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Guerini:”Pd – M5S, differenze profonde”(Altre News)

Guerini: “Pd aperto a confronto con M5S, ma differenze profonde”

“Registro la decisione del M5S di aprirsi al tema del confronto con le altre forze politiche, a partire dal Pd. E valuto positivamente l’abbandono di una prospettiva di delegittimazione di chi è diverso da loro, aprendosi invece al dialogo. Bene. Ci confronteremo con questa novità nei prossimi mesi. Senza avere però la pretesa di annullare o azzerare quelle profonde e radicali differenze politico-culturali che esistono tra noi e i Cinquestelle, che rimangono tutte e che danno un carattere tattico alla nostra alleanza, molto distante da quella rappresentazione di un’alleanza prospetticamente stabile perché genetica e culturale”. Lo afferma Lorenzo Guerini, ministro della Difesa e leader della corrente del Pd ’Base riformista’, in un intervento su ’Il Foglio’, che verrà pubblicato domani, aggiungendo che il Pd non deve essere “tentato da confuse e artificiose operazioni di maggioranze posticce, magari studiate a tavolino”.

“Avere senso di responsabilità non può che significare che il Pd deve essere il soggetto perno di un progetto costantemente riformatore per l’Italia. Detto in altri termini, praticare il senso di responsabilità, anche con un atteggiamento di lealtà e coerenza, non può tuttavia significare scegliere la subalternità”, aggiunge il ministro.

Zingaretti: “Il mio piano per le riforme”

“La scelta di formare questo governo è stata lungimirante. Senza non avremmo potuto fronteggiare la pandemia: Salvini l’avrebbe gestita come Trump e Bolsonaro. Inoltre il rapporto conflittuale con l’Europa da parte dei populisti illiberali non avrebbe permesso di ottenere per l’Italia gli straordinari risultati, in termini di risorse e anche politici”. Così il segretario del Pd Nicola Zingaretti in una lettera a ’La Stampa’, dove mette nero su bianco il suo piano per le riforme tracciandolo su punti ritenuti da lui fondamentali.

Zingaretti parte dal Recovery Fund. “E’ l’occasione per il riscatto dell’Italia – scrive – bisogna tentare per la Nazione un nuovo sviluppo” puntando su “innovazione, ricerca, scuola, capitale umano, green economy, digitalizzazione e drastico ammodernamento della pubblica amministrazione”. E’ poi decisivo, secondo il segretario del Pd, “il rilancio di politiche industriali” e sul piano fiscale un adeguamento dei “pagamenti all’erario da parte di tante partite Iva. Occorre su questo una svolta della sinistra: 4 milioni e mezzo di partite Iva non nascondono tutti evasori italiani ma fanno crescere l’economia”.

E infine, sottolinea Zingaretti, “infrastrutture moderne, risanamento del dissesto idrogeologico dei nostri territori, interventi nel Mezzogiorno d’Italia che dall’emergenza devono passare alla capacità di sostenere i mille talenti, le mille imprese, i meravigliosi territori agricoli e turistici che ha il nostro Sud”. Inoltre, conclude, “reputo fondamentale riaprire una riflessione sulla politica estera. Il Mediterraneo è diventato un mare in tempesta attraversato da conflitti, disordini e flussi migratori che rischiano di diventare difficilmente gestibili”.

Salvini contro Zingaretti: “Peggior governatore d’Italia

“Secondo il Sole 24 ore è il peggior governatore d’Italia. All’inizio della pandemia brindava sui Navigli e abbracciava i ristoratori cinesi. Tranne l’anno di governo della Lega, il suo partito è ininterrottamente al potere dal novembre 2011, peraltro senza mai vincere chiaramente le elezioni e contribuendo in modo decisivo all’invasione di clandestini, al massacro delle pensioni, al taglio della sanità. Ora Nicola Zingaretti strumentalizza perfino i morti di Covid per attaccare la Lega, Trump e Bolsonaro”. Lo dice in una nota leader della Lega Matteo Salvini.

“Mai una parola contro Pechino. Per aggrapparsi alle poltrone – aggiunge Salvini – il Pd ha cambiato idea su Berlusconi, sui grillini, sul taglio dei parlamentari, sul sistema elettorale, sul Decreto Genova, sulle querele di Bibbiano. Ora tifa Mes, a dimostrazione che il Mes sarebbe una sciagura: da Zingaretti non accettiamo lezioni, l’unica materia in cui eccelle è l’uso di soldi pubblici per acquistare mascherine che poi non arrivano”, conclude.

