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Giappone: quando i prezzi sono … troppo bassi!

Vanta il terzo Pil nominale al mondo, i suoi abitanti godono di un prodotto interno lordo pro capite stimato intorno ai 40.000 dollari (ben 3.800 in più rispetto a soli cinque anni fa), la disoccupazione è in costante calo e, verosimilmente, scenderà al di sotto del 3% prima della fine del 2018. Eppure, anche l’economia giapponese sembra avere il proprio tallone d’Achille: l’inflazione. Troppo alta? Niente affatto: al contrario, l’inflazione rallenta l’economia giapponese perché sembra non riuscire a crescere in maniera sufficientemente veloce.

Certo, a primo impatto l’idea di un Paese in cui i prezzi sono bassi – almeno se relazionati agli stipendi medi della popolazione locale – può sembrare lusinghiera, ma dietro a questi dati si nasconde una minaccia assai più subdola e preoccupante: il calo della liquidità delle imprese.

Se da un lato, infatti, l’eccessivo aumento dei prezzi rischia di demoralizzare i consumatori, un aumento troppo debole ottiene l’effetto di ridurre drasticamente i profitti per le aziende, generando di conseguenza una spirale negativa che porta a una riduzione delle assunzioni, ad un aumento della disoccupazione, nonché a un inferiore numero di consumatori e, di conseguenza, alla sovrapproduzione. Per non parlare degli effetti psicologici legati a questo fattore: molti economisti hanno osservato che più la gente vede abbassarsi i prezzi più, dando per scontato che in futuro essi continueranno ad abbassarsi, rinvia il momento di effettuare qualunque acquisto non sia strettamente urgente.

Naturalmente, l’economia giapponese non è ancora giunta a un simile scenario; eppure, i dati pubblicati in settimana dalla BoJ (la banca centrale giapponese) sono ben lungi dall’essere incoraggianti.

Nel mese di dicembre, l’inflazione nipponica si è fermata intorno all’1%, lo 0,1% in meno di quanto previsto, e, ad ogni modo, ben al di sotto di quel 2% che il governo e la BoJ hanno più volte indicato come il proprio obiettivo. Su base bimestrale, la crescita si è attestata intorno allo 0,30%, mentre i dati relativi solo all’aumento dei prezzi al consumo rivelano una crescita dello 0,2%. Numeri certamente migliori rispetto ad alcuni anni fa; eppure, secondo quanto trapelato, sembra che in pochi siano soddisfatti fino in fondo. Non a caso, proprio in questi giorni la Banca centrale giapponese ha emesso un comunicato in cui rivela che l’importo delle partecipazioni in titoli di Stato aumenterà esponenzialmente, raggiungendo una spesa stimabile intorno agli 80 trilioni di Yen all’anno. Dopo una riunione dei membri del consiglio, la BoJ ha inoltre fatto sapere che i nuovi aggiustamenti sono “opportuni, tenendo conto dell’evoluzione dell’attività economica e dei prezzi, nonché delle condizioni finanziarie, con l’obiettivo di mantenere lo slancio verso il raggiungimento della stabilità dei prezzi“.

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La “guerra per l’inflazione” in realtà è già iniziata da anni, da quando cioè l’attuale Premier Shinzo Abe, da sempre favorevole a una politica aggressiva da parte della banca centrale nipponica, si è insediato come primo ministro. Il leader liberal democratico ha infatti tentato d’introdurre nuovi e pesanti stimoli economici attraverso una dottrina denominata “abenomics”, basata principalmente su tre fattori: sviluppo monetario, agevolazioni fiscali e riforme strutturali. Nel 2012, quando il Paese era entrato addirittura in deflazione, erano state effettuate ben due manovre di monetary easing in appena un mese, entrambe volte a stimolare l’aumento dei prezzi.

