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GRAZIELLA CAMPAGNA: UCCISA DALLA MAFIA E …NON SOLO

La storia di Graziella Campagna è una storia che si consuma in Sicilia tra due cittadine della provincia di Messina, Saponara (dove nasce il 3 luglio 1968 e da cui si muove ogni giorno per andare al lavoro) e la vicina Villafranca Tirrena, dove lavora come aiuto lavandaia.

Graziella ha solo 17 anni, è poco più di una bambina, ma deve lavorare per portare un aiuto alla famiglia numerosa (sette tra fratelli e sorelle).

Chi è nel bisogno deve sopportare condizioni di lavoro dure e sottoretribuite. E il lavoro di Graziella è un lavoro gravoso e senza tutele. Solo 150.000 lire al mese è il prezzo riconosciuto per il suo lavoro ma quella la paga portata a casa è una boccata d’ossigeno per la famiglia.

Ed è a causa di quel lavoro che la piccola viene prima rapita e poi uccisa. Toccò al fratello Pietro il riconoscimento del corpicino della sorella, straziato da cinque ferite d’arma da fuoco (una lupara calibro 12 che sparò da non più di due metri di distanza dalla vittima) sulla mano, sul braccio (con cui probabilmente tentò di proteggersi), all’addome, alla spalla e alla testa.

Era il 12 dicembre 1985.

Perché Graziella Campagna, una fanciulla nel fiore degli anni, lavoratrice pendolare adibita ad una mansione umile, viene freddata barbaramente? Cosa poteva aver fatto?

L’opinione pubblica è sconcertata. Qualche indice gossippario tenta di insinuarsi per depistare le indagini e orientare un giudizio morale a danno della ragazza: dalle due mostruosità la famiglia è lacerata.

La menzogna fa male, brucia. Pietro è un servitore dello Stato. Ha scelto di essere carabiniere perché nelle istituzioni crede e per difendere i valori della legalità e della giustizia mette ogni giorno a rischio la sua vita. Pietro non si arrende. Sa che nessuno poteva voler male alla sorella, nessuno poteva desiderare la sua morte. La verità sulla morte lui avrebbe dovuto scoprirla. Lo avrebbe dovuto per riscattare la moralità della sorella possibile oggetto di costruzioni calunniose sulla sua reputazione, lo doveva alla sua famiglia che piangeva lacrime amare, lo doveva allo Stato per la divisa che indossava. Chi veramente cerca la verità sa che deve emanciparsi eroicamente dai comandi ingiusti e sa che il prezzo da pagare potrebbe essere altissimo. Chi veramente vuol affermare la verità non ha paura.

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E Pietro dopo lunghi anni, non sempre sostenuti dalla collaborazione delle stesse istituzioni deputate a renderla la verità, è riuscito a farla balzare allo scoperto.

Parlare di questa triste storia con Pietro Campagna commuove e irrita al tempo stesso. Gli ho rivolto alcune domande tese non tanto a ricostruirla ma a focalizzare proprio quei lati oscuri della vicenda, capaci per la loro mostruosità di, fatemi passare l’affermazione, di uccidere Graziella ancora altre volte, tante per tutte quelle che ne offuscano la sua consegna alla Verità Storica e/o riabilitano chi, reo del fatto, di quel crimine non si è mai pentito.

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Pietro ho fornito una ricostruzione minima della tragedia che ti ha visto protagonista in qualità di paladino della legalità, ruolo in cui so che hai investito coraggio e determinazione contro omertà e connivenze sfidando non di rado ostilità e intimidazioni, vorrei che raccontassi al pubblico dei lettori perché Graziella è stata trucidata quel lontano 12 dicembre del 1985.

Graziella era una ragazzina buona e ingenua. Svolgendo il suo mestiere un giorno trovò un documento nella tasca di una camicia di proprietà di un certo “Ingegner Cannata”. Il documento rivelava che il vero nome dell’uomo era Gerlando Alberti junior, nipote latitante del boss Gerlando Alberti. Questa scoperta le è costata la vita…

A te è spettato il doloroso riconoscimento del corpo. Hai intuito immediatamente che l’omicidio era un evidente esecuzione mafiosa?

Non ho avuto dubbi e nemmeno paura di scoprire che la lavanderia fosse in realtà solo una copertura per attività criminali. Quella venuta a galla è una storia dai risvolti inquietanti, per decenni occultati e restituiti alla verità e alla giustizia grazie ad indagini condotte nonostante i numerosi ostacoli e sfociate solamente nel 2004 nella condanna degli assassini di mia sorella e nello smantellamento dell’organizzazione mafiosa.

