Traduci

Il popolo della Crimea: “Meglio con la Russia che con l’Ucraina”.

“I russi devono rimanere!”. Meglio con la Russia che con l’Ucraina: così la vedono molte persone in Crimea. Non si fidano del tutto di Putin, ma sono ancora più impauriti dei nazionalisti, che stanno prendendo il potere a Kiev.

cms_470/01_airport_crimea.jpg

All’aeroporto di Simferopoli non si ricordano più dell’appartenenza della città all’Ucraina. Un grande cartello avvisa ai passeggeri in arrivo che “stanno entrando nel territorio ucraino”. Ma davanti all’edificio è facile confondersi fra chi realmente governa la penisola. Formalmente è ancora governata da Kiev, ma la realtà è diversa. La polizia ucraina non si fa più vedere da giorni. Le nuove forze dell’ordine indossano elmetti d’acciaio ed armi automatiche. Non c’è alcun codice di riconoscimento sulle tute mimetiche verdi degli invasori, né alcuna targa sui camion russi “Kamas” sui quali sono arrivati. In ogni caso, nessuno ha più dubbi che si tratti di soldati della marina militare russa.

cms_470/02_crimea_142scrd.jpgIl diritto internazionale? La Russia non se n’è molto curata e si è impadronita della penisola della Crimea con le sue truppe. Mentre l’Occidente si sta surriscaldando le teste discutendo sulla via da seguire, sull’espulsione della Russia dal G8 e sulle sanzioni da applicare al Cremlino, la popolazione civile della penisola sta già convivendo con la nuova situazione politica. “Arrivano i russi!”, questa frase non può scioccare alcun cittadino qui, visto che i russi sono la maggioranza, più del 60 percento, (quasi il 90 in molte zone). A fine mese, già il 30 marzo, la Crimea dovrebbe indire un referendum per decidere il proprio destino. Il Cremlino è ormai certo di raggiungere una chiara maggioranza, che rinsalderà i vincoli nei confronti di Mosca. In passato, tuttavia, la simpatia verso la Russia non è sempre stata tale in Crimea. Da un sondaggio del 2012, il 38 percento fu a favore di un’annessione alla federazione russa, mentre il 40 percento chiese maggior autonomia all’interno dello Stato ucraino.

La Reazione del Popolo

cms_470/03_Simferopoli-3.jpg

Nel centro di Simferopoli, in piazza della vittoria, qualcuno ha appeso un manifesto con su scritto “Meglio con la Russia che con questa Ucraina”. Alexander Raschupkin, 53 anni, la pensa allo stesso modo. Di solito lavora in un deposito ferroviario, ma ora ha una fascia rossa avvolta attorno al braccio sinistro. Funziona così con i suoi commilitoni della pattuglia filo-russa “fino a quando alla nostra polizia sarà chiaro da che parte stare”. “Non vogliamo che i nazionalisti radicali dell’Ucraina occidentale si presentino qui” dice. Raschupkin indossa la fascia di Georg nera ed arancione sul risvolto della sua giacca di pelle, con la quale viene ricordata la vittoria sul nazismo nella seconda guerra mondiale. Diverse unità di nazionalisti della parte occidentale dell’Ucraina combatterono a fianco delle SS e delle forze armate tedesche. Il presidente russo Vladimir Putin ha fatto la cosa giusta “impedendo altri spargimenti di sangue” dice Raschupkin. Un passante si immischia nella discussione, non gli piace il modo come si è deciso di procedere, si rischia di creare una controversia. “Non pensate che vogliamo tutti la Russia qui”, afferma ad alta voce. l’uomo si presenta come Vitali, ma preferisce non riferire il suo cognome. “Ho molti bambini”, spiega scusandosi, per paura di subire ritorsioni da parte nuovi governanti.

cms_470/04_img1.jpgVitali ha 35 anni e ha un piccolo negozio che vende materiali da costruzione. “Sono cresciuto in Ucraina, e voglio rimanere in Ucraina” racconta. Lui era lì, quando nella settimane passate oppositori e sostenitori del regime di Maidan sono scesi in piazza a Simferopoli, dalla parte dei sostenitori della rivoluzione. “Eravamo quasi il doppio dei russi”, riferisce. “Ma nella notte hanno semplicemente inviato l’esercito. Che arroganza, com’è possibile?” Il Cremlino ha giustificato l’invasione ventilando un pericolo per i russi. “Non ho mai visto un russo che abbia subito molestie qui”, dice Vitali. Prima di andarsene, esprime più decisamente il disappunto nei confronti della leadership russa. Putin sarebbe un furfante che invece di aiutare un’Ucraina al tappeto “usa la debolezza di Kiev con sfacciataggine a suo beneficio.”

