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Il pressing di Mattarella

Il pressing di Mattarella

cms_8940/mattarella_consultazioni_foto_quir.jpgDue cicli di consultazioni non hanno permesso di individuare una soluzione per “dar vita in Parlamento a una maggioranza che sostenga un governo”. Tuttavia “le attese dei nostri concittadini, i contrasti nel commercio internazionale, le scadenze importanti e imminenti nell’Unione Europea, l’acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontano dall’Italia richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto tra i partiti, per raggiungere l’obiettivo di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni“. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a 40 giorni dalle elezioni e a 20 dalla seduta inaugurale del Parlamento, ritiene che il Paese non possa più aspettare ancora a lungo l’insediamento di un nuovo esecutivo.

Per questo concede ancora qualche giorno ai partiti perché continuino confronti e trattative, ma se lo stallo dovesse proseguire, senza un ulteriore e a quel punto probabilmente di nuovo sterile giro di consultazioni, sarà egli stesso a prendere un’iniziativa per imprimere una svolta.

Se, quando e come dipenderà dagli elementi che emergeranno nei prossimi giorni. Sicuramente non si andrà oltre la metà della settimana entrante per conoscere le scelte concrete del Capo dello Stato, mentre per quanto riguarda il tipo di decisioni occorrerà naturalmente valutare l’evoluzione dei rapporti tra e negli schieramenti.

Due al momento le ipotesi sul tavolo, che vengono vagliate senza che l’una sia ritenuta più probabile dell’altra. Un pre-incarico, come quello che ebbe Pier Luigi Bersani nel 2013, quando si vide affidato il compito “di verificare l’esistenza di un sostegno parlamentare certo, che consenta la formazione del governo”.

Possibili destinatari della chiamata potrebbero essere candidati espressi dalle forze che, alla luce del risultato elettorale, rivendicano la guida dell’esecutivo, in primis Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Una scelta che naturalmente porrebbe i diretti interessati nella condizione di dover dimostrare concretamente la volontà e soprattutto la capacità di coagulare una maggioranza parlamentare in grado di sostenere una nuova compagine ministeriale.

Altra strada percorribile quella dell’incarico esplorativo, affidato ad una carica istituzionale, quindi la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, o il presidente della Camera, Roberto Fico. Figure terze ma con una connotazione più politica rispetto a quella del Capo dello Stato, in grado quindi di avere un approccio bipartisan alle questioni, ma anche di inserire nel confronto tra le forze politiche quegli elementi che possano permettere di superare la fase di stallo.

“Siamo tutti accanto al Presidente Mattarella nella ricerca di soluzioni ed è un compito, come potete immaginare, estremamente difficile, complesso e presenta una sua innegabile urgenza”, ha sottolineato ieri mattina l’ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano, dopo il colloquio al Quirinale con il suo successore, con la convinzione di esprimere “un sentimento comune anche ai presidenti di Camera e Senato”.

Ancora una volta quindi, come accaduto in altre fasi delicate della storia repubblicana, la ’troika istituzionale’ potrebbe essere il fulcro di un’iniziativa per provare a forzare quello che al momento appare come un vero e proprio blocco.

La mappa delle città più tassate d’Italia

cms_8940/tassarifiuti_FTG.jpgLa ’mappa del fisco locale’ in Italia parla di aliquote pesantissime in sette città del nostro Paese. Secondo un’indagine del Centro studi di Unimpresa, infatti, Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Ancona e Campobasso sono le città “più tassate” d’Italia. Sono, rilevano gli analisti dell’associazione, i capoluoghi di regione con le aliquote fiscali più alte relative a Irap, Irpef, Imu e Tasi.

Queste sette città “hanno, in tre casi su quattro, i livelli più alti di imposte sulle imprese e sulle famiglie, sui capannoni industriali e sulle case” evidenzia l’indagine. Con due “punti”, nella classifica dei tributi territoriali, figurano poi Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Potenza, Trieste e Catanzaro. Un solo “punto”, invece, per Milano, Cagliari, L’Aquila, Aosta, Trento e Bolzano. Fisco light invece a Venezia, unica città che non risulta mai tra quelle con aliquote elevate.

L’analisi dell’associazione – basata su dati dell’Agenzia delle Entrate, della Corte dei conti e del Dipartimento Finanze – prende in considerazione le aliquote Iperf (definite dalle regioni), il totale delle addizionali Irpef (regioni e comuni), l’Imu e la Tasi. Nella classifica, il Centro studi di Unimpresa assegna da uno a quattro punti: più è alto il punteggio, più è pesante la mano del fisco. Sono dunque sette le città col fisco al top, con tre “punti” accumulati. Nel dettaglio, a Roma si paga il 4,82% di Irap, il 4,23% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu; a Torino si paga il 4,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi.

La ’Mappa del fisco locale’ stilata dal Centro studi di Unimpresa rileva inoltre che a Napoli si paga il 4,97% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Genova e Bologna si paga il 3,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; ad Ancona si paga il 4,73% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Campobasso si paga il 4,97% di Irap, il 3,43% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu.

“Ci sono troppe differenze a livello territoriale per quanto riguarda il prelievo fiscale e si tratta di differenze che non aiutano la ripresa così come gli investimenti delle imprese” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. La classifica di Unimpresa sul fisco locale assegna poi due punti, ad altre sette città: Firenze (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%), Palermo (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%), Perugia (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%), Bari (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%), Potenza (per l’addizionale Irpef al 3,13% e l’Imu all’1,06%).

La clasifica assegna due punti anche a Trieste (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%) e Catanzaro (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%). Hanno invece un solo “punto” Milano (per l’Imu all’1,06%), Cagliari (per la Tasi allo 0,33%), L’Aquila (per l’Irap al 4,82%), Aosta (per l’Imu all’1,06%), Trento (per la Tasi allo 0,35%) e Bolzano (per la Tasi allo 0,40%). Zero “punti” invece a Venezia che è l’unica città secondo il centro studi di Unimpresa dove il prelievo è sempre sotto le soglie più alte: nel capoluogo della regione Veneto fisco leggero perché si paga il 3,90% di Irap, il 2,03% di addizionali Irpef (1,23% regