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IL GRANDE ATTRATTORE (I parte)

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Leonardo da Vinci: Il Cenacolo

Il Bello abitava in via Orto del Re. Ricordo benissimo che era domiciliato lì, quando lo percepii per la prima volta. E si sa che la prima volta non si scorda mai.

A distanza di lustri, ho accumulato un numero sterminato di indirizzi e, quando posso e voglio, so dove trovarlo. È capace comunque di sorprendermi nei luoghi, nelle situazioni e nelle condizioni più disparate. Che si presenti da sé o che sia io a scovarlo, la risposta del mio essere non varia di molto. In pubblico ho imparato a controllarmi ma in privato, all’acme, non ho vergogna a dirlo, sono baci al Cielo, lodi ad alta voce all’Altissimo ed intime esaltazioni sfocianti in un’istintiva taranta.

Fui condotto altre volte in quella casa, dove si era manifestato una specie di campo tensoriale, un’interazione per il solo fatto che io ero lì e lei era lì. Lei, fonte del mio Bello primigenio, era figlia di un’amica di mia madre. Impossibile descriverla. L’ho nella scatola dei lontani ricordi come la pecorella del Piccolo Principe. Là è bellissima; tirarla fuori significa deformarla. Per dare un’idea posso dire solo che aveva poco più di undici anni. Come me.

Più tardi, ho saputo che un certo Dante, molto più precoce, aveva avuto una simile folgorazione incontrando una certa Beatrice di soli nove anni!

Curioso del funzionamento della persona umana, mi sono interrogato sulle facoltà mentali, sulle scaturigini dei concetti, del pensiero e sulle loro proiezioni nella parola parlata che sta alla base dell’evoluzione.

Il termine Bello ha la stessa radice di Bene, esprime una qualità “astratta”, polivalente, non limitata al mero campo estetico. Paradossalmente, non solo può abitare ovunque (anche in ciascuno di noi), ma contemporaneamente celare la sua presenza ad alcuni e manifestarla ad altri. Salvo a concedere più tardi la sua ineffabile epifania alla sensibilità affinata dallo studio, dalla meditazione, (e dalla fermentazione nel crogiolo della sofferenza).

Due episodi per me significativi. Il primo a Milano, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, in compagnia di una ragazza appena uscita dall’ Accademia delle Belle Arti. Io “guardavo” il capolavoro di Leonardo, lei era commossa fino alle lacrime. L’ansimare, il volto rapito, le mani protese verso l’affresco e l’espressione appena sussurrata: “Bello, bello!” mi coinvolgevano più dello stesso dipinto. Che cosa percepiva lei che a me era vietato? Quale segreta corrispondenza si era stabilita tra quell’anima sensibilissima e il dipinto? Ero a digiuno di storia dell’Arte e avevo lo spirito inaridito da una crisi di fede; stavo decisamente su un piano ricettivo inferiore rispetto a lei.

Il secondo episodio, a scuola. È ancora una ragazza (durante una lezione di matematica sulle derivate successive di una parabola), che all’improvviso esclama: “Che bello! Che meraviglia! È proprio il Sublime di Kant: una poesia dell’infinito scritta nel linguaggio matematico”. Sorride pensosa. Gli occhi sono due lucciole nella notte.

(Continua…)

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Data:

14 Ottobre 2020