Traduci

Il cittadino globale tra civiltà dei consumi e social media

Cosa hanno in comune la (in)civiltà dei consumi e i social? A uno sguardo disattento e poco incline alla valutazione critica, nulla di particolare. Ma se la riflessione si sposta più lucidamente sulla diffusione capillare del web nelle trame della quotidianità, i punti in comune risulterebbero parecchi. Il passaggio storico dal capitalismo al consumismo e dalla centralità del lavoro come sistema sociale di condivisione di esperienze all’importanza del tempo libero, sono le due caratteristiche che maggiormente saltano agli occhi per chi voglia osservare con maggiore spirito analitico la nostra società ipermoderna.

cms_2981/foto_1_.jpg

Se il capitalismo ha dato l’input a quella che poi sarebbe a breve diventata la società del consumo ergo sum, l’assunzione per l’individuo di un maggior tempo libero dal lavoro da poter dedicare al consumo, è stata paradossalmente la spallata definitiva al concetto di libertà. L’infinita possibilità di scelta tra mille prodotti si trasforma invece e nel breve in una coercizione, un obbligo in forma edulcorata di possibili opzioni in cui indirizzare i nostri interessi. I media, old e new, in tutto ciò diventano la perfetta cassa di risonanza per pubblicizzare una società in perenne attesa di soddisfazione, un’immagine di desiderio che si tramuta ben presto in bisogno compulsivo che crea dipendenza patologica.

cms_2981/foto_2_.jpg

Internet ha preso il testimone (e i testimonial) dalla televisione per assurgere al ruolo di nuovo villaggio globale che elimina definitivamente le distanze e accorcia parossisticamente i tempi di realizzazione dei desideri. In Rete non sono ammessi tempi di attesa, ma si è di fronte a una comunicazione che emana velocità d’azione e di pensiero. Si ha come una sensazione di dipendenza che sfocia in un senso di schiavitù, di una deontologia di essere sempre e collettivamente on line, presenti a noi stessi e agli altri. Qualsiasi tipo di percezione, emotiva, visiva e sensoriale in genere, si trova di fronte alla necessità di essere condivisa e consumata. E dunque se il modello consumista ci rende schiavi della merce enfatizzando stati d’animo come frustrazione e ansia, il mondo social si comporta parimenti, aggravando queste patologie nel momento in cui non abbiamo con noi i manufatti tecnologici a portata di mano o non partecipiamo al rito collettivo dello stare insieme su una qualsiasi piattaforma social.

cms_2981/reti8_0.jpg

C’è però un punto sul quale consumismo e social tendono a convergere e ad assomigliare maggiormente, ed è il possedere la stessa cultura di riferimento, ovvero la cultura dell’edonismo che porta con sé anche i germi della tecnologicizzazione, del pragmatismo, della rapidità d’esecuzione, del desiderio di emulazione, in una parola della “prosumerizzazione” dell’individuo. Se la televisione è perentoria nella sua comunicazione (informativa, pubblicitaria, ecc.), allo stesso modo la Rete, il nuovo centro del mondo, detiene la stessa solennità della parola che cade appunto dall’alto, destinata comunque a galleggiare di social in social, sino a quando non si trasformi in un contenuto percepito come utile e sufficientemente interessante per il resto degli altri utenti. L’homo consumens trae conferma della sua identità nel momento in cui realizza un desiderio indotto, l’homo digitans si realizza nel momento in cui ottiene un’elevata visibilità. Ma per entrambi il risultato è la conquista dell’effimero.

Data:

14 Novembre 2015