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Gucci cruise 2016 show review

The Italian luxury label joins the phenomenon of the pre-collection and presents a show with “realistic” clothes in New York.

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Alessandro Michele is the new man at Gucci, thrown headlong into fashion’s current breakneck schedule. In less than six months he’s shot two advertising campaigns and sent out two catwalk collections. By the end of the month, a third – purely menswear – will be added to the tally. They’re coming thick and fast – today marked his second, for Gucci’s latest pre-collection, the ranges that make up the majority of every designer brand’s clothing sales. Michele chose to stage it in New York.

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It’s an odd locale, you may think, for a label that made its mark as the ne plus ultra of Italian razzmatazz. However, the phenomenon of the pre-collection – like so many canny commercial fashion ideas – was born in America. And a multi-billion pound juggernaut like Gucci didn’t get where it is today by ignoring commerce. Besides which, there was interesting discussion post Michele’s uneven Gucci debut in March, of the fact many of his deliberately grannified clothes looked like stuff you’d see girls wearing on the streets of New York’s Williamsburg.

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I’d say London’s Dalston – I’m sure most cities have a local coterie of girls who wear oversized glasses for aesthetic affectation rather than astigmatic correction, and team them with fusty brocade coats, musty chiffon dresses and knitwear that generally looks like it should be binned before the moths get the rest. As if to emphasise that point, for Cruise Michele had those girls literally wandering into his show venue straight off a Chelsea street. They wore clothes in much the same ilk as that autumn/winter show three months hence: namely, a rag-bag parade of vintage.

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I get Michele’s point, which is to reiterate his new direction for Gucci, but there’s a fine line between consistency and repetition. This collection occasionally crossed it. That’s understandable. Michele’s predecessor, Frida Giannini, left Gucci suddenly in January, meaning he had only a month to pull together his womenswear debut. Naturally, you’d now want regroup and refine your message – backstage after the show you had the chance to inspect his lion-head frogging, piped linings, and pearl buttons set in a tiny golden double-G. Michele has a fetish for finicky detailing, for clothes made in the old-fashioned way. It’s endearing. As garments, these were often beautiful.

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But the message was muddier. What was Michele trying to say – moreover, what does Gucci want to represent in today’s luxury marketplace? You can rest assured it’s not the provocative, borderline pornographic Gucci of old – the curled-lips of naysayers ask what all this has to do with the sexy, salacious heritage of a house that once advertised clothes via an image of a model with the brand’s signature ‘G’ shaved into her pubic hair.

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That’s the point. Rather than making a decisive singular message, Michele’s Gucci is an assemblage of clothes, from which it’s easy to pluck what you like and discard the rest – both ideologically, and physically if you’re on a shop floor. They’re trying to please most of the people, most of the time, with some of their stuff. They’re being realistic.

cms_2301/BANDIERA-ITALIA1.jpgGucci Cruise 2016.

Il marchio di lusso italiano si unisce al fenomeno della pre-collezione e presenta a New York uno spettacolo di “abiti realistici”. Alessandro Michele è nuovo uomo di Gucci, gettato a capofitto nell’attuale programma di rilancio del marchio di moda. In meno di sei mesi ha lanciato due campagne pubblicitarie e ha presentato in passerella due collezioni. Entro la fine del mese, una terza – puramente maschile – sarà aggiunta a quelle già presentate. Stanno arrivando non meno velocemente – oggi segnano il secondo, per l’ultima pre-collezione di Gucci, gli appuntamenti che compongono la maggior parte del calendario delle vendite di abbigliamento del noto designer di moda. Michele ha scelto di presentarla a New York. È una strana modalità, si potrebbe pensare, per un’etichetta che ha fatto del suo marchio il non plus ultra del razzmatazz italiano. Comunque, il fenomeno della pre-collezione – come tante altre astute idee commerciali della moda – è nato in America. E un colosso multi-miliardario come Gucci non sarebbe mai arrivato dov’è oggi senza il commercio. In più, c’è un’interessante discussione dopo il debutto in Gucci di Michele, riguardo il fatto che molti dei suoi abiti pluripremiati non potessero non essere indossati dalle ragazze per le strade di Williamsburg a New York. Direi la Dalston di Londra – sono sicuro che la maggior parte delle città ha una consorteria locale di ragazze che indossano occhiali oversize per puro vezzo estetico piuttosto che per correzione astigmatica, e fanno squadra con i cappotti in broccato, abiti in chiffon ammuffiti e maglieria che sembra debba essere cestinata prima che le falene facciano il resto. Come a sottolineare questa caratteristica, per “Cruise” Michele ha lasciato letteralmente le ragazze vagare nel suo spettacolo come se fossero per le strade di Chelsea. Indossano abiti più o meno dello stesso genere di quelli della rassegna autunno/inverno di tre mesi fa: vale a dire, una parata di guazzabuglio vintage. Mostrata l’idea di Michele, che è quella di ribadire la sua nuova direzione di Gucci, con una sottile linea tra la coerenza e la ripetizione. Questa collezione l’ha attraversata occasionalmente. Rispetto al suo predecessore, Frida Giannini, che ha lasciato improvvisamente Gucci nel mese di Gennaio, Michele aveva solo un mese per mettere in piedi il suo nuovo debutto della collezione donna. Naturalmente, ora vorrebbe raggruppare e raffinare il suo messaggio – nel backstage dopo lo spettacolo si ha la possibilità di ispezionare abiti con teste di leone, fodere fatte di trame di filati e bottoni di perla incastonata in un piccolo dorato a doppia G. Michele ha un feticcio schizzinoso per i dettagli, per i vestiti fatti “all’antica”. È accattivante. Come i capi, questi dettagli sono spesso bellissimi. Ma il messaggio è insidioso. Cosa sta cercando di dire Michele – del resto, che cosa vuole rappresentare Gucci nel mercato del lusso di oggi? Potete stare certi che non è provocatorio – al massimo un Gucci pornografico borderline – con le labbra arricciate degli antagonisti su tutto quello che ha a che fare con il sexy, il patrimonio salace di una casa che ha pubblicizzato vestiti con l’immagine di una modella con il marchio ‘G’ rasato sul suo pelo pubico. Questo è il punto. Piuttosto che proporre un messaggio decisivo, il Michele della Maison Gucci mostra un assemblaggio di abiti, da cui è facile cogliere quello che più ti piace e scartare il resto – sia ideologicamente che fisicamente, soprattutto se siete sul pavimento di un negozio. Si sta cercando di accontentare la maggior parte delle persone, la maggior parte del tempo, con alcuni dei loro capi. Sanno essere “realistici”.

(Tradotto dall’articolo “Gucci cruise 2016 show review” scritto da Alexander Fury, pubblicato sul sito Independent.co.uk giovedì 4 giugno 2015.)

Data:

6 Giugno 2015