cms_8307/3.jpgMa com’è possibile che una nazione così fiorente non riesca a risolvere un simile problema? Com’è possibile che il Paese del Sol Levante, dopo essere stato negli anni ‘60 e ‘70 uno dei Paesi al mondo con la più elevata inflazione, si ritrovi oggi nella situazione inversa? Le risposte sono molteplici, e andrebbero ricercate in fattori antropologici ancor prima che economici, sempre ammesso che sia possibile giungere a un’unica risposta. Per comprendere quanto sta accadendo, bisogna prima di tutto cercare di entrare nella mentalità di un popolo che già nel ‘91 ha visto la propria finanza messa a dura prova dallo scoppio di un’improvvisa e repentina bolla immobiliare. Un popolo che, non più tardi di tre anni e mezzo fa, ha vissuto un inaspettato e brusco aumento dell’imposta sui consumi; e che più di una volta, in passato, è rimasto deluso dalle scelte della propria classe dirigente. Sebbene tutti questi eventi non possano essere direttamente correlati con la bassa inflazione, permettono di comprendere come la ripresa economica, di cui il governo nipponico fa il suo principale motivo d’orgoglio, non sia percepita fino in fondo dalla popolazione; o perlomeno, lasciano intuire come la gente ancora non si fidi a investire i propri risparmi, poiché ha paura che da un momento all’altro le condizioni dell’economia giapponese possano repentinamente peggiorare. Una nazione il cui popolo preferisce il risparmio al consumo è una nazione il cui aumento inflazionistico non può che essere lento e, talvolta, perfino impercettibile.

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Ma, forse, la ragione che più di tutte ci autorizza a non rimanere sorpresi innanzi ai dati raccolti andrebbe ricercata nella natura dei titoli di Stato giapponesi. Come sappiamo, il governo nipponico è il più indebitato al mondo (il rapporto debito/Pil sfiora il 250%), un debito detenuto quasi esclusivamente dalla popolazione nipponica. Se da un lato questo fattore permette al Paese del Sol Levante di non trovarsi alla mercé di speculatori stranieri, lasciando invece spazio a un ingente aumento della spesa pubblica (il Giappone ha un rapporto deficit/Pil pari al 10% … numeri impensabili in Europa), dall’altro non permette alla BoJ di abusare della svalutazione monetaria, in quanto essa andrebbe prima di tutto a danneggiare i cittadini detentori di titoli di Stato. Già in passato, la banca centrale era stata fortemente criticata per aver favorito la svalutazione dello Yen, al punto che in molti avevano suggerito che, forse, i benefici tratti da un intervento di questo tipo sarebbero stati inferiori alle conseguenze negative. Pertanto, non è difficile intuire come l’impossibilità di procedere ad ulteriori azioni di svalutazione complichi notevolmente la possibilità di giungere a una crescita sostenibile dell’inflazione nel Paese.

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Quali possono essere le risposte a queste difficoltà? Difficile dirlo. Probabilmente alcuni settori, come quello alimentare ed energetico, storicamente immuni all’abbassamento dei prezzi, potrebbero trainare una ripresa dell’inflazione nazionale. Ma ciò che conta maggiormente è la necessità di riacquisire una prospettiva di lungo periodo. Se da un lato, infatti, un modello finanziario come quello nipponico può garantire un profondo benessere alla propria popolazione, non si può ignorare che ogni scelta in economia abbia il suo rovescio della medaglia. È semplice cedere alle lusinghe di un facile arricchimento, ma la storia ci insegna che l’emissione costante di titoli di Stato e l’indebitamento estremo, prima o poi, portano a delle ricadute pesanti. È il motivo per cui la maggior parte degli analisti concordano nel sostenere che l’unico modo per portare avanti una crescita adatta alle esigenze nazionali giapponesi è quello di non insistere eccessivamente con interventi finanziari aggressivi da parte del governo e della BoJ, ma avere la maturità e la pazienza di ricercare un modello finanziario alternativo.

Data:

31 Gennaio 2018