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IL FARO MORALE E CIVILE DI CROCE, NELLE NEBBIE DELLA POLITICA CONTEMPORANEA

Dopo la tragedia del terremoto di Casamicciola (1893) dove il giovane Benedetto Croce (1866-1952) perse genitori e la sorella, con il conseguente smarrimento nella sua vita interiore, dovette trovare in se stesso le risorse per risalire la china della depressione, traducendola in una straordinaria forza creativa di pensiero e di azione. Nel 1910, nominato Senatore dal Sonnino, tradusse nell’impegno politico il concetto di una vita da intendersi come continuo apprendimento, al cui cessare sopraggiungeva la morte, venendo a mancare lo spirito animatore dell’agire umano.

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Un passaggio fondamentale nel suo percorso interiore fu la creazione il 20 gennaio 1903 della rivista La Critica, dove – per sua stessa affermazione – si sarebbe ritrovato a dare il meglio di sé ed «a compiere opera di politica e di politica in senso lato, opera di studioso e di cittadino insieme,così da non arrossire del tutto, così come più volte [gli]era accaduto in passato, innanzi a uomini politici e cittadini socialmente operosi».

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Da sinistra, Luigi De Secly, Benedetto Croce, Stefano Jacini e Giovanni Laterza

Il suo fu un servizio reso costantemente alla cultura italiana, concependo la propria vita come una “continua educazione”, ed il sapere come un’unità inscindibile fra l’apprendimento costante e la conoscenza precedentemente acquisita. L’autentico uomo di cultura si appagava solo nel momento in cui riusciva a trasmettere agli altri il frutto dei suoi studi, compiendo in tal modo un’opera di alto valore pedagogico e sociale.

La sete inesauribile di conoscenza, lo portò alla conclusione che «quando si è educati senza possibilità di meglio educarsi, la vita si arresta e non si chiama più vita, ma morte».
Partendo da questi presupposti, affermò in seguito che la morte non avrebbe dovuto «coglierci nella stupidità di un ozio inoperoso».

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Al termine del Primo conflitto mondiale, scrisse che i regimi liberticidi soffocavano ogni forma di creatività e armonia del pensiero umano, dall’arte alla politica, alla stessa Fede. Pertanto dopo un’iniziale, guardinga adesione al Fascismo, se ne discostò nettamente dedicandosi all’impegno di pensatore e di scrittore, per tenere viva la fiamma della libertà, levata in alto il 1° maggio 1925 con la pubblicazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti, che ebbe vasta risonanza anche al di fuori dei patri confini, costituendo un intenso raggio di luce nelle tenebre del totalitarismo.

cms_32967/4.jpgIn quello stesso anno, il Croce scrisse la Storia del Regno di Napoli, nella cui prefazione sottolineò l’inscindibile rapporto tra le storie locali e quella generale, osservando che anche nello studio delle vicende comunali «è dato vedere, come in miniatura, i tratti medesimi della storia generale».

In uno scritto del 1935, nel pieno del Fascismo, affermò che non bisognava interrogarsi su “dove va il mondo”, con la conseguenza di restare immobili nel dissenso, o di avviarsi come pecorelle dietro coloro che andavano in quella direzione senza chiedersene il perché.

Viceversa – avvertì – «ciò che si richiede e che si ubbidisca ad una necessità morale. La quale comanda che si attenda con ogni rischio, a tutelare gli umani valori e le umane virtù, il rispetto della personalità, il dir no al male e si al bene, ciò che si chiama insomma il culto della libertà; la quale è il principio direttivo a cui sempre deve si deve far ricorso. Quale che sia lo schema di ciò verso cui il mondo va, quello schema sarà riempito da uomini e sarà reale solo nei pensieri, nei sentimenti e negli atti degli uomini, e avrà quella realtà che essi gli daranno, e tanto migliore quanto migliori quegli uomini. Non vi date dunque pensiero di dove vada il mondo, ma dove bisogna che andiate voi, per non calpestare cinicamente la vostra coscienza, per non vergognarvi di voi stessi».

Il Croce fu sconvolto dal bombardamento di Napoli del 4 dicembre 1942, in procinto di trasferirsi a Sorrento con la sua biblioteca, di cui in realtà riuscì a portar via solo una minima parte degli oltre 150.000 volumi da cui era costituita, traendone perciò un grande dolore.

Il 25 luglio 1943 cadeva il Fascismo ed il 15 dicembre successivo egli annotava: «Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo in qua costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente. Sopravvivono solo nei nostri cuori le forze ideali con le quali dobbiamo affrontare il difficile avvenire senza più guardare indietro, frenando il rimpianto».