cms_470/05_images_(1).jpgMentre a Sebastopoli, il porto della flotta russa nel Mar Nero, l’intervento di Mosca è acclamato e festeggiato, i concittadini più a nord, nel capoluogo provinciale Simferopoli, guardano con sentimenti contrastanti all’esercito russo . “La Russia non ci dà alcuna garanzia per la soluzione dei nostri problemi, dobbiamo decisamente riprenderci il destino nelle nostre mani”, dice Svetlana, 21 anni, studentessa di economia. Si trova in un cortile vicino al Parlamento mentre discute la situazione con i conoscenti Dmitrij e Kristina. “La Russia è per me un paese straniero, saremo sempre e solo un soggetto di seconda classe per Mosca”, dice. Svetlana auspica un’ampia autonomia della Crimea. Non vuole un’adesione alla Russia, ma il comportamento dei nazionalisti a Kiev ha sorpreso anche lei. “Non capisco perché vogliono imporci la lingua ucraina “, dice . In Crimea e nella parte orientale della nazione quasi nessuno parla ucraino. Nonostante ciò, il governo centrale ordinò pochi anni fa di tenere le lezioni esclusivamente in lingua ucraina, all’università di Simferopoli frequentata da Svetlana. Il progetto, tra l’altro, è naufragato a causa della difficoltà di reperire docenti in grado di insegnare in quella lingua. Dmitrij, 30 anni, è russo, ma l’Ucraina è la sua casa . Fa il programmatore e ha anche lavorato in Russia. “Quando i miei amici parlano di Putin in Russia, lo fanno abbassando la voce e guardandosi attorno, che non ci sia qualcuno che stia origliando” dice. “Questo è qualcosa che non voglio, io voglio vivere in libertà”. Di scontri tra russi e ucraini, non avrebbe mai sentito nulla. Kristina, 21 anni, studentessa di giurisprudenza, è dubbiosa. Sua madre le ha parlato delle manifestazioni dei Tartari, che, verso la fine di febbraio, avrebbero bloccato le strade e fermato addirittura le ambulanze. Sarebbero stati armati di bastoni. “Non è bello vedere soldati stranieri che pattugliano armati le nostre strade”, dice. “Ma se si preoccuperanno di farlo in maniera pacifica, allora i russi possono tranquillamente restare.”

La diplomazia

cms_470/06_diplomazia_g1160981445.jpg

La drammatica accelerazione degli avvenimenti e il gioco delle avverse propagande rendono difficile un giudizio sulla crisi ucraina e sulla risposta che dovrebbe dare l’Occidente. I media russi, in gran parte controllati dal Cremlino, svolgono una propaganda sottile e pervasiva, coadiuvata anche da fonti occidentali filorusse, più o meno consapevoli.Per coprire certe mosse di Mosca, un velo di dubbio viene gettato anche su fatti macroscopici, finché non diventano fatti compiuti da accettare come sviluppi inevitabili: ad esempio, il fatto che il Cremlino abbia reagito all’imprevisto successo della rivolta contro il regime Yanukovich con minacce militari contro l’Ucraina e con l’occupazione della Crimea.Proviamo a esaminare 3 aspetti della crisi ucraina, depurandoli dalle distorsioni della propaganda e dalla cortina fumogena delle dichiarazioni politico-diplomatiche e controllandoli per quanto oggi possibile (gli storici faranno il loro lavoro in seguito): la rivolta di Euromaidan; la tattica e la strategia del Cremlino; la posizione di Unione Europea (Ue) e Stati Uniti. Potrà essere poi più facile ragionare sulle prospettive della crisi e sulle risposte che l’Occidente può dare per favorire una soluzione.

La rivolta di Euromaidan e la mediazione europea

cms_470/07_Euromaidan_Kyiv_1-12-13_by_Gnatoush_002.jpg

Nessuno poteva pensare che le manifestazioni di Euromaidan, iniziate a fine novembre, potessero durare così a lungo. Per una corretta interpretazione della crisi, è importante tenere presente la dinamica degli avvenimenti. La richiesta di Europa che nasceva dall’aspirazione a trasformare l’Ucraina da paese post-sovietico, in mano a oligarchi avidi e corrotti, a moderno paese democratico, era inevitabilmente legata alla contestazione di un governo autoritario di orientamento filo-russo che aveva lungamente affermato di voler un accordo di associazione con l’Ue prima di deludere quelle aspettative.

