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IL CENACOLO DI DOMENICO GHIRLANDAIO

Vi presento il «Cenacolo» realizzato da Domenico Ghirlandaio nel 1480 nel refettorio del convento di Ognissanti a Firenze.

Il padre di Domenico Bigordi, Tommaso, era un orafo e fu lui che per primo si meritò il soprannome di «Ghirlandaio» per la sua abilità nel realizzare collane da donna a forma di ghirlanda; Domenico conservò il nome, che ormai era divenuto un marchio di fabbrica, e spesso arricchì le proprie pitture di quei gioielli che aveva visto realizzare dal padre.

cms_34130/DOMENICO_GHIRLANDAIO__Autoritratto.jpgNel refettorio di Ognissanti dipinse la parete di fondo in maniera illusionistica: chi guarda non riesce subito a comprendere dove finisce lo spazio reale e comincia quello dipinto: l’effetto per i frati era quello della presenza tangibile del Signore e degli Apostoli che consumavano un pasto di fronte a loro. Ai due estremi della composizione appaiono appoggiati per terra, vicino ai parapetti del coro, alcune brocche e un bacile, a ricordare il gesto di Gesù della lavanda dei piedi. Sul vaso di fiori in alto a destra, come sui parapetti del coro, compare l’abbreviazione OSSCI, sigla che si riferisce al titolo di Ognissanti del convento; il colore rosso delle rose nel vaso rimanda al sangue e quindi all’imminente passione di Gesù.

Attorno alla tavola gli apostoli sono ordinati a coppie e reagiscono con diversi atteggiamenti all’annuncio di Gesù secondo cui qualcuno di loro lo tradirà: il coltello in mano a Pietro allude al tentativo di difendere il maestro che il primo apostolo farà nell’Orto degli ulivi tagliando l’orecchio di un servo del sommo sacerdote. Giovanni, il discepolo più giovane, si china sul petto di Gesù per chiedergli chi sia il traditore e quest’ultimo, Giuda, come da tradizione, è separato dal gruppo dei dodici, trovandosi seduto di spalle e al di sotto della pedana con la borsa dei denari, prezzo del tradimento. Infine i due apostoli all’estrema destra si indicano il petto, come a chiedersi se il messaggio del tradimento sia rivolto a loro.

La tovaglia bianca della lunga tavola a forma di U richiama i paramenti della mensa eucaristica, così come le bottiglie affiancate di acqua e vino rimandano chiaramente alle ampolline utilizzate sull’altare per la Santa Messa. Inoltre, la tavola attorno a cui sono seduti Gesù e gli apostoli illustra simbolicamente il percorso della redenzione. Partendo dall’estremità sinistra si notano due piccole mele, che alludono al peccato originale. Accanto è dipinto un cespo di lattuga, evocativo della penitenza perché cibo umile e di gusto amarognolo: la lattuga o altre verdure sono un ortaggio ricorrente nelle raffigurazioni dell’Ultima cena, a ricordare le erbe amare del banchetto pasquale e le sofferenze vissute dal popolo d’Israele durante la schiavitù in Egitto. Le numerose ciliegie sparse su tutta la mensa prefigurano per il loro colore le gocce di sangue che Cristo presto verserà sulla croce con il suo sacrificio. All’estremità sinistra si vedono delle arance, emblema del paradiso e della salvezza eterna: l’arancia è un frutto che ha sempre goduto di un’ottima nomea per le sue molte virtù, tanto che secondo una tradizione medievale l’arancia era il frutto dell’albero della vita nel paradiso terrestre e per questo vista come contro altare della mela e posta nelle mani di Gesù Bambino in molte immagini.

L’attenzione del Ghirlandaio per queste simbologie botaniche è ancora più evidente nel lussureggiante giardino che si apre oltre le arcate della loggia, elemento che si ispira a molti palazzi della Firenze del tempo. Il giardino richiama però anche l’hortus conclusus, luogo protetto di ascetica meditazione e simbolo della verginità di Maria: l’immagine si ispira all’interpretazione di un passo del Cantico dei Cantici: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata» (Ct 4,12). Tale passo è sempre stato associato alla Vergine Maria e alla sua purezza, ma nella tradizione monastica anche il cuore del religioso, come il cuore di Maria, deve essere un luogo recintato, verginale, in cui solo Cristo può entrare.

Metafora del Paradiso sono le piante di agrumi che svettano sopra le teste degli apostoli: aranci, cedri e limoni sempreverdi, alberi cioè che portano ricchi frutti e le cui foglie non cadono mai, e quindi «incorruttibili». I frutti «dorati» prodotti dal limone e dal cedro avevano già colpito la fantasia degli antichi: sarebbero questi, infatti, i famosi «pomi d’oro» custoditi dalle Esperidi e poi sottratti da Ercole; piante solari per eccellenza, sono state considerate dagli scrittori cristiani come immagine delle anime che anelano a Dio e quindi simbolo di salvezza. I cipressi sulla sinistra sono simboli della divina sapienza, mentre la palma a destra, è simbolo della salvezza e della vittoria sulla morte.

Nel cielo che si intravede sopra al giardino appaiono diversi volatili: un falco, simbolo di malvagità in quanto predatore sempre pronto a ghermire vittime inermi e quindi immagine del demonio che con la sua astuzia tentatrice induce gli uomini al male e quindi alla perdizione. Si vedono infatti dei falchi che attaccano un’anatra e un fagiano, simboli questi ultimi delle anime incaute che anelano al paradiso. La quaglia, visibile sopra la palma, rimanda ad un’antica leggenda: durante le loro migrazioni questi uccelli scelgono una guida la quale si lancia contro i rapaci che attendono lo stormo, sacrificandosi affinché le altre possano giungere a destinazione; questo atteggiamento è stato visto come immagine di Gesù Redentore che ha offerto la propria vita in cambio di quella degli uomini. L’allodola, per la sua abitudine a nidificare nei campi di grano, era paragonata all’uomo che dimora in Cristo, chiara allusione al pane eucaristico. Il cardellino, forse uno dei volatili più amati dai pittori d’arte sacra, si ciba delle foglie di cardo, pianta che richiama la corona di spine di Gesù, e prefigurazione per questo della sua futura passione. A destra e a sinistra, poggiati sulle rispettive cornici delle finestre, vi sono un pavone che presenta la coda reclinata in segno di modestia e una pernice: il pavone era considerato simbolo di immortalità perché si pensava che la sua carne non si decomponesse; questo fatto, insieme all’osservazione della muta delle sue splendide penne, hanno fatto del pavone un simbolo cristologico della rinascita spirituale e della resurrezione della carne. La pernice invece, menzionata tre volte nella Bibbia, ha una valenza negativa: il profeta Geremia, per lanciare un monito a chi durante la vita terrena accumula ingiustamente ricchezze, usa l’esempio della pernice «che cova uova da lei non deposte» (Ger 17,11). Secondo la tradizione, infatti, l’uccello era solito rubare le uova degli altri volatili e covarle, benché i piccoli, una volta nati, tornassero ai loro genitori naturali. Nel Cenacolo del Ghirlandaio, i due volatili si scrutano, si tengono d’occhio, come in un’eterna lotta fra il bene e il male: se il pavone appare l’immagine compiuta del Risorto, la pernice richiama la figura di Giuda, come lui ladra e traditrice.

Data:

30 Marzo 2024