Nel 1988, infatti, ci fu il rinvio a giudizio di Gerlando Alberti junior e di Giovanni Sutera, ma il 28 marzo 1990 arrivò la richiesta del pm al giudice istruttore del Tribunale messinese di “non doversi procedere” per questioni procedurali. Il movente (Alberti aveva voluto uccidere mia sorella perché era venuta a conoscenza del suo vero nome e, quindi, una possibile latrice) venne giudicato, però, di scarsa rilevanza. Solo dopo sei anni, nel 1996, si raccontarono i fatti in una puntata della trasmissione televisiva ’Chi l’ha visto?’ e nel dicembre dello stesso anno il Tribunale di Messina riaprì ufficialmente il caso.

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Il 17 dicembre del 1996 l’Associazione Antimafie “Rita Atria” di Milazzo (https://www.ritaatria.it/lestorie/vittimemenonote/graziellacampagna.aspx) e il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina, presentarono sull’omicidio Campagna il primo dossier “Graziella Campagna a 17 anni Vittima di mafia”, che pochi mesi più tardi divenne un libro: “Graziella Campagna a 17 anni vittima di mafia, storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la mafia non esiste” (Armando Editore). Le due associazioni e le scuole di tutto il comprensorio (Milazzo, Barcellona, Santa Lucia, Villafranca, ecc.) con le loro mobilitazioni in favore di mia sorella divennero sostegni importanti. All’ immenso dolore la mia famiglia dovette affrontare l’altrettanto immenso dolore prodotto dall’infangamento della reputazione di Graziella.

Solamente dopo altre 20 anni dall’omicidio, la Corte d’Assise di Messina condannò Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera alla pena dell’ergastolo. Furono nuovamente condannati all’ergastolo il 18 marzo 2008 dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Messina e il 18 marzo 2009 la Cassazione, respingendo il ricorso formulato dai due imputati, ne confermò la sentenza, in quanto esecutori materiali del delitto, con l’aggravante di aver agito con premeditazione e durante la loro latitanza.

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Agata Cannistrà, la collega di Graziella e Franca Federico, la titolare della lavanderia, sono state condannate entrambe a due anni di reclusione per favoreggiamento e per aver deviato le indagini, oltre ad aver omesso quanto di loro conoscenza sul rapimento e sull’omicidio.

Per chi non l’avesse conosciuta attraverso altre fonti la vicenda è stata portata al pubblico attraverso il bellissimo film “La vita rubata” andato in onda su RaiUno per la prima volta il 10 marzo 2008. Ricordo che anche la messa in onda del film non fu facile…

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Il film doveva andare in onda il martedì 27 novembre 2007, ma l’allora Ministro della giustizia, Clemente Mastella, ne bloccò la messa in onda in vista della sentenza di appello dei sicari per il giorno 13 dicembre 2007. Il film è stato rimandato in onda il 16 dicembre 2009 e il 18 luglio 2011 su Rai Uno alle 21:10 in prima serata.

La mafia che voleva mostrarsi invincibile e senza gli antichi codici d’onore (le donne e i bambini non dovevano essere uccisi) veniva sconfitta? Perdona la mia domanda provocatoria.

Le vicende che seguirono e quelle in corso raccontano un’altra storia. Gerlando Alberti senior tornò libero dopo un anno e mezzo dalla condanna, il 4 novembre 2006, per mancato deposito entro i termini delle motivazioni della sentenza, con conseguente scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare. A Giovanni Sutera che non si è mai pentito è stata concessa la semilibertà …

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Giovanni Sutera in passato aveva già goduto del regime della libertà condizionale, che non prevede il rientro in carcere la sera. Gli fu sospesa nel 2018, dopo che era stato arrestato in un’inchiesta sulla gestione del bar Curtatone e su un presunto traffico internazionale di stupefacenti.

L’avvocato chiese la semilibertà dopo l’assoluzione del suo assistito nel processo in cui era accusato di traffico di droga. Il 5 giugno del 2020 infatti i fratelli Giovanni e Renato Sutera furono assolti ’perché il fatto non sussistè dall’imputazione di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio’. L’accusa era quella di aver finanziato una coltivazione di marijuana in Spagna, che poi sarebbe stata destinata al mercato italiano.

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Volutamente interrompo qui la lunga intervista fatta a Pietro Campagna. Alla sua indignazione e al dolore della famiglia voglio, per la mia parte, associarmi invitando voi, cari lettori e lettrici che con interesse seguite questa rubrica, ad ascoltare il racconto di Pietro Campagna e i risvolti inquietanti dell’attuale epilogo della vicenda processuale in diretta nel mio programma radiofonico settimanale Storia &storie, in onda il martedì alle 12,15 (replica il giovedì alle 17,30) su Regional Radio (1440 – 1485 khz e web radio https://www.radio-italiane.it/regional-radio)

Data:

16 Gennaio 2023