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Il mondo inaugura la nuova era. Che ne sarà dell’Europa?

Si apre ufficialmente l’era Trump. Accantonata la cerimonia di inaugurazione e la manifestazione di protesta messa in atto da buona parte delle donne americane, si parte con le azioni concrete. Non perderà tempo il nuovo Presidente: secondo alcune indiscrezioni, provvedimenti esecutivi in materia di immigrazione sarebbero già in preparazione. Venerdì incontrerà Theresa May e non è un caso. Pochi giorni fa disse : “la Brexit è una gran cosa”.

Da ciò trapela un dato che serve a farci capire come anche la sua politica estera sia destinata a svolgersi sotto il segno della parola d’ordine: “protezione”. Trump si è detto pronto a “stringere un importante accordo commerciale con i britannici”, in virtù delle relazioni da sempre intercorse tra i due paesi. Non con l’Europa che non si è peritato dal definire “in difficoltà”. Tutta la sua visione la si ritrova nel discorso d’insediamento. Parole astute e di grande effetto. “Ciò che davvero conta non è quale partito controlli il Governo, ma se il Governo è controllato dal popolo”. Un sapore solo apparentemente populista che rivela un progetto di ben più ampia portata, in parte frutto degli eventi caratterizzanti l’Occidente dell’ultimo periodo. Un’immigrazione incontrollata, la delocalizzazione del fattore “lavoro” – in buona parte dovuta alla globalizzazione – il terrorismo ad opera di fazioni islamiste, l’esagerato permissivismo che mira a confondere i tratti della famiglia istituzionale, non avrebbero potuto che portare a questo: il protezionismo. Ma quello di Trump è studiato, non scevro da competenza politica.

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Ascoltando quel discorso sembrava di essere tornati al Lincoln di Gettysburg che, nel lontano 19 novembre del 1863, riportava gli americani all’idea di “governo del popolo”, un archetipo proprio di un concetto “sociale”, dai rimandi patriottici, pur destinato a convivere con un’economia di stampo liberista. Un protezionismo nuovo dunque – che il presidente si premura di chiamare “protezione” – non un semplice ricorso storico. E questo fa pensare che la sua ricetta possa avere delle chances.

“L’establishment ha – finora – protetto sé stesso e non i cittadini. Un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i frutti del governo, mentre la gente ha sostenuto il costo”, ha sottolineato. La scommessa politica si gioca dunque adesso sul riscatto della middle class che ha diritto al ripristino della sua tranquillità e del suo benessere. “Il momento delle chiacchiere è finito, è l’ora di agire”.

Trump, ad eccezione della Gran Bretagna, tenderà a un mercato relegato all’interno dei confini. Ci si chiede dunque cosa ne sarà dell’Europa, non certo facilitata, così com’è.

“È diritto di tutte le nazioni mettere al primo posto i propri interessi” ha detto ancora il neopresidente. Sacrosanto, come il fatto che ciascun governo abbia il dovere di realizzarli, nel rispetto del volere popolare e in antitesi con qualsiasi concezione elitaria di un potere calato dall’alto.

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Allora l’Europa ha due possibilità: trasformarsi, portando a compimento il progetto federalista spinelliano che conferisca ad ogni Stato la giusta autonomia, prima fra tutte quella decisionale economica, oppure abbandonare l’idea di Unione. Ne va del futuro, che non rinuncerà alla globalizzazione – “Non è la sua fine” come ha detto Theresa May – ma ad essa imporrà delle regole. La prima: “meno Stato, più mercato”.

In quest’ottica non è importante in Italia ingaggiare, tra partiti, la sfida a chi con Trump ha più affinità. Essenziale è invece decidere, bilanci alla mano, quale strada intraprendere.

In un contesto europeo o da soli, occorrerà camminare sulle proprie gambe. In politica, come in economia conterà pertanto la competenza.

È se l’America sembra intenzionata a mettere da parte la green economy che, oltre a garantire uno sviluppo “sano” – particolare non da poco – può offrire ampie possibilità di impiego, non deve farlo l’Italia che, grazie alle sue risorse, in combinata col processo di digitalizzazione, propedeutico alla produttività, potrebbe dar vita a una produzione finalmente innovativa che, in termini di competitività, tornerebbe utile persino nell’ambito di un mercato angloamericano.

In quanto allo scenario mondiale, il primo obiettivo del Presidente è pienamente condivisibile: la lotta contro il terrorismo islamista.

Un’aria nuova, distante anni luce dal conservatorismo di Bush o dal liberismo di costume di Obama. Trump è il populista patriottico, che ha creato un impero, credendo in sé stesso. La sua politica porrà dunque le condizioni affinché agli abili della classe media, oggi soffocati da una tassazione insostenibile, siano date le stesse possibilità.

Data:

24 Gennaio 2017