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Governo catalano in carcere

cms_7620/catalogna_notte_2_afp.jpgSi trovano già in carcere i sette membri del deposto governo catalano per i quali la Procura spagnola aveva chiesto l’arresto. La giudice della Audiencia Nacional, Carmen Lamela, ha accolto la richiesta per eliminare il “pericolo di fuga“. Il provvedimento ha riguardato l’ex vicepresidente Oriol Junqueras, Jordi Turull, Josep Rull, Carles Mundò, Raul Romeva e Joaquim Forn.

Per loro si sono aperte le porte del carcere Estremera di Madrid, mentre le due donne, Meritxell Borras e Dolors Bassa, sono detenute nella prigione femminile di Alcalà, non lontano dalla capitale spagnola. All’ex consigliere Santiago Vila, che si è dimesso la sera prima della dichiarazione d’indipendenza, è stata invece concessa la libertà su pagamento di una cauzione di 50mila euro.

Nella sua decisione, Lamela ha considerato il rischio di fuga (tenendo contro che altri cinque imputati fra cui Carles Puigdemont sono fuggiti all’estero), nonché di reiterazione del reato o distruzione delle prove. La giudice, si legge nel suo ordine, afferma che l’azione degli ex consiglieri della Generalitat “è stata meditata, perfettamente preparata e organizzata durante oltre due anni di sistematica violazione delle risoluzioni del Tribunale costituzionale”.

LE PROTESTE – Migliaia di catalani sono scesi in piazza a Barcellona per protestare contro gli arresti. Podemos accusa la giustizia spagnola di fare “prigionieri politici“. “Mi vergogno che il mio Paese metta in carcere gli oppositori politici. Non vogliamo l’indipendenza della Catalogna ma diciamo: libertà per i prigionieri politici”, ha twittato il leader di Podemos, Pablo Iglesias, in merito all’arresto degli ex esponenti della Generalitat catalana.

“Un giorno nero per la Catalogna. Il governo eletto democraticamente con le urne, in carcere. Ci vuole un fronte comune per ottenere la libertà dei prigionieri politici”, ha twittato dal canto suo la sindaca di Barcellona Ada Colau, eletta in un alleanza di cui fa parte Podemos. La stessa coalizione fra Podemos e “los comunes” della Colau, riferiscono i media, ha già fatto sapere che nel suo programma elettorale per il voto in Catalogna del 21 dicembre ci sarà l’amnistia per i secessionisti.

Il partito socialista catalano (Psc), commentando l’arresto degli ex consiglieri della Generalitat in un comunicato afferma che il partito rispetta la decisione dei giudici ma la considera “sproporzionata“.

MANDATO DI ARRESTO EUROPEO PER PUIGDEMONT – La Procura di Madrid ha chiesto oggi di spiccare un mandato di arresto europeo nei confronti di Puigdemont e degli altri consiglieri Antoni Comín, Meritxell Serret, Lluís Puig e Clara Ponsatí, che non si sono presentati all’interrogatorio, restando a Bruxelles dove si trovano da lunedì sera. I reati contestati sono quelli di ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici in relazione all’organizzazione del referendum in Catalogna il primo ottobre scorso.

Nel documento di richiesta del mandato di arresto europeo, inviato dalla procura spagnola alla magistrata che si occupa dell’indagine, si sottolinea che “ci sono stati ripetuti tentativi di consegnare la citazione nei domicili” delle persona chiamate a comparire “così come ripetute telefonate, tutti ignorati”. Inoltre, si osserva che l’ex presidente catalano “ha dichiarato pubblicamente la sua intenzione a non comparire”, e che ha chiesto di essere interrogato in videoconferenza, e lo stesso hanno fatto i consiglieri Comín e Serret.

La procura belga ha assicurato che applicherà la legge se arriverà un mandato di arresto europeo per Puigdemont, scrive El Pais, aggiungendo che la diplomazia spagnola assicura di non aver avuto finora nessun problema con le autorità belghe, da cui si aspetta una totale collaborazione. Al momento, il mandato d’arresto contro il deposto presidente della Generalitat rifugiatosi in Belgio è stato chiesto dalla procura spagnola, ma il giudice dell’Audiencia Nacional non ha ancora deciso se accogliere o meno la richiesta.