cms_470/08_-putin-yanukovich-mosca-131121145240_big.jpg

Tuttavia, gli accordi Yanukovich-Putin di fine dicembre sembravano aver creato un fatto compiuto difficilmente reversibile. L’opposizione si è invece radicalizzata reagendo alla repressione poliziesca, ai metodi ripugnanti impiegati dai servizi ucraini e alle leggi liberticide del 16 gennaio. Le accuse di fascismo, estremismo, nazionalismo intollerante, razzismo e antisemitismo rivolte indiscriminatamente ai manifestanti e alle organizzazioni che li hanno difesi sono in massima parte uno strumento propagandistico delle fonti filo-russe e in massima parte facilmente confutabili. Un aspetto di forte rilevanza per gli sviluppi della crisi è stato il crescente timore che le ripetute minacce di legge marziale preludessero a una sanguinosa, totale repressione. Da dicembre a metà marzo si sono susseguiti cicli di manifestazioni/repressioni sempre più violenti. Autorevoli esponenti ucraini hanno cercato di arginarli con ripetuti tentativi di mediazione e di compromesso. Ma ogni volta quei fragili accordi sono stati sconfessati o rinviati dagli uomini di Yanukovich. Il 18-20 febbraio, dopo un ulteriore tentativo di compromesso, sono nati scontri violenti, con circa 100 morti e 500 feriti, in massima parte fra i dimostranti. Il 20 febbraio, nell’inerzia delle istituzioni della Ue, la Germania ha preso l’iniziativa con una missione di mediazione dei ministri degli Esteri tedesco, francese e polacco: gli accordi sono stati accettati il 21 febbraio sia da Yanukovich sia dai leader dell’opposizione (non dal rappresentante russo). Yanukovich aveva ormai la consapevolezza dell’accelerazione presa da un processo che la stessa opposizione non aveva previsto, tantomeno sperato, di quelle proporzioni: dopo le stragi del 18-20 febbraio, le Forze militari, di polizia e le istituzioni statali stavano abbandonando il regime, mentre molti oligarchi (forse anche spaventati dalle minacce di sanzioni americane ed europee) prendevano posizioni di compromesso e i parlamentari filo-governativi cambiavano velocemente campo. La sera del 21 febbraio è bastato che alcuni esponenti radicali dell’opposizione ponessero una condizione ultimativa supplementare (l’immediata deposizione del presidente) perché Yanukovich fuggisse precipitosamente, facendo perdere le sue tracce per alcuni giorni. Le sue residue forze si sono liquefatte. Fra il 22 ed il 26 febbraio il parlamento (l’unica istituzione rimasta in carica) ha votato praticamente all’unanimità leggi in applicazione di tutti gli accordi del 21 gennaio, con una sola variate: la messa fuori legge dell’ex presidente. Ha quindi eletto un presidente ad interim e un governo provvisorio, nel rispetto sostanziale delle norme. In una situazione di rivolta popolare contro un regime corrotto, violento e privo di scrupoli democratici, non si poteva chiedere di più.

