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HAITI: UNA CRISI DIMENTICATA

Fra pochi mesi saranno passati cinque anni dal terremoto che rase al suolo il paese più povero dell’emisfero occidentale, eppure di Haiti non ne parla più nessuno. La comunità internazionale e i media sembrano aver abbandonato definitivamente questo popolo al suo destino.

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Immediatamente dopo il sisma, notizie sulla crisi haitiana riempirono i giornali di tutto il mondo, mentre immagini e testimonianze dall’isola caraibica inondarono schermi televisivi, internet e social media, promuovendo una reazione di coinvolgimento globale.Tuttavia, troppo presto su Haiti è calato un buio mediatico imbarazzante e quel disastro naturale è diventato, col tempo, il riflesso della comunità internazionale. Gli aerei che atterravano trasportando reporter e aiuti umanitari sono ormai solo un lontano ricordo, eppure la crisi è più che mai attuale.

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Ancora oggi, infatti, 200 mila persone (di cui 60 mila bambini) vivono nei quasi 300 campi sfollati o nelle tre baraccopoli principali – note come Canaan, Jerusalem e Onaville – senz’acqua, elettricità e servizi igienici. La povertà continua a regnare incontrastata nel paese, dove quattro milioni e mezzo di persone soffrono d’insicurezza alimentare, l’80 per cento della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e la disoccupazione è stimata attorno al 70 per cento.

Il terremoto

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Il 10 gennaio 2010, poco prima delle cinque del pomeriggio, una scossa di magnitudo 7 causò la morte di oltre 200 mila persone e la completa distruzione della capitale Port-au-Prince. In una nazione già afflitta da povertà estrema, mancanza di infrastrutture di base, instabilità politica (13 governi tra il 1986 e il 2002) e corruzione dilagante, questo terremoto rappresentò una vera e propria catastrofe senza precedenti. Pur con qualche intoppo e ritardo, il mondo occidentale si prodigò per Haiti, rispondendo all’immediata richiesta di aiuti invocata dal presidente René Préval e dalle Nazioni Unite. Molti governi si mobilitarono al fianco delle principali organizzazioni umanitarie, inviando squadre di soccorso e raccogliendo fondi, mentre la comunità internazionale promise miliardi di dollari per la gestione dell’emergenza e la ricostruzione del paese.

Il fallimento della comunità internazionale

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A sei mesi di distanza, tuttavia, ad Haiti era come se il terremoto ci fosse appena stato: macerie ovunque, migliaia di cadaveri a decomporsi in fosse comuni e quasi due milioni di persone a sopravvivere in tendopoli in condizioni igieniche devastanti. Di oltre un miliardo di dollari raccolto per gli aiuti, solo il 2 per cento era stato sborsato e la risposta umanitaria era completamente paralizzata.

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Poi, come se tutto ciò non bastasse, a ottobre arrivò il colera, molto probabilmente introdotto dalle forze ONU nepalesi, che pare avessero defecato e urinato nel fiume Artibonite dalla loro base a Mirabelais. Una volta introdotto in un paese con gravissimi problemi di acqua potabile e di carenza di servizi igienici, il virus ha avuto campo libero e ha devastato una popolazione già in ginocchio: nel giro di 4 anni, ha infettato 700 mila persone, uccidendone 8 mila (di cui 3 mila nei primi tre mesi). Questa è stata considerata la peggiore epidemia di colera dopo quella che nel 1994 colpì la Repubblica Democratica del Congo. Nel 2013, il presidente Martelly affermò che il sistema di aiuti non stava funzionando e che la situazione era al punto di partenza. Haiti non era più di moda e i donatori internazionali avevano rivolto lo sguardo verso altre crisi.

Dove sono finiti i fondi promessi?

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Nel caso della crisi umanitaria haitiana è impossibile appurare quanti fondi siano stati effettivamente devoluti e in che modo siano stati utilizzati. I donatori internazionali hanno spesso usato intermediari per implementare i progetti, senza rendere pubblico il percorso dei soldi. Un articolo pubblicato recentemente su The Guardian ha messo in luce come varie ong americane continuino a ricevere parte dei fondi d’aiuto promessi ad Haiti, nonostante il governo USA avesse assicurato di investirli tramite organizzazioni locali.

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L’anno passato, USAid (agenzia americana per lo sviluppo internazionale) ha pubblicato delle statistiche rilevanti: compagnie e organizzazioni no-profit americane hanno ricevuto oltre l’80 per cento dei 270 milioni di dollari spesi nel 2013 per finanziare progetti sull’isola, mentre solamente il 5,4 per cento degli aiuti finanziari è stato impiegato attraverso organizzazioni locali. Inoltre, l’Haiti Reconstruction Fund – organismo creato per mobilizzare, coordinare e finanziare parte delle risorse internazionali a sostegno della ricostruzione – non è riuscito a fare molto. Solo una piccola parte dei fondi stanziati è stata effettivamente utilizzata e la maggior parte è finita in quei settori che fanno colpo sull’opinione pubblica, come sanità e istruzione, mentre troppo poco è stato investito per progetti edilizi e per il sostegno alla comunità.

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Così, a quasi cinque anni dalla catastrofe, nonostante i media continuino a tenere spenti i riflettori sulla corrente crisi umanitaria haitiana, è evidente il fallimento del recupero di questo paese da parte della comunità internazionale e delle Nazioni Unite, dimostratesi ancora una volta non all’altezza della sfida.

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Data:

22 Novembre 2014