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I GATTI LO SAPRANNO (II parte)

PERCORSO LETTERARIO (Segue)

cms_19676/1.jpgMa vi sono altri “punti d’origine” – accanto al Manzoni – in questi esempi che andiamo tracciando del percorso letterario all’interno del romanzo di Giovanni Ricciardi.

Un secondo altri non è che Carlo Emilio Gadda, con il suo mirabile e complesso “Pasticciaccio”, la cui indagine si dipana proprio dall’Esquilino (Via Merulana 219, il “Palazzo degli Ori”, per l’omicidio della vedova Menegazzi), esempio ripreso a livello linguistico nel personaggio dell’ispettore Iannotta e negli altri nei quali ci imbattiamo, e nel tipo di finale (v. p. 149).

Come accennato il “modello” del Commissario Ponzetti (oltre alle reminiscenze gaddiane) si nutre anche di quel meraviglioso personaggio di Georges Simenon, l’indimenticabile Commissario Maigret (ormai scolpito nell’immaginario del pubblico italiano e non solo con la figura di Gino Cervi), con il suo particolarissimo metodo investigativo fatto di un compenetrarsi nelle situazioni e luoghi ove si svolgono le indagini, grazie ad un profondo istinto, capacità di immedesimazione e comprensione dei profili psicologici e umani di coloro (anche criminali) che fanno parte delle vicende narrate (talora persino di giustificarli e di aiutarli se possibile nel cambiare la via sbagliata nella quale si sono avventurati).

E poi ancora, troviamo riferimenti alla letteratura “alta” con il sommo Dante Alighieri e la sua Divina Commedia.

Infatti (nel capitolo VII), nel parlare del “doppio lavoro” della sora Olga, la portinaia (personaggio così lontano dalla singolare e dotta portinaia che Muriel Barbery immagina ne L’élégance du hérisson o prima ancora in Une gourmandise) poi divenuta “maga”, il Commissario riflette tra sé e sé (torna nuovamente “la memoria”!) che era “riuscita a divenir del mondo esperta, e delli vizzi umani”: riecheggiano dunque i famosi versi che pronuncia Ulisse nel Canto XXVI dell’Inferno “divenir del mondo esperto/e de li vizi umani e del valore”.

Il titolo del 31° capitolo La favola bella che ieri t’illuse … è poi un chiaro omaggio a Gabriele D’Annunzio, e in particolare ad una poesia indimenticabile e suggestiva come La pioggia nel pineto.

Con bellezza e freschezza immutate, anzi impreziosite nel tempo, i versi ripresi nel titolo 31° si animano e mostrano un aspetto ancor più suggestivo, con la loro ripetizione nel componimento dello scrittore abruzzese (“la favola bella /che ieri/t’illuse” -“, che oggi m’illude/o Ermione”-, alla fine, nella poesia del “Vate”, con inversione di soggetti “la favola bella/che ieri/m’illuse” -“, che oggi t’illude, o Ermione”).

cms_19676/2.jpgMa ritroviamo nel libro di Ricciardi un’altra e profonda suggestione poetica, cui accennavamo proprio all’inizio di queste riflessioni.

All’autore degli splendidi Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese, rimanda infatti proprio il titolo del libro in riferimento alla poesia The cats will know (“I gatti lo sapranno”) contenuta nella bellissima e struggente raccolta postuma di poesie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, frase del titolo poi, significativamente, ripresa alla fine per bocca di Maria, la figliola più piccola del Commissario (v. p. 149).

Poesia questa di Pavese nella quale, al pari di alcune altre dell’incantevole raccolta, si accendono, come alla fine per il Commissario Ottavio Ponzetti, echi e luci di speranza verso un’altra visione della propria esistenza. E non è un caso che nel secondo libro di Giovanni Ricciardi (dove peraltro si nota una successiva maturazione stilistica dell’autore), il titolo, Ci saranno altre voci, tragga spunto nuovamente da un verso dello stesso componimento di Pavese -bellissimo come del resto tutta la raccolta poetica indicata-, a continuare una linea, un discorso già tracciato:

Ancora cadrà la pioggia/sui tuoi dolci selciati/ […] /Ancora la brezza e l’alba/fioriranno leggere/ […]/ Tra i fiori e davanzali/i gatti lo sapranno./ Ci saranno altri giorni/ci saranno altre voci/Sorriderai da sola./ I gatti lo sapranno/[…]Farai gesti anche tu./Risponderai parole -/I gatti lo sapranno, /viso di primavera/[…]/Ci saranno altri giorni,/altre voci e risvegli./Soffriremo nell’alba,/viso di Primavera.

E con i gatti che in fondo non sono poi così riconoscenti, come lo può essere un cane. Non ti ringraziano, è vero, ma non sono neppure invadenti, e poi hanno quello sguardo di chi si sente sorpreso a rubare, anche quando sei tu a portargli da mangiare balza agli occhi la figura della “gattara”: prima con un accenno, riflettendo che sembrava riversasse sui gatti un bisogno di espiazione e poi con quello splendido affresco, ove Ricciardi traccia una riflessione di grandissima intensità:quando vediamo una donna che scende col carrello della spesa tutte le sere e porta il cibo ai gatti e li chiama a uno a uno con nomi che solo lei conosce […] noi giriamo la testa da un’altra parte, e proseguiamo rassicurati del paragone tra la nostra normalità e quella stranezza. Eppure, al fondo ci turba sempre un po’, e non sappiamo come, quella follia così universalmente romana che ci sfiora la vita e se ne torna sgusciante nel vano di una casa sicuramente sudicia e trascurata […]

La sua è un’accusa universale al mondo degli uomini che non si voltano e tirano dritto, senza curarsi dell’ombra che gli passa accanto. E’ un’accusa che non spera condanne, solo un dito puntato contro di noi, e basta [un rito solitario, sprezzante, antico […] il pianto di una madre che ha perduto i figli, torna a cercarli nel crepuscolo e trova riposo soltanto nel vivido splendore di decine di occhi timorosi e sorpresi […] Solo la morte chiude il ciclo e s’incarica di passare il testimone (p.134).