Tattica e strategia del Cremlino

cms_470/09_mosca_il_cremlino.jpg

Il Cremlino ha inizialmente adottato una tattica sottile, sfruttando le divisioni congenite dei politici ucraini, l’inesperienza e gli errori del governo provvisorio. Ha armato e teleguidato forze filo-russe in Crimea che hanno preso il potere nel governo regionale il 27 febbraio e hanno cominciato a invocare aiuto contro nemici immaginari (di cui peraltro non si vedevano tracce nella penisola). Putin si è mostrato sensibile all’appello, ma ha atteso alcuni giorni prima di chiedere al parlamento russo l’autorizzazione all’utilizzo della forza militare “in Ucraina” (non specificamente in Crimea). Poi è passato subito ai fatti, facendo occupare la penisola da forze russe prive di insegne, a partire dal 1° marzo. La Russia è impegnata nello sforzo di recuperare il suo status di grande potenza. Ottenere successi in questo campo è importante per Putin anche per assicurare il suo potere interno di fronte a crescenti difficoltà economiche e ai problemi interni della Federazione, in cui i cittadini di etnia russa sono circa la metà. Annettere la Crimea forse non è il suo obiettivo strategico: la Russia ha la già piena disponibilità della base di Sebastopoli e dal punto di vista economico la penisola ha un valore quasi esclusivamente turistico. Il vero interesse di Putin potrebbe essere di carattere interno: la Crimea è carica di valori simbolici per il nazionalismo russo. Il contrappeso è il costo politico di un’aggressione militare agli occhi dell’opinione internazionale. Per il Cremlino un incentivo addizionale potrebbe essere l’occupazione di alcune provincie sud orientali dell’Ucraina, con notevoli infrastrutture industriali. Ma vale, a fortiori, la stessa controindicazione politica. Putin potrebbe accontentarsi di questo non indifferente bottino. Ma la tattica scaltra e prudente fin qui seguita suggerisce anche un’altra ipotesi: il vero obbiettivo strategico del presidente russo potrebbe essere quello di portare l’Ucraina nell’Unione Euroasiatica insieme alla Bielorussia e al Kazakhstan. Per riuscirci, può usare un misto di minaccia militare e di persuasione politica. Ovviamente, l’uso della forza avrebbe costi molto alti e lo stesso Putin lo ha relegato, senza escluderlo, a “estremo ricorso” ricorrendo abilmente a minacce e pressioni. Il presidente della Russia si è rifiutato di riconoscere le nuove autorità di Kiev usando come pedina l’ex presidente Yanukovich (pur confinandolo in un limbo lontano poiché ormai totalmente screditato: attualmente, sarebbe in cura a Mosca). È quindi giunto allo scoperto sostenendo le richieste di annessione alla Russia avanzate dalle autorità secessioniste della Crimea, messe al potere col suo sostegno. E si è espresso apertamente a favore delle proposte di riforma federale dell’Ucraina, avanzate fin da dicembre da suoi sostenitori ucraini, con lo scopo dichiarato di evitare i pericoli di divisione del paese (per altro fomentati da quegli stessi suoi seguaci). Ma anche per ridurre il potere del governo di Kiev: a futuro vantaggio dell’Unione Euoasiatica, cioè di Mosca. Resta da vedere fin dove si spingerà con le pressioni economiche e politiche: per scoraggiare l’Ucraina a negoziare nuovamente con l’Ue e indurre gli europei più titubanti a prendere tempo, allontanando l’amaro calice ucraino. In questo contesto, il pegno della Crimea potrebbe essere scambiato con il ritorno dell’intera Ucraina all’ovile euroasiatico.

La posizione dell’Occidente

cms_470/10_s.jpg

Malgrado le accuse di Mosca e le stravaganze di certi falchi americani (mossi essenzialmente dalla loro polemica contro il presidente Obama), Europa e Stati Uniti non hanno ambizioni di alcun genere sull’Ucraina, nè intendono usarla per indebolire o minacciare la Russia. Cercano piuttosto di arginare una crisi che è stata causata dalle ambizioni egemoniche russe, salvaguardando alcuni principi fondamentali: il divieto della minaccia e dell’uso della forza, il rispetto dei trattati internazionali, la salvaguardia dell’indipendenza e il diritto di ogni paese a scegliere liberamente la propria strada. L’Unione Europea deve quindi ribadire come i propri trattati fondativi riconoscano solennemente a paesi europei e democratici, capaci di adempiere alle condizioni pre-fissate, il diritto di chiedere di entrare a far parte dell’Unione stessa. Anche se il percorso dovesse rivelarsi lento e difficoltoso, come sarà il caso per l’Ucraina. L’Occidente deve inoltre rassicurare il Cremlino, chiarendo di non esser mosso da intenti ostili alla Russia. Ribadendo con fermezza che la Nato è una alleanza esclusivamente difensiva cui non intenderà ammettere l’Ucraina, a patto che da parte russa vi sia il pieno rispetto della sua indipendenza e integrità territoriale.

La possibile reazione dell’Occidente

cms_470/11_united-nations-osce-international-vote-monitors-us-2012-elections.jpgDopo il tributo di sangue di Euromaidan, gli europei dovranno rispondere all’appello delle nuove autorità ucraine di poter procedere verso la firma dell’accordo di associazione e libero scambio, magari con la riserva di una conferma a seguito delle prossime elezioni ucraine. Soprattutto, Europa e Stati Uniti non dovrebbero trattare l’Ucraina come un paese a sovranità limitata, oggetto di trattative e di compromessi fra grandi potenze in ragione di interessi superiori: se ciò dovesse verificarsi in quanto extrema ratio, dovrà esser accompagnato dalla consapevolezza di un ritorno alla prassi della guerra fredda. Si dovrà allora valorizzare, nei limiti del possibile, il ruolo dell’Osce.In nessun caso si potrà avallare la minaccia o l’uso della forza.

Data:

1 Giugno 2014