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IL POTERE E IL “BENE COMUNE”

Strana capacità la memoria: consente di ricordare, ma anche sceglie e dimentica.

Ci offre distanza, e dunque calma gli ardori, ma a volte ci offre anche rimpianto o rancore.

Talvolta, mi sorprendo a interrogarmi: perché tanti politici rinunciano malvolentieri alla “poltrona”? Oltre ai lauti compensi che ricevono, esercitare il potere li rende in qualche modo felici?

Quale sarà stata la gioia, ad esempio, di don Giovanni d’Austria quando ha sbaragliato i turchi a Lepanto (7 ottobre 1571)? E la felicità di Napoleone quando ha stravinto ad Austerlitz (2 dicembre 1805)?

E quella di Adolf Hitler mentre migliaia di giovani sfilavano sotto i suoi occhi nello stadio di Norimberga? E il senso di potenza di Josef Stalin, Winston Churchill e Franklin Delano Roosvelt riuniti a Yalta (11 febbraio 1945) per spartirsi il mondo?

Come decifrare il delirio di onnipotenza di un boss che vende e compra, assume e licenzia? La bieca voluttà di un torturatore mentre sevizia le sue vittime inermi?

Poi mi è venuto in mente il conforto che deve aver provato Alcide De Gasperi quando, davanti il consesso delle Nazioni, difese l’Italia sconfitta. E il sollievo di John Kennedy nel momento in cui, di fronte il muro di Berlino, ricordò che mai una nazione, prima della sua, aveva tenuto tanti figli lontano dalla patria non per portare la guerra ma per mantenere la pace.

Oggi si ha l’impressione, forse non infondata, che dopo la morte di personaggi come Adenauer, Tito, De Gaulle, Mao, Regan, il mondo da lungo tempo sia rimasto privo di grandi leaders carismatici.

Anche su scala nazionale, la distanza tra Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Giorgio Almirante, Enrico Berlinguer, Aldo Moro, e gli attuali politici appare incolmabile.

Non resta che ripiegare sul passato assai remoto, avvalendoci di testimonianze immortali come quella resa da Tucidide (storico greco, 460 – 404 a. C.) quando descrive la sana e consapevole gratificazione consentita dal potere fondato sulla saggezza.

Siamo ad Atene nel 435 avanti Cristo. L’egemonia della città è minacciata dalla rivale Sparta e la guerra del Peloponneso ha fatto i primi morti. Tucidide racconta che, nella cerimonia solenne per seppellire i giovani eroi, Pericle è chiamato a pronunziare il loro elogio funebre.

Egli sale su un’alta tribuna in modo che la sua voce possa giungere il più lontano possibile e ricorda al suo popolo, compostamente convenuto, che i guerrieri di Atene hanno da difendere un patrimonio molto più prezioso di quello posseduto dalle città nemiche. Hanno da difendere la democrazia, una forma di governo in cui tutti sono uguali di fronte alle leggi; in cui le cariche pubbliche vengono affidate non in base al partito di appartenenza ma sul merito; in cui il cittadino che si disinteressa della politica non viene considerato pacifico ma inutile; in cui si discute prima di prendere le decisioni; in cui l’intraprendenza si sposa con il calcolo senza cadere né nella baldanza, né nell’esitazione. Una forma di vita in cui il decoro sociale deriva dal contributo che ciascuna persona, anche povera, può dare alla città; in cui i cittadini obbediscono alle leggi scritte, e anche a quelle non scritte, quando tutti le reputano rispettabili; in cui si porta francamente soccorso agli altri “non per calcolo d’utilità, ma per fiduciosa liberalità”. D’altra parte, grazie alla sua importanza, Atene possiede beni di ogni genere che vi affluiscono da ogni parte del mondo.

Siamo davanti al feretro dei giovani morti per difendere la patria, davanti ai loro parenti in lutto, davanti all’intero popolo ateniese, compatto nel silenzio e nel dolore.

Eppure Pericle non si limita a enumerare i meriti politici, propri della sua città.

Subito dopo, e con pari enfasi, aggiunge: “Inoltre, a sollievo delle fatiche, abbiamo procurato allo spirito nostro moltissimi svaghi, celebrando, secondo il patrio costume, giochi e feste che si susseguono per tutto l’anno, e abitando case fornite di ogni conforto, il cui godimento quotidiano scaccia da noi la tristezza”.

Atene non ha nulla da nascondere: anche quando prepara le guerre, consente a qualsiasi straniero di entrare e uscire dalla città a suo piacimento.

Conta sul valore, non sugli stratagemmi; non educa i giovani all’eroismo militare, benché vinca puntualmente le guerre. I suoi cittadini amano “affrontare i pericoli con signorile baldanza, piuttosto che con fastidioso esercizio, e con un coraggio che non è frutto di leggi, ma di un determinato modo di vivere”.

E poi Pericle ci offre il suo ritratto della felicità collettiva: “Noi amiamo il bello, ma con misura, e la cultura dello spirito, ma senza mollezza. Usiamo la ricchezza più per l’opportunità che offre all’azione che per sciocco vanto di parola, e il non riconoscere la povertà è vergognoso tra noi, ma più vergognoso non adoperarsi per fuggirla”.

Ecco, in sintesi, la consapevole, serena, profonda felicità che può scaturire dal potere solo quando è giusto e creativo.

Data:

20 Febbraio 2022