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Giulio Regeni: forse arriva la verità

“Credevamo che fosse una spia inglese, lo abbiamo preso, io sono andato e dopo averlo caricato in macchina abbiamo dovuto picchiarlo, io stesso l’ho colpito più volte al volto”.Con queste struggenti dichiarazioni, un casuale testimone raccoglie quanto riferito da uno degli agenti egiziani nel corso di una riunione dei poliziotti africani. Come ben sappiamo, il giovane ricercatore italiano è scomparso misteriosamente il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto dieci giorni dopo.

Da quel momento, gli inquirenti italiani hanno cercato di far luce su questa vicenda scontrandosi più volte con i depistaggi dell’intelligence egiziana.

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Questa testimonianza è ritenuta congrua dalla magistratura italiana. Pertanto, il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il suo sostituto Sergio Colaioccohanno integrato tali dichiarazioni con altri elementi raccolti nel corso degli anni, arricchendo il quadro di nuovi aspetti mai valutati prima.

Il fascicolo aggiornato è stato inviato al Cairo, dove gli inquirenti ritengono che non ci siano elementi sufficienti per avviare il processo. Tutti in discussione, quindi. Infatti, sotto la lente d’ingrandimento sono finiti il generale Saber Tareq, il colonello Uhsam Helmy e il colonello Ather Kamal, all’epoca coinvolto nel depistaggio, cercando di dimostrare che la morte di Regeni fosse riconducibile a un gruppo di criminali, successivamente uccisi in un dubbio conflitto a fuoco.

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Lo stesso presidente del consiglio Giuseppe Conte ha rivelato di aver avuto un lungo confronto telefonico con il presidente Al Sisi, dichiarando: “C’è una rogatoria da perorare oltre che un aggiornamento della situazione libica”.

Al momento ogni pista è vagliata dai gruppi investigativi italiani, basandosi non più solo sull’elaborazione dei tabulati e sulla testimonianza del “finto amico” sindacalista Mohamed Abdallar.

Un’unica voce si alza come un grido di speranza: “Verità per Giulio Regeni”.

Data:

6 Maggio 2019