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IL MUSEO VA IN PERIFERIA (parte II)

Secondo e ultimo appuntamento oggi riservato all’interessante esperienza di impegno nel recupero e valorizzazione del sito di Rebibbia-Casal de’ Pazzi come polo museale. Premetto una mia nota minima a quanto focalizzato dall’autrice che, peraltro, si è espressa con la competenza analitica dell’archeologo in campo in paio con la precisa volontà di non marginalizzare l’analisi topica del recupero. L’articolo si pone, ritengo, come spunto per comprendere che oggi è riduttivo affermare che nel legame tra patrimonio storico e comunità un popolo ritrova la propria identità perché i processi di globalizzazione hanno ricadute in ambito sociale che impongono, segnatamente in ambito culturale, una ridefinizione del museo in funzione inclusiva. E’ importante, e in tal senso faccio leva sull’esempio della musealizzazione del sito descritto nell’articolo, che le istituzioni culturali e la comunità non sottovalutino tale ruolo sociale ripensando la fruibilità degli allestimenti espositivi, degli approcci descrittivi in chiave transculturale e nel rispetto delle alterità dei visitatori. Perché, in buona sostanza, sia museo della comunità. (Antonella Giordano)

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LA VALORIZZAZIONE

Oltre a svolgere quanto necessario per la protezione del sito, nel contempo, sono state effettuate le scelte museologiche e museografiche per permetterne la piena comprensione. Due i percorsi scelti, strettamente legati tra loro: l’adozione di strumenti di comunicazione semplici ed efficaci e la creazione di una rete di relazioni con il territorio.

Il percorso comunicativo

Gli oggetti contenuti in un museo sono “segni”, soprattutto in un museo “archeologico”, dove ciò che vediamo ha spesso perso la sua funzione originaria per diventare uno strumento di conoscenza degli antichi modi di vita. Di conseguenza, per dare ai reperti un nuovo significato, deve essere attivato uno specifico percorso comunicativo per fornire “un codice” che permetta ai visitatori di comprendere le informazioni e di ricostruire il contesto originale dell’oggetto.

Nel caso di Casal de ’Pazzi, il contesto è visibile proprio nel museo, poiché il sito stesso è diventato un museo, ma, ciò nonostante, vista la grande distanza temporale e culturale che separa il visitatore quanto esposto, è stato necessario trovare il “codice” adatto non solo per un pubblico informato, in grado di comprendere il messaggio contenuto nella esposizione con strumenti propri, ma soprattutto per i visitatori comuni, che dovrebbero essere messi in grado di comprenderne il contenuto.

Per questo motivo, oltre alle forme tradizionali di comunicazione museale, quali didascalie, pannelli, ecc., sono stati utilizzati strumenti più diretti, di tipo visivo e/o interattivo, con l’obiettivo di favorire il coinvolgimento del visitatore e di mantenere alto il suo livello di attenzione.

In sostanza tutte le fasi della visita contribuiscono a costruire un museo “narrativo”, attraverso l’utilizzo di una serie di strategie e tecniche accattivanti e inclusive, che sfruttando anche le moderne tecnologie, rappresentano un potente strumento comunicativo (digital storytelling).

In questa prospettiva si è quindi realizzato un ambiente in cui il visitatore possa svolgere un ruolo attivo e possa vivere un piacere collettivo che nasce dal comprendere una storia attraverso il confronto tra diverse prospettive e dove si possa generare un forte rapporto interpersonale tra gli utenti, indipendentemente dall’uso strumentale delle moderne tecnologie. Il sistema interattivo, che viene così istituito, funziona sia con l’uso di supporti tecnologici, ma anche con i più tradizionali metodi di comunicazione – contatto, racconto, gesto, ecc.- che riescono a creare una condizione di naturalità. Il museo diventa pertanto un luogo più dinamico non solo finalizzato a conservare.

Questo tipo di approccio si è finora dimostrato un valido strumento per la piena comprensione dell’esposizione e didatticamente adatto a trasmettere il “messaggio del Museo”, permettendo di creare un ambiente in cui comunicazione testuale e digitale possono convivere e sovrapporsi, attuando un trait d’union fra contesto archeologico, oggetti esposti, punto di vista del curatore, etc.