Nel mezzo della Seconda guerra mondiale auspicò un’Europa da realizzarsi con abundantia cordis, vale a dire “con cuore umano e cristiano”, il che significava uscire dagli egoismi e dall’indifferenza all’altrui povertà: «La moralità»affermò «si attua solo con gli uomini tutti, combattendo o collaborando con essi per la comune umanità. E solo per questa via della ognora crescente civiltà, la pace si manterrà a lungo e sempre si ristabilirà più profonda e forte».

Il Croce ebbe un ruolo di primo piano nella redazione della nostra Costituzione, cogliendo le sintonie e la piena compatibilità tra il pensiero liberale e la Fede cristiana «dei quali» disse «ben conosco la diversità nel principio direttivo, ma che potevano «nel presente e per un non breve avvenire, cooperare – in virtù delle comuni origini nella civiltà romana ed occidentale – alla difesa contro un comune pericolo, che prende nome di materialismo storico o etico che sia, e che minaccia entrambi, minaccia la spiritualità laica dell’uno e la spiritualità confessionale dell’altro, e mira ad abbattere prima quella e poi questa, o prima questa e poi quella».

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Benedetto Croce e Alessandro Casati in occasione della cerimonia di insediamento di Luigi Einaudi alla Presidenza della Repubblica Italiana

In prossimità del Natale dell’anno seguente (12 dicembre 1944), annotò: «Stanotte mi sono svegliato prima delle quattro e ho sempre meditato sulle condizioni gravissime e quasi disperate dell’Italia. Per fortuna, quando mi rimetto in piedi e ripiglio il qualsiasi lavoro, l’avvilimento è vinto e quasi dimenticato. Così sperimento in me, quotidianamente, che l’opera è tutto. Servire Domino in laetitia, se è possibile, e andare innanzi animosamente».

La concezione della “politica” che costantemente lo ispirò, si riallacciava alla tradizione greco-romana, che l’aveva concepita come educazione etica al perseguimento di finalità generali di bene comune, vale a dire di libertà.

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Croce interviene al congresso liberale del 1946

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Croce con Enrico Altavilla e il Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola

La libertà, quale sintesi di forze morali, «non risorge[va] in perpetuo con perenne giovinezza», perché in realtà non moriva mai e le sue morti erano meramente apparenti.
Anche nella dimensione individuale, ogni uomo che viveva all’interno della polis (cioè dello Stato), qualunque fosse il suo ruolo socialmente attivo, in ragione della sua dimensione relazionale con i propri simili, andava definito “uomo politico” in senso lato, ovvero uomo sociale, nella sintesi tra etica (dimensione spirituale) e vita economico–politica (dimensione fisica).

Nell’affrontare il tema della morte, senza il conforto della fede giovanile, il Croce lasciò ai posteri un insegnamento di rara suggestione: «La morte sopravverrà a metterci a riposo, a toglierci dalle mani il compito a cui attendevamo; ma essa non può far altro che così interromperci, come noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare».

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Croce negli ultimi anni di vita (circa 1950)

La preparazione ad essa morte – affermò – «è intesa da taluni come un necessario raccoglimento della nostra anima in Dio; ma anche qui occorre osservare che con Dio siamo e dobbiamo essere in contatto in tutta la vita e niente di straordinario ora accade che ci imponga una pratica inconsueta. Le anime pie di solito non la pensano così e si affannano a propiziarsi Dio con una serie di atti che dovrebbero correggere l’ordinario egoismo della loro vita precedente, e che invece sono l’espressione ultima di questo egoismo … “

Con profetica preveggenza il Croce esortò alla condivisione del benessere e della libertà, senza la qual condivisione i diseredati si sarebbero giustamente ribellati, riversandosi come masse sconvolte nei Paesi economicamente avanzati, della qual lungimirante previsione gli attuali flussi di un’umanità disperata proveniente dall’Africa rappresenta la drammatica conferma.

Il Croce identificò i valori supremi nella nota triade del Vero, del Bello e del Buono, cui volle aggiungere la categoria dell’Utile, coincidente con l’Economia. La Filosofia (o Logica) consistente nella ricerca del Vero, non era mai definitiva – al pari della vita – per cui era appropriato riferendosi ai problemi che essa aveva affrontato nel tempo, considerarla non un “sistema”, bensì un insieme di “sistemazioni”, vale a dire di “catalogazioni” in continuo divenire.
Procedendo nelle partizioni definitorie, l’Estetica era la ricerca del Bello, sfera del sentimento, che si manifestava in varie forme: musica, poesia, pittura, scultura, letteratura.

