ma anzitutto come di un pensiero violento: o perché, come pensa Adorno, il suo interesse esclusivo per l’universale e per le essenze la prepara ad accettare che, in nome dell’universale, si calpestino gli individui; o perché, come pensa Lévinas, la pretesa di cogliere l’essere come condizione per l’incontro con il singolo esistente apre la via alle stesse aberrazioni”.

“Il passaggio – secondo quanto afferma Borrelli – da una metafisica fondante, dai vincoli di inderogabilità tipici dell’ontologia metafisica tradizionale, al relativismo storico (Gadamer si esprime in termini di non-conclusività, finitezza e condizionatezza della conoscenza)” rafforza l’idea che sia possibile diminuire se non abolire del tutto violenza e oppressione. Sulla scia di questa concezione relativistica ed ermeneutico-nichilista della verità vi è la necessità per l’etica di portarsi oltre l’identità “metafisica-violenza”.

È in questo senso che, attraverso il “pensiero debole”, Vattimo ricava anche conseguenze favorevoli per una teoria della democrazia fondata sul consenso, la cooperazione, il dialogo, il pluralismo, l’alterità e la fratellanza. Ciò che emerge dalla storia del nichilismo, dal processo di indebolimento delle strutture stabili dell’essere, in base alla visione di Vattimo, è il valore evangelico della carità. Secondo Vattimo, nella rinuncia al mito assoluto della verità e nell’apertura alla moltitudine di verità che costituiscono l’essere-linguaggio-tempo risuona con particolare intensità la prescrizione evangelica della carità.

L’età dello Spirito, annunciata dall’abate Gioacchino da Fiore nel XII sfocia in un’etica della libertà e della carità che non ha bisogno di fondamenti e che come tale delegittima ogni atto o struttura violenta. Il cristianesimo è ora sgravato dal “peso della lettera della Bibbia e dei dogmi”: risultato della fine della metafisica della presenza e basato sull’etica dell’amore, della carità e della libertà.

“La sola verità che la Scrittura ci rivela – scrive Vattimo –, quella che nel corso del tempo, non può subire nessuna demitizzazione – giacché non è un enunciato sperimentale, logico, metafisico, ma è appello pratico – è la verità dell’amore, della caritas”.

Quanto ci permette di riassumere la posizione di Vattimo secondo alcuni punti centrali:

1) una concezione “debole” di religiosità, alla quale Vattimo perviene discostandosi dalla concezione religiosa dogmatico-metafisica in quanto espressione del pensiero “forte”, autoritario e violento;

2) l’incarnazione, cioè, l’abbassamento di Dio al livello dell’uomo, quello che il Nuovo Testamento chiama kénōsis di Dio, che indica l’eliminazione dei caratteri di onnipotenza, eternità e trascendenza di Dio;

3) l’indebolimento dell’essere quale tratto distintivo del Dio non violento e non assoluto dell’epoca post-metafisica.

Partendo dalle prospettive soprattutto di Gadamer e Heidegger in cui l’accesso al mondo è solo ancora Überlieferung, di conseguenza ricezione del passato, “deriva che l’umanità singola partecipa all’essere come Andenken, nella forma della rimemorazione, della ricezione, della risposta”. È una partecipazione che non stabilisce più nessun fondamento e ciò ha ovviamente anche un riscontro per la razionalità pratica: “Dal momento che l’Andenken non si riferisce ad alcun Grund, tanto meno potrebbe servir di base per una trasformazione pratica della realtà”.

Ma se la ri-memorazione, o anzi il rivivere delle forme spirituali del passato non prepara a qualcosa d’altro, essa ha, comunque, un effetto emancipatorio. Con questa premessa, si puo’ parlare di un’etica postmoderna, opposta alle etiche ancora metafisiche. Sulla scia di questa concezione relativistica ed ermeneutico-nichilista della verità vi è la necessità per l’etica di portarsi oltre l’identità “metafisica-violenza”. È in questo senso che, attraverso il “pensiero debole”, Vattimo ricava anche conseguenze favorevoli per una teoria della democrazia fondata sul consenso, la cooperazione, il dialogo, il pluralismo, l’alterità e la fratellanza.

Ciò che emerge dalla storia del nichilismo, dal processo di indebolimento delle strutture stabili dell’essere, in base alla visione di Vattimo, è il valore evangelico della carità. Secondo Vattimo, nella rinuncia al mito assoluto della verità e nell’apertura alla moltitudine di verità che costituiscono l’essere-linguaggio-tempo risuona con particolare intensità la prescrizione evangelica della carità.