Se la giudice Carmen Lamela deciderà in favore dell’arresto di Puigdemont e degli altri quattro consiglieri catalani che si trovano in Belgio, l’ordine sarà trasmesso alla polizia che ne informerà i colleghi belgi. Quando l’arresto verrà eseguito in Belgio, sarà un giudice di questo paese a dare o meno il via libera all’estradizione.

Secondo il penalista belga Denis Bosquet, citato dal quotidiano La libre Belgique, però perché l’estradizione sia concessa bisogna che il diritto belga riconosca il reato di cui è accusato l’imputato. Ma è difficile trovare nel codice penale belga l’equivalente delle accuse di sedizione e ribellione contestate al deposto presidente della Generalitat catalana, né tali accuse compaiono nell’articolo 5 della legge in cui vengono elencati i 32 reati che permettono la richiesta di un mandato d’arresto europeo.

“Tutto dipenderà dal modo in cui la giustizia spagnola qualificherà il mandato d’arresto europeo”, spiega Bosquet. Inoltre, viene ricordato, un giudice belga può respingere un mandato d’arresto europeo se vi è il rischio che la sua decisione possa minare i diritti fondamentali, fra cui quello ad un giusto processo. Il giornale sottolinea come la presenza di Puigdemont imbarazzi il governo belga di Charles Michel, il quale non intende intervenire in alcun modo nella procedura giudiziaria. Tuttavia, se la giustizia belga negherà l’estradizione, vi saranno “immancabili ripercussioni diplomatiche”.

Il mandato di arresto europeo, previsto da una direttiva europea del 2002, costituisce la prima concretizzazione nel settore del diritto penale del principio di mutuo riconoscimento, semplificando e accelerando l’estradizione di un indagato tra due Paesi membri dell’Unione europea.

Le caratteristiche principali della procedura risiedono nel fatto che le autorità giudiziarie cooperano direttamente senza la necessità di passare per una valutazione da parte dell’esecutivo, tipica dei casi tradizionali di estradizione. In altre parole, le decisioni sono esclusivamente giudiziarie, senza alcuna influenza politica.

Per 32 categorie di reati si deroga al principio della cosiddetta ’doppia incriminazione’, ovvero l’atto non deve essere considerato un reato in entrambi i Paesi. L’unico requisito è che sia punito con pene detentive di almeno tre anni nel Paese di esecuzione.

Il mandato semplifica le procedure e la documentazione da presentare mediante la creazione di un unico documento e prevede scadenze brevissime per l’adozione della decisione sulla consegna.

Prevede inoltre il superamento del divieto di estradizione di cittadini contemplato da diverse Costituzioni, per cui se la persona oggetto del mandato d’arresto europeo ai fini dell’azione penale è cittadino o residente dello Stato membro di esecuzione, la consegna non può essere rifiutata, ma può essere subordinata alla condizione che la persona, dopo essere stata ascoltata, sia rinviata nello Stato membro di esecuzione per scontarvi la pena o la misura di sicurezza eventualmente pronunciata nello Stato membro emittente.

Strage Manhattan, quando il terrore soffia da Est

cms_7620/jihadisti_isis.jpgSi riaccendono i riflettori sull’Uzbekistan. Le indagini condotte in merito alla strage di Manhattan, riaprono la pista che porta dritti nel cuore dell’Asia centrale. E’ di origine uzbeka infatti Sayfullo Habibullaevic Saipov, il killer che ha agito in nome dell’Isis. E lo sarebbe anche il suo presunto complice il cui ruolo, però, resta ancora da chiarire. La strage di Manhattan non è la prima a ricondurci all’Asia centrale e Saipov non è il solo terrorista originario dell’Uzbekistan ad aver colpito in Occidente in nome dello Stato Islamico.

La minaccia che parte da Est si colloca nel solco di una lunga scia di sangue che da tempo terrorizza il mondo occidentale. Sono 5 le ex repubbliche sovietiche considerate preziose aree di reclutamento per l’Isis: Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kyrgyzstan e secondo una recente relazione del Soufan Group sono circa 5.000 i foreign fighters provenienti dall’Asia centrale che hanno viaggiato verso la Siria e l’ Iraq. Di questi, 1.500 provenienti dall’Uzbekistan. Nell’arco di un periodo di 16 mesi, ricorda la Cnn, molti cittadini uzbeki entrati nelle fila dell’Isis hanno compiuto diversi attentati terroristici in Occidente.