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La ricerca del Buono, si identificava nell’Etica; ma siffatte distinzioni si raccordavano tutte nell’Uomo, che non è necessariamente limitato da alcuna di esse, ma che tutte le può compendiare, così rivelandosi – al contempo– soggetto morale, economico, filosofico ed artistico.

Nella concezione crociana il ruolo preminente compete all’Etica, in quanto “potenza unificatrice dello spirito”, che tuttavia non tiranneggia le altre, rispettandone l’intrinseca autonomia. Importante è il concetto della Politica, consistente nell’ardente passione per la società in genere e per la Patria in particolare. «La vera azione politica» scrisse «richiede sempre di tirarsi fuori dai partiti per affissare, sopra di essi, unicamente la salute della Patria».
Conclusasi l’infausta esperienza del Fascismo il Croce, intendendo la Storia come “storia della libertà”, nel 1944 esordì con il noto heri dicebamus, per riprenderne le fila dopo l’interruzione del Ventennio, col sostenere la necessità che ogni cittadino si iscrivesse ad un Partito, il che non significava abdicare al proprio sentire individuale, poiché in caso di contrasto con la propria coscienza morale, la persona aveva il diritto ed il dovere di uscire dal Partito prescelto.

La sua più assoluta indipendenza di pensiero si confermò anche quando, divenuto capo del partito liberale, alla vigilia del varo del governo Bonomi nel 1944, informò lo Sforza di aver detto agli amici liberali:«non vi dolete se io, sempre che ciò creda utile al nostro Paese, propongo e sostengo persone di diversi partiti per uffici nei quali penso che possano fare meglio di altri».

Il credo politico (fondamentalmente nelle due grandi aree del liberalismo e del socialismo) era qualcosa di saldo e di assoluto, da non confondersi con i programmi concreti nei quali doveva tradursi, necessariamente cangianti in relazione alle mutevoli condizioni concrete. Il Croce aborrì l’atteggiamento servile degli uomini di cultura (l’esperienza fascista era stata maestra al riguardo)verso il Potere, così come lo sterile estraniarsi dalla vita civile per mantenersi incontaminati.

Egli fu un convinto europeista, sostenendo che la realizzazione auspicata di una Europa unita, non avrebbe comportato di dover rinnegare la pregressa appartenenza alle “piccole Patrie”, che sarebbero state meglio amate nel nuovo contesto unitario, superando ogni suggestione nazionalistica.
Il liberalismo come religione della libertà, non era necessariamente simbiotico con il sistema economico del liberismo (del che è oggi riprova concreta la Cina post-maoista, dove il sistema politico dirigistico di matrice comunista, coesiste con l’economia di mercato).

Anche i Partiti, chiamati ad operare nella realtà contingente, potevano discostarsi dai loro programmi teorici, per cui un liberale poteva trovarsi nella necessità di nazionalizzare dei servizi essenziali, e – per contro – un socialista, di dover privatizzare, rifuggendo da quel fanatismo ideologico che era in contrasto sia con la razionalità che con la coscienza morale.

cms_32967/11.jpgLa cultura laica era quella che rifuggiva da condizionamenti di tipo religioso, politico, accademico, scolastico, o consortile (si riferiva in particolare alla Massoneria). Laico significava “libero”da qualsivoglia appartenenza o limitazione del libero arbitrio. La laicità del Croce non gli impedì di riconoscere «l’intima religiosità e la sostanziale continuità con l’ispirazione ed i valori della religione più propria della tradizione europea, cioè il Cristianesimo», senza che egli giungesse alla teorizzazione manzoniana di un liberalismo cattolico.

Il Partito liberale, esaurita nel sec. XIX la sua funzione storica per il trionfo della libertà, ed in particolare di quella di coscienza, poteva anche estinguersi come organizzazione istituzionale, senza che con ciò venisse ad estinguersi anche l’idea di libertà che ne era stata ispiratrice, compatibile con qualsivoglia sistema economico-sociale. La vita fu per lui un impegno assiduo nel lavoro, nella laica religione del Dovere, per cui ogni qualvolta aveva raggiunto un obiettivo, esso era non il traguardo, ma una tappa verso quello successivo, affinché come ricordato la Morte non lo sorprendesse nella stupidità di un ozio inoperoso.

Data:

31 Dicembre 2023