Il cristianesimo, liberato dal “peso della lettera della Bibbia e dei dogmi”, in seguito alla fine della metafisica della presenza, può basarsi sull’etica dell’amore, della carità e della libertà. “La sola verità che la Scrittura ci rivela – scrive Vattimo –, quella che nel corso del tempo, non può subire nessuna demitizzazione – giacché non è un enunciato sperimentale, logico, metafisico, ma è appello pratico – è la verità dell’amore, della caritas”.

Dissolti i meta-racconti (Lyotard) e “demitizzata ogni autorità”, il precetto cristiano della carità si profila come sedimento ultimo e valore fondamentale che emerge dalla storia dell’indebolimento dell’essere e che accompagna e sostiene la riduzione nichilistica del pensiero, sulla scia del 40° anniversario dell’ontologia debole di Gianni Vattimo.

Secolarizzazione, etica e non-violenza

Il concetto di secolarizzazione nel senso proposto da Vattimo, è inteso come un’applicazione interpretativa del messaggio biblico che lo trasferisce da un piano non più strettamente sacramentale, sacrale, ecclesiastico, in una prospettiva nichilistica, non-metafisica, anti-fondazionalista, e da ultimo, su un piano di riduzione della violenza.

Questa riduzione della violenza, secondo la concezione vattimiana, trova una coerente applicazione sul piano etico e divenire principio ispiratore anche sul versante della politica. Vattimo parla a tal proposito di una “sinistra nichilistica, non metafisica” che non dovrebbe fondare le proprie rivendicazioni sull’uguaglianza -tesi sempre ancora metafisica-, ma porre le basi per una “dissoluzione della violenza”. Sulla scia del “nichilismo” come indebolimento emerge anche la proposta di costruire una sinistra basata sull’idea di una società delle diversità,6 non riconducibili ad una logica costruita ancora sull’idea di fondamenti stabili e definitivi.

In termini di conseguenze etiche susseguenti alla circolarità fra spiritualizzazione e indebolimento dell’essere, si fa avanti l’idea di una società post-moderna e post-metafisica, quindi non dogmatica, più rispettosa della diversità. Si tratta di un tipo di società in cui si dovrebbe optare non solo per la tolleranza ma anche, e ancor di più, per la riduzione della violenza in tutte le sue forme, vale a dire per ciò che nel linguaggio religioso si chiama carità.

Entro questo quadro libero da dogmi assoluti e verità stabili, Vattimo offre una precisa e suggestiva lettura anche sul fronte politico auspicando un modello di sinistra “nichilista”, mentre la religione cristiana si trova di fronte al compito di ripensare e ridefinire la sua identità su basi non più dogmatiche e atemporali. Secondo Gianni Vattimo e Santiago Zabala, esiste però un’alternativa possibile. Il “comunismo ermeneutico”, abbracciato da Vattimo, “non è solamente politico, è anche e soprattutto filosofico, in altre parole, una filosofia politica antirealista, che non vuole fondarsi sulla “verità dei fatti”, sempre così addomesticata dall’informazione: “Essere realisti significa ancora sempre, per noi, chiedere l’impossibile. Sapendo che solo così si riuscirà a cambiare almeno qualcosa” (Vattimo, Zabala, Comunismo ermeneutico, 2014).

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Il ricorso all’ermeneutica si rivela a tal proposito uno strumento fondamentale e di chiarificazione. Una delle tesi centrali, sostenuta in diversi luoghi e in termini differenti, è che “l’ermeneutica filosofica moderna nasce in Europa non solo perché qui c’è una religione del libro che concentra l’attenzione sul fenomeno dell’interpretazione, ma perché questa religione ha alla sua base l’idea dell’incarnazione di Dio, che la concepisce come kenosis, come abbassamento e indebolimento”.

Questo è il punto-chiave nell’interpretazione di Vattimo del Dio della religione cristiana. Il Dio cristiano non è già quell’essere trascendente, incomprensibile, misterioso, distante, totalmente altro, del quale gli esseri umani sono servi, bensì una persona vicina della quale noi tutti siamo amici. Vattimo fa sua la “paradossale affermazione di Gesù secondo cui non dobbiamo considerarci servi di Dio, ma suoi amici”.