PERCORSO INTIMO

Oltre all’accenno alla “crisi della scuola” (ad es. nei due punti già citati in relazione alla crisi della “memoria” –p. 14 e p. 32- e poi con il riferimento allo studio della storia – p. 51: “il chiodo pedagogico” di Pennac), la storia si dipana, nelle indagini svolte con suo metodo particolare dal Commissario Ottavio Ponzetti, non solo come un percorso, per così dire, “estrinseco”, negli ambienti romani del rione Esquilino e del Rione Monti, ma anche “intimo”, all’interno dell’animo del Commissario. Con i suoi rapporti con le due figlie, “una di ventuno e una di tredici” anni, Gisella e Maria: la prima più grande che ormai rientra tardi a casa; la seconda, che “non è una cima a scuola”, però “resta ancora a casa la sera, mi abbraccia, mi bacia e si siede accanto a me, sul divano, a guardare la TV. Distretto di polizia.

E naturalmente c’è la moglie “una buona donna” che non gli “aveva fatto mai mancare nulla”, ma che forse “non era quella che sognavo” (pp. 76-77).

Tornano allora più che mai malinconici rimpianti col ricordo di un amore passato:

In Maria, sua figlia, “quella ragazza minuta e cerimoniosa” e in “quella stessa aria melanconica e gentile”, il Commissario rivede infatti “un’immagine lontana nel tempo”, la ragazza di cui si era innamorato a quindici anni in quinta ginnasio al liceo Albertelli e con la quale “ripassava matematica” (p. 41)

“era bravissima, Rosa. L’ho sognata tante volte, prima di addormentarmi, per più di un anno, immaginandomela accanto, in giro per Roma, in quelle sere di fine agosto” (p. 42);

e dopo l’avvio dell’intricato caso della “gattara”, che “non voleva saperne di svegliarsi”:

“la notte ricominciai a sognare Rosa”.

Lo scenario personale di Ottavio Ponzetti procede per un crescendo sempre più intenso, raffigurandosi anche, pensando alle gravi condizioni della “gattara” “a due passi dal cielo”, il suo stesso funerale. Ma, dopo la confessione con il vecchio parroco don Fabio nella chiesa di Sant’Eusebio (pp. 95-96), un altro “incontro” lo aspetta.

Giunge infatti presso la chiesa di Santa Maria ai Monti, “una chiesa un po’ defilata”: quel “silenzioso e buio angolo di Monti non riesce a lasciarmi indifferente e continua ad attirarmi ogni volta che ci passo”. Ed entrato nella chiesa, ove “non c’è nessuno, solo fiori rossi sulla destra”, vicino alla statua bellissima e bianca di Benedetto Giuseppe Labre – Joseph Benoît (detto il vagabondo), nota “un biglietto infilato in una fessura del vetro che protegge la tomba” (p. 102).

Nonostante una vecchia lo osservi come un intruso, un istinto irresistibile, “più forte” di lui, lo spinge a chinarsi, prendere in mano il biglietto, aprendolo per un istante per leggerlo, e poi ad infilarlo in tasca frettolosamente a motivo della vecchia che continua a guardarlo, e riflette: a volte spero di trovare una cosa nuova, una cosa inaspettata che sia destinata solo a me (p. 103).

Oltre a quella professionale anche la vita familiare ha una tappa di arresto: la figlia più grande che esce sbattendo la porta senza salutare, la moglie Gloria, che infine si lamenta, lasciandolo “frastornato”, “«quella tua figlia … piange da stamattina, e non si sa perché […] E quell’altra, con questa smania di uscire tutte le sere […] sono sola anche se ci sei».”

È proprio in uno dei momenti di maggior sconforto, di dubbio e disillusione (sia dal punto di vista personale, familiare, che professionale), quasi in un punto di “non ritorno”, di abbandono, in quel biglietto dimenticato in tasca, commovente e intensa (ancor più in relazione al momento che sta vivendo il Commissario quando la legge) affiora la preghiera: sono le parole di Joseph Benoît che il Commissario a fatica cerca di leggere e nel testo “srotolano” da sole il loro contenuto di speranza, facendo nascere (o ritornare: per l’appunto il capitolo 30° si intitola Il ritorno) consapevolezza e forza nel protagonista verso una nuova strada:

Rimasi in silenzio per tanto tempo […] Improvvisamente mi entrò una pace dentro che non sapevo spiegare da dove venisse, però sapevo che c’era, e sapevo anche che era mescolata a un dolore, ma era un dolore leggero, come se non fossi più io a portarlo da solo. (p. 139).

Dopo quel momento disperato, di forte acme emotivo, il Commissario Ponzetti ritrova finalmente (un altro miracolo di Joseph Benoît, beatificato l’8 dicembre 1981 da papa Leone XIII) la giusta dimensione: quel percorso difficile e tormentato porta allora, insieme alla “svolta” nel caso, un cambiamento nella sua vita, come conclude nello stupendo excipit:

Ancora oggi, ogni tanto, mi torna in mente quella faccenda della morte improvvisa e la preghiera che si fa per scongiurarla. E questa cosa mi accompagna e stranamente non mi fa paura. Anzi, ogni volta che il sole scende su questa città così bella e le ombre si allungano, ripenso a quando mi accorgevo solo di me stesso e non sapevo più guardare le persone che amo (pp. 152-153).

I GATTI LO SAPRANNO (I parte)

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Data:

26 Ottobre 2020