Il percorso di visita

La visibilità esterna del museo è stata resa attraverso due grandi pannelli in maioliche artistiche, posti ai lati dell’ingresso, dove sono rappresentate ricostruzioni dell’ambiente pleistocenico (fig. 7 B). I visitatori accedono poi in un grande spazio all’aperto dove i primi pannelli introducono alle tematiche generali. La storia dei ritrovamenti (fig. 3 A) ed una grande “striscia del tempo” (fig. 3 B) sono i contenuti preliminari alla visione del giacimento. L’itinerario di visita prevede, in primo luogo, la vista del giacimento dall’alto di una passerella. L’illuminazione naturale evidenzia grandi massi rosati e resti fossili: è il paesaggio “archeologico”, ciò che resta dopo lo scavo (fig. 4 A). Poi, un impianto di oscuramento “sgancia” il visitatore dalla lettura oggettiva dei resti. Una voce fuori campo e luci correlate danno semplici risposte alle domande suscitate da questo paesaggio fossile (fig. 4 B), inaspettato nella fitta trama urbana che lo circonda. Da questo momento il visitatore viene portato ad immaginare ciò che non c’è più. L’alveo si riempie di acque “virtuali” facendo comprendere, quasi fisicamente, di essere dentro il fiume. Il piano è ora quello della suggestione. Sulla parete collocata di fronte alla passerella appare una ricostruzione del paesaggio pleistocenico: il fiume, le piante, gli animali (fig. 4 C, D). Di sottofondo la voce di un uomo che, duecentomila anni fa, viveva in quei luoghi e racconta il suo mondo.

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A: Una parte del giacimento; B: la proiezione di luci accompagnata da una voce narrante; C e D: due fotogrammi del filmato ricostruttivo.

Dopo questa full immersion, sono previsti vari livelli di approfondimento. Nello spazio esterno, davanti all’ingresso, alcuni pannelli “raccontano” l’evoluzione dei paesaggi e della vita nella campagna romana, a partire da quando a Roma c’era il mare (circa 3 milioni di anni fa) fino a giungere all’attualità (fig. 5).

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A: Pannelli didattici collocati all’esterno del museo; B: ricostruzione del territorio di Roma circa 360.000 di anni fa; C: ricostruzione degli ambienti nell’area costiera di Roma circa 300.000 anni fa; D: ricostruzione degli ambienti nella Bassa Valle dell’Aniene circa 200.000 anni fa; E: ricostruzione degli ambienti nella Bassa Valle dell’Aniene circa 125.000 anni fa.

Nella sala espositiva, che si affaccia con due grandi vetrate sul giacimento, sono presentati alcuni reperti (fig. 6 A, B). L’itinerario parte dalle tematiche ambientali per concludersi con le attività dell’uomo. Le vetrine sono corredate da disegni ricostruttivi. In questo spazio vi è anche un touch screen. In questa “Pleistostation” i visitatori vengono incoraggiati a cercare analogie e differenze tra la vita quotidiana attuale e quella paleolitica (fig. 6 C). Il percorso prevede poi una visita all’area esterna del Museo, che ripropone una ricostruzione dell’insieme floristico che poteva caratterizzare un ambiente fluviale circa 200.000 anni fa (fig. 6 D); anche in questo caso l’esperienza “dal vivo” coinvolge praticamente ed emotivamente il visitatore. Qui sono state realizzate inoltre tre aree di sosta per laboratori didattici, dove possono anche essere organizzati eventi utili a creare più stretti rapporti con i cittadini e il territorio.

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A e B: due vedute della sala espositiva; C: una scena del videogioco “A spasso nel Pleistocene” utilizzabile nella Pleistostation; D: il “giardino pleistocenico”.

Il Museo e il territorio

Elemento chiave della strategia culturale del Museo è rappresentato dalla volontà di avere uno stretto rapporto con il territorio, di voler essere un punto di riferimento culturale per le persone che lì vivono. Un luogo di partecipazione. Un luogo di inclusione attiva degli stakeholder. Il fine è rendere il museo un forum per il dialogo, l’interazione, la costruzione di contenuti condivisi, progetti, conoscenze, inclusione sociale, adozione del patrimonio culturale. Questa prospettiva, anche se rivisitata in chiave moderna, si ispira al concetto di eco-museo teorizzato in Francia negli anni ’60 . A distanza di molti anni dalle prime asserzioni teoriche e grazie alle molte elaborazione successive, anche in Italia ha cominciato ad imporsi l’idea che il patrimonio culturale possa essere il fulcro per la formazione di una nuova cittadinanza che si assuma personalmente la responsabilità della conservazione e della trasmissione del patrimonio culturale alle generazioni future. Attraverso un percorso di crescita collettiva, la comunità, diventando consapevole di tale responsabilità, è così stimolata ad avviare azioni a favore del proprio territorio.

In questo processo il museo diventa promotore, insieme ad altri organismi territoriali, della formazione della coscienza civica della comunità. Il luogo di conservazione, una volta elitario, riservato a una minoranza, limitato al suo contenitore, si apre al territorio, diventa espressione di una comunità intesa come popolazione che vive quei luoghi. Tutela e valorizzazione si integrano, soprattutto se il museo riesce ad occuparsi del patrimonio culturale nel suo complesso, anche quello puntualmente diffuso, e non limitarsi a custodire una collezione di oggetti.

