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I BARI E LE REGOLE DEL GIOCO NELLA FLAGELLAZIONE DI CRISTO (Parte I)

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“La società è un gioco. Le regole del gioco sono scritte nel codice penale, in quello civile e in un altro codice, piuttosto vago e non scritto, detto codice morale. Saranno codici molto discutibili, che devono essere continuamente migliorati, ma, o si sta alle loro regole, o non ci si sta. L’unico trasgressore alle regole del gioco che io posso rispettare è il bandito col trombone che si nasconde per le montagne: lui non sta alle regole del gioco, lui, anzi, dice chiaramente che non vuol giocare alla bella società e che le regole se le fa lui come vuole, col fucile. Ma i bari no, li odio e li disprezzo. Oggi ci sono i banditi con l’ufficio legale a latere, imbrogliano, rubano, ammazzano, ma hanno già studiato la linea di difesa con il loro avvocato nel caso fossero scoperti e processati e non vengono mai puniti abbastanza, Vogliono che gli altri stiano al gioco, alle regole, ma loro non ci vogliono stare. Questo non mi va, questa gente non la sopporto…”, è un estratto di “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco, che stavo rileggendo dopo tanto tempo, distesa comodamente sulla spiaggia al mare, soffermandomi e meditando sui bari (termine che ha attinenza con lo spogliare/spoglia e quindi anche con bara) quando un pensiero si è insinuato nella mente… un’idea sull’interpretazione storica del dipinto “La flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca, uno dei dipinti più machiavellici al mondo, una nuova idea, alimentata dalla lettura degli studi di Silvia Ronchey letti qualche tempo fa, un’ipotesi che dopo tutto teneva, che metteva in luce un nuovo possibile e vero volto di Federico da Montefeltro e di suo fratello Ottaviano.

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La Resurrezione-affresco di Piero della Francesca – autoritratto- Museo Civico di Sansepolcro

Piero della Francesca nacque a Sansepolcro nel 1415-20 dove morì nel 1492. Si formò a Firenze insieme a Domenico Veneziano. Le sue prime opere hanno una struttura prospettica rigorosissima, a cui aggiungerà in seguito la luce, una nebbia luminosa che rende le sue opere come “sospese” fra il cielo e la terra. “Il monarca della pittura” lo definì l’amico conterraneo e matematico Luca Pacioli. Piero fu pittore, umanista e matematico, fu uno dei cardini del Rinascimento, la sua pittura è fatta di armonia, luce, geometria e mistero. Intorno al 1451 il pittore arrivò a Rimini dove lavorò nel Tempio Malatestiano, all’affresco col ritratto di Sigismondo Malatesta. Mi soffermo in questi anni per indagare sulla misteriosa tavola di Piero: “La flagellazione di Cristo”, oggi nella Galleria Nazionale di Urbino, di cui non si ha datazione (una proposta degli esperti è dal 1444 in poi sino al 1472) né provenienza, né interpretazione del soggetto. L’opera è una piccola tavola di 60 x 80 cm capace di rapire e intrigare uno stuolo di studiosi, presenta una scena di vita cittadina quattrocentesca, con tre enigmatici personaggi in primo piano, sullo sfondo un’architettura finemente decorata dove c’è il supplizio di Cristo. Se prendiamo in considerazione che la figura maschile in primo piano, vestita di rosso, simbolo di martirio, con i capelli biondi che formano quasi un’aureola, i piedi scalzi e posto in modo analogo a Cristo, sia Oddantonio di Montefeltro (già ipotizzato da vari studiosi), ecco che nella tavola si paragona il destino di Oddantonio, ucciso diciassettenne in una congiura nel 1444, a quello di Gesù, hanno infatti la medesima postura.