Cossiga, dieci anni fa la morte del ’picconatore’

Sono passati dieci anni dalla morte, il 17 agosto del 2010, di Francesco Cossiga, deputato dal 1958 al 1983, poi senatore; sottosegretario, ministro dell’Interno durante i drammatici giorni del sequestro Moro; presidente del Consiglio, del Senato, fino a ricoprire il più alto incarico istituzionale, quello di Presidente della Repubblica. Eletto al primo scrutinio con la cifra record di 752 voti su 977, grazie alla regia dell’allora segretario della Dc, Ciriaco De Mita, che riuscì a far convergere sul suo nome sia le forze della maggioranza pentapartito che il Pci. Dal Papa a Reagan: la fotogallery

Da ’presidente notaio’ a ’picconatore’, Cossiga è stato un Capo dello Stato unico nel suo genere nella storia della Repubblica, fuori dagli schemi fino a quel momento conosciuti, diverso dai suoi predecessori e dai suoi successori soprattutto per il modo con cui, specialmente negli ultimi due anni del settennato, ha trattato e affrontato i temi della vita politica e dei partiti.

“E’ vero, io facevo cose un po’ strambe, ma le facevo -racconta nel libro-intervista di Claudio Sabelli Fioretti ’L’uomo che non c’è’- perché non avevo dietro di me potentati economici, né potentati politici, né potentati culturali. Ero stato abbandonato anche dalla Dc. Per farmi ascoltare dovevo fare follie, dovevo dire cose che avevano la forma della follia. Ho fatto, dunque, anche il matto. Per attirare l’attenzione, quando non mi stava a sentire nessuno”.

La presidenza Cossiga ha avuto dunque due fasi distinte. La prima, contraddistinta da una rigorosa osservanza delle forme dettate dalla Costituzione: Cossiga, essendo tra l’altro docente di diritto costituzionale, fu il classico ’presidente notaio’ nei primi cinque anni di mandato, dal 1985 al 1990.

Poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, Cossiga capì che Dc e Pci avrebbero subito gravi conseguenze dal mutamento radicale del quadro politico internazionale, convinto che i partiti e le stesse istituzioni si rifiutavano di riconoscerlo. Da quel momento iniziò una fase di conflitto e polemica politica, spesso provocatoria, che portò al Cossiga ’grande esternatore’ e, negli ultimi due anni al Quirinale, al ’picconatore’, un appellativo che non l’avrebbe più abbandonato.

Il mito del Picconatore nacque anche sull’onda emotiva di due vicende che hanno segnato la vita politica italiana all’inizio degli anni Novanta: Gladio e Tangentopoli. La scoperta dell’organizzazione segreta della Nato, creata per rispondere ad un eventuale attacco portato dall’Unione sovietica, colpì l’opinione pubblica e la classe politica italiana. E Cossiga assunse una posizione che fu all’origine di fortissime polemiche, difendendo i ’gladiatori’ e sostenendo che essi andavano onorati come i partigiani, perché il loro obiettivo era quello di difendere l’indipendenza e la democrazia in Italia.

E proprio la vicenda di Gladio costò a Cossiga la richiesta di messa in stato d’accusa da parte della minoranza parlamentare, nel dicembre del 1991. Il Comitato parlamentare, però, ritenne tutte le accuse manifestamente infondate, come si può leggere negli atti parlamentari, e la Procura di Roma chiese l’archiviazione a favore di Cossiga, richiesta poi accolta dal Tribunale dei ministri.

Su Tangentopoli, Cossiga non negò l’esistenza del malaffare, ma nello stesso tempo nel corso degli anni si chiese perché “inchieste da anni dimenticate” fossero “state di colpo lanciate tra i piedi del ceto politico”. Forse perché’, ipotizzò, qualcuno, non solo in Italia, voleva liberarsi di un sistema politico “logoro e dal loro punto di vista ormai inservibile”.

Con dieci settimane d’anticipo sulla scadenza naturale del mandato, il 28 aprile del 1992, Cossiga si dimise dalla Presidenza della Repubblica, per evitare all’inizio dell’undicesima legislatura l’ingorgo istituzionale, legato all’elezione del suo successore e alla nascita del nuovo governo. L’annuncio in un discorso televisivo di 45 minuti, pronunciato simbolicamente il 25 aprile, Festa della Liberazione.

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17 Agosto 2020