Sebbene il potenziale scientifico e divulgativo del Museo travalichi il luogo in cui esso, casualmente è sorto, il senso di appartenenza, che si è già creato nei cittadini, costituisce un positivo presupposto per una reciproca crescita.

Molte sono le attività che coinvolgono le scuole, anche grazie al progetto “La scuola adotta un monumento” (fig. 7 A). Con le tante associazioni culturali presenti nel territorio si è creato un rapporto ormai storico che permette anche la programmazione di attività comuni.

Vista la vicina presenza dell’Istituto di Pena di Rebibbia, sono stati avviati alcuni progetti di inclusione sociale per i detenuti, sia attraverso la collaborazione con cooperative sociali (fig. 7 B), sia favorendone, quando possibile, la presenza in Museo con il fine di manutenere gli spazi esterni ed il giardino.

La presenza viva del Museo nel territorio ha comportato anche la nascita di una serie di attività sociali, artistiche e culturali. Il famoso fumettista Zerocalcare, aveva sottolineato l’importanza del sito per gli abitanti di Rebibbia in una “striscia” del 2011 , e, a distanza di qualche anno, nel 2014, ha celebrato le peculiarità del “suo” quartiere dipingendo un singolare “mammut” in un murale presso la stazione della metropolitana di Rebibbia (fig. 7 C) . Risale a quest’anno l’intervento del famoso street artist Blu , che in uno dei dipinti realizzati sui muri dei palazzi limitrofi, cogliendo l’importanza dei resti lì rinvenuti, ha dipinto una grande spirale dell’evoluzione sulla Terra (fig. 7 D). In questo percorso il Museo è stato da sempre supportato dalla presenza costante di giovani tirocinanti, studenti di archeologia, paleontologia, geologia, provenienti dalle tre università romane. Nell’ultimo anno un nuovo supporto è giunto dai giovani afferenti al progetto di Servizio Civile (Garanzia Giovani) sia nell’accoglienza dei visitatori che in molte altre iniziative da loro stessi proposte e realizzate (fig. 7 E).

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A: I bambini dell’Istituto Comprensivo “Palombini” con al petto piccole spille a forma di Elephas; B: un particolare delle ricostruzioni in maiolica realizzate dalla cooperativa A.P.E. (artista Vincenzo Montini); C: il murale realizzato da Zerocalcare presso la stazione metro di Rebibbia: D: l’artista Blu, mentre realizza il grande murale sull’evoluzione in Via Palombini; C: i quattro ragazzi del Progetto “Garanzia Giovani” del Servizio Civile Nazionale.

CONCLUSIONI

Tenendo conto dell’importanza e del peso che l’archeologia classica ha sempre giocato nella capitale dell’Impero Romano e della collocazione del Museo in una periferia urbana ancora tutta da riqualificare, l’approccio narrativo prescelto, supportato da tecnologie avanzate, sembra essere particolarmente indicato per un museo che affronta temi di non immediata comprensione. La semplicità e l’immersività del percorso comunicativo realizzato ha già portato, in questi pochi mesi di apertura, ad una significativa presenza di pubblico. La lunga e difficile storia di questo piccolo Museo in periferia (non di periferia) dimostra inoltre che un qualsiasi progetto archeologico che parta anche dalla volontà di sensibilizzare residenti e visitatori ai temi della ricerca, della conservazione dei monumenti e della gestione dei beni culturali, ha necessità di conoscere il luogo in cui “abita” e di coinvolgere le persone che lo “abitano”. Solo rapportandosi e confrontandosi con le peculiarità culturali e sociali dei residenti, facendo crescere il senso di appartenenza e quindi l’affinità elettiva verso il proprio quartiere, stimolando con apposite iniziative la voglia e l’impegno a partecipare, un museo può diventare un polo di viva attività culturale. Nei luoghi della periferia urbana, pur ricchi di storia e di monumenti, interventi sporadici limitati allo scavo e alla collocazione di recinzioni, coperture e pannelli, spesso creano solo nuovi ruderi e ulteriore degrado

Bibliografia e Sitografia

https://www.academia.edu/30383716/IL_MUSEO_VA_IN_PERIFERIA_LA_MUSEALIZZAZIONE_DEL_SITO_DI_REBIBBIA_CASAL_DE_PAZZI_TRA_ORGOGLIO_E_PREGIUDIZIO?

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IL MUSEO VA IN PERIFERIA (parte I)

https://internationalwebpost.org/contents/IL_MUSEO_VA_IN_PERIFERIA_(parte_I)_21008.html#.YC8ubOhKiR8

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Data:

19 Febbraio 2021