Partire dall’evento cristiano della kénōsis di Dio in Gesù Cristo come chiave ermeneutica per parlare significativamente di Dio nel mondo postmoderno significa volgersi verso un cristianesimo amichevole “proprio come Cristo stesso ce lo ha predicato”. Così inteso il cristianesimo assume un senso non dogmatico-metafisico e in ragione di ciò si libera dalla possibile violenza. In nome del “Dio incarnato in Gesù Cristo della rivelazione neotestamentaria” e del “Dio-Spirito della terza età profetizzata da Gioacchino da Fiore”, ovvero, in nome del Dio “debole” della kénōsis, la posizione sostenuta da Vattimo non nasconde la “differenza” della sua interpretazione rispetto a posizioni, per esempio, quelle di Lévinas o Derrida, che “concepiscono la ripresa della religione come apertura al totalmente altro” ignorando e dimenticando l’incarnazione.

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Nella prospettiva di Vattimo, è invece proprio il dogma dell’incarnazione ad indicarci “una destinazione nichilistica dell’essere” che include una “teleologia dell’indebolimento di ogni rigidità ‘ontica’”. Su un piano diverso, si pone la concezione di Dio come “totalmente altro” dal mondo, come proposta, per esempio, da Karl Barth. Il Dio di Barth è da intendere come il riconoscimento di un Altro trascendente completamente avulso dalla storia e dagli uomini.

L’errore di queste filosofie è quello di rimanere impigliate nella tradizione metafisica finendo per riproporre il “totalmente altro” secondo una posizione di asimmetria e imparità rispetto al mondo. Anche la posizione dichiaratamente antimetafisica di Derrida cade nella trappola metafisica, ossia nella trappola metafisica del “testo”. Il suo progetto di “decostruzione del concetto di presenza” in beneficio della scrittura sulla parola e la sua conseguente etica dell’ospitalità che si traduce nell’aprire le porte all’altro potrebbero infatti conservare un resto di metafisica.

La tesi centrale di Vattimo è che la kénōsis di Dio in Gesù Cristo, di cui parla Paolo nella Lettera ai Filippesi, ovvero l’incarnazione, l’abbassamento di Dio al livello dell’uomo, è da interpretare come segno che il Dio non violento e non assoluto dell’epoca post-metafisica ha come suo tratto distintivo quella stessa vocazione all’indebolimento di cui parla la filosofia di ispirazione heideggeriana. Al paragrafo 2,6-7 della Lettera ai Filippesi si può leggere: Gesù Cristo “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”.

È proprio grazie all’incarnazione di Dio in Gesù Cristo che gli esseri umani smettono di chiamarsi “servi”, e non sono chiamati nemmeno figli, ma si chiamano “amici”. La secolarizzazione, come la intende Vattimo, è “un modo in cui la kenosis, cominciata con l’incarnazione di Cristo – e già prima con il patto tra Dio e il ‘suo’ popolo – continua a realizzarsi in termini sempre più netti, proseguendo l’opera di educazione dell’uomo al superamento della originaria essenza violenta del sacro e della stessa vita sociale”.

Vattimo delinea una chiara rottura nei confronti dell’immagine del Dio totalmente Altro di cui parla tanta filosofia religiosa di oggi in quanto questo Dio totalmente Altro non è il Dio cristiano incarnato, ma è invece molto vicino al Dio dell’Antico Testamento: è in definitiva il vecchio Dio della metafisica, nel senso che viene concepito come un fondamento ultimo inaccessibile alla ragione, stabile e definitivo, con i caratteri dell’óntos ón platonico.

La critica di Vattimo si rivolge ovviamente al Dio “violento” delle religioni naturali di cui ha parlato René Girard in opere come “La violenza e il sacro” e “Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”. Gli studi antropologico-religiosi di René Girard, secondo Vattimo, mostrano che se c’è una verità “divina” nel cristianesimo, questa consiste proprio nello svelamento dei meccanismi violenti da cui nasce il sacro della religiosità naturale, cioè il sacro caratteristico del Dio metafisico.

Così, l’età dello Spirito, annunciata dall’abate Gioacchino da Fiore nel XII sfocia, in base alla proposta di Vattimo, in un’etica della libertà e della carità, che non ha bisogno di fondamenti e che come tale delegittima ogni atto o struttura violenta.

Fine

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Le parti precedenti ai links:

https://www.internationalwebpost.org/contents/GIANNI_VATTIMO_-I%5E_Parte_31491.html

https://www.internationalwebpost.org/contents/GIANNI_VATTIMO_-II%5E_Parte_31554.html

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Data:

31 Agosto 2023