Ad aprile 2017 fu proprio un cittadino uzbeko, Rakhmat Akilov, a falciare dei pedoni con un camion nel cuore di Stoccolma, uccidendo 4 persone. Il 1 gennaio scorso, 39 persone sono morte e 70 sono rimaste ferite in un attentato al nightclub Reina di Istanbul dove in molti stavano festeggiando il Capodanno. L’autore della strage, Abdulgadir Masharipov, era anche in questo caso un cittadino uzbeco. Nel giugno del 2016, un attacco coordinato all’aeroporto di Atatürk ad Istanbul causò 45 morti e 230 feriti. Gli assalitori provenivano dalla regione del Caucaso settentrionale, dall’Uzbekistan e dal Kirghizistan.

Ma non sono solo gli uomini dell’Asia centrale ad avere un ruolo come combattenti Isis. Basti pensare alla brigata al-Khansaa, un corpo di polizia di sole donne fondato dallo stesso Abu Bakr al-Baghdadi che recluta soldatesse provenienti da Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan e Kazakistan. Inoltre, l’Isis sta ricorrendo sempre più a bambini originari di quelle zone per usarli come soldati e kamikaze: nel novembre del 2016 l’Isis pubblicò un video nel quale 4 bambini fucilavano prigionieri iracheni e curdi. Uno degli esecutori era un uzbeco di appena 10 anni. E questo è solo un esempio di come l’Isis faccia uso di bambini provenienti dall’Asia centrale a scopi propagandistici.

La crisi del progetto del Califfato, scrive la Cnn, ha avuto inevitabili ripercussioni sul flusso di combattenti provenienti dall’Asia e soprattutto dall’Uzbekistan, il cui numero è sensibilmente diminuito. Ma il reclutamento attraverso il web è ancora in corso, specialmente tra i cittadini uzbeki residenti in Europa e Nord America. L’Isis ha addirittura dato vita a “Istok”, una rivista in lingua russa rivolta ai combattenti asiatici e a “Furat Media”, un social, sempre in russo, con lo scopo di rendere sempre più forte l’aggancio con l’Asia centrale. L’abilità dell’Isis di allungare i suoi tentacoli in quelle zone – come testimonia anche l’influenza di Wilayat Khorasan, la provincia di Isis in Afghanistan – ha però subito delle battute d’arresto. Il Movimento islamico dell’Uzbekistan nel 2014 prese le distanze da Al Qaeda per dichiarare il suo sostegno all’Isis, ma due anni dopo in molti hanno invertito il senso di marcia e giurato nuovamente fedeltà ad Al Qaeda.

Con l’attentato di Manhattan, quindi, l’armata centroasiatica dello Stato Islamico ha colpito ancora, alimentando quella scia di sangue e terrore che arriva dall’Est.

Scoperto il ’pianeta mostro’ che mette in crisi la scienza

cms_7620/NGTS_1b_warwick.jpgUn pianeta ’mostro’ che mina le certezze della scienza. La scoperta di NGTS-1b, un pianeta grande come Giove, si porta appresso una serie di domande a cui è difficile per ora dare risposte. NGTS-1b, infatti, orbita attorno ad una stella che, per dimensioni, è appena la metà del sole. Per gli scienziati, come si legge su The Independent, è complicato spiegare l’abbinamento tra un pianeta così grande e una stella così ’piccola’. Il sistema scoperto recentemente è collocato a circa 600 anni luce dalla Terra. “La scoperta di NGTS-1b è stata per noi una sorpresa totale”, ha detto il professor Daniel Bayliss, dell’università di Warwick, che ha coordinato il team di astronomi nello studio. “Non si riteneva che pianeti così grandi -ha spiegato- potessero esistere in rapporto a stelle così piccole”. La distanza tra il pianeta e la sua stella è pari ad appena il 3% della distanza che separa la Terra dal sole. NGTS-1b, caratterizzato da una temperatura superficiale di circa 530 gradi, impiega 2,6 giorni per percorrere un’orbita. “NGTS-1b è stato difficile da scoprire, nonostante sia un pianeta ’mostruoso’, perché la sua stella di riferimento è piccola e poco visibile. Stelle di questo tipo sono le più comuni, quindi è possibile che ci siano altri pianeti giganti in attesa di essere scoperti”, ha evidenziato Peter Wheatley, un altro professore dell’Università di Warwick

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2 Novembre 2017