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Oddantonio era il fratellastro e predecessore di Federico, quest’ultimo non sarebbe mai divenuto duca di Urbino senza la morte del legittimo erede. Novello Malatesta era cognato di Oddantonio, aveva sposato sua sorella Violante, fanciulla avvenente, molto religiosa e legata al fratello. Novello aveva affetto e un grande ascendente sul più giovane Oddantonio. Violante assistette all’assassinio del fratello, ne fu talmente sconvolta che fece voto di castità perpetua. Per questo mi sembra plausibile che la tavola della “Flagellazione” possa essere stata richiesta a Piero della Francesca, qualche anno dopo la morte di Oddantonio, nel 1451/59 circa ( ovvero dal 1451 data in cui Piero arrivò a Rimini dove lavorò nel Tempio Malatestiano a quella del 1459, data del Concilio di Mantova, nella tavola della Flagellazione sarebbero confrontati il Concilio di Ferrara del 1938 con quello di Mantova del 1459 entrambi fallimentari, occorre per chiarezza ribadire che il Concilio era iniziato a Basilea nel 1431 e che diversi dottori della Chiesa e clero minore, circa 300 membri, rimasero a Basilea e tentarono, spalleggiati dalle Università, di schierare la Chiesa contro il Papa, proclamando eretico Eugenio IV, gettandogli un mucchio di fango addosso ed eleggendo in sua vece un altro papa) da Novello Malatesta e sua moglie Violante a commemorazione perpetua di Oddantonio e in seguito la tavola sia stata asportata da Cesena dove Novello era il Signore oppure donata alla Chiesa di Urbino da Violante. La parte a sinistra della Flagellazione raffigurerebbe il Concilio di Ferrara, poi trasferito a Firenze causa la peste che imperversava a Ferrara, quando in Italia arrivò una nutrita delegazione bizantina (circa 700 persone, evento ricordato dal ‘Corteo dei Magi’ di Benozzo Gozzoli), per trattare la riunione delle Chiese latina ed ortodossa. Fu anche un tentativo dell’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo di ottenere aiuto dall’Occidente in vista dell’assedio sempre più stretto dei turchi alla sua capitale, Costantinopoli (l’impero romano d’Oriente cadrà infatti poco dopo il 29 maggio 1453). Le trattative furono molto difficili, il concilio parve chiudersi positivamente, in realtà, gli accordi restarono in buona parte solo sulla carta: venne proclamata l’unione tra le due Chiese che in realtà non si realizzò perché trovò fortissime resistenze tra il clero e la popolazione greca (che ricordavano ancora la IV crociata, quando l’esercito occidentale invece di liberare la Terrasanta saccheggiò e mise a ferro e fuoco Costantinopoli, Venezia e i suoi tesori ancora oggi ne sono testimonianza) venne proclamata una crociata contro i turchi, non solo per tutelare gli interessi dei Bizantini, ma anche perché papa Eugenio IV voleva aiutare la nazione cristiana d’Ungheria minacciata esternamente dai turchi e internamente da una violenta controversia fra i due contendenti al trono, che stava sfociando in una guerra civile. Eugenio IV venne deposto dai conciliari restati a Basilea, che elessero un antipapa, la crociata finì malamente nel 1444, quando le forze turche, circa il triplo di quelle nemiche, affrontarono i crociati presso Varna, lungo il Mar Nero.

cms_19604/4v.jpgCristofano dell’Altissimo -Papa Eugenio IV- olio su tavola- Uffizi-Firenze

Le forze crociate furono sbaragliate, solo in pochi riuscirono a salvarsi. La sconfitta di Varna fu un durissimo colpo per il papa, anche se per un po’ di tempo gli rimase l’illusione che l’offensiva potesse essere ripresa. Eugenio IV accusò la flotta veneziana, in effetti le controversie del Regno d´Ungheria e della Repubblica di Venezia erano divenute molto aspre causa il blocco economico di Sigismondo di Lussemburgo, che nel corso di alcune decine di anni causò notevoli danni a Venezia, quest’ultima come contromisura ordiva progetti per assassinare l’imperatore e quindi a Venezia non parve vero di sabotare la crociata di Eugenio IV, anche se i successori di Sigismondo non erano alla sua altezza. Fu proprio nel 1444 che Oddantonio fu ucciso e mi pare giusto ricordare che Sigismondo di Lussemburgo, l’imperatore del Sacro Romano Impero, e re d’Ungheria nel 1433 aveva nominato cavaliere il quindicenne Gismondo insieme al fratello Domenico. Dopo questa investitura, fu dato loro un nuovo nome: Gismondo, con l’aggiunta di una sillaba, divenne Sigismondo, mentre Domenico, Signore di Cesena, fu chiamato Novello e che fu papa Eugenio IV infatti, nel 1443, a nominare Oddantonio primo duca di Urbino. Oddantonio regnò però per meno di un anno, dal 1443 al 1444, prima di essere assassinato… fu solo un caso? O coincidevano i tempi giusti per liberarsi dell’inopportuno legittimo erede, visto che sia il papa che gli eredi dell’imperatore erano in cattive acque?

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Nella Flagellazione, nella parte a sinistra si può identificare Ponzio Pilato, seduto in trono, con Giovanni VIII Paleologo, (vi sono altri ritratti di Giovanni che testimoniano le sue fattezze e il particolare copricapo, inoltre ha i calzari color porpora tipici degli imperatori bizantini) che assiste alla nuova crocifissione di Cristo, legato a una colonna simile a quella che si trovava in mezzo al foro di Costantinopoli che era sormontata da una statua di Costantino somigliante proprio a un dio solare (Apollo-Helios) che sembra fustigato più che dai turchi, dagli occidentali e dai bizantini (notate le figure ai lati di Cristo uno lo tiene fermo e l’altro lo fustiga) che pensano ai loro interessi dinastici nonostante questo comporti la divisione della Chiesa e l’invasione degli ottomani. Sulla tavola c’era un’iscrizione “convenerunt in unum” (con significato di riunirsi solennemente) oggi scomparsa si potrebbe aggiungere… tanto fervore e solennità per nascondere la verità, la salvaguardia degli interessi propri.

(Continua)

Data:

21 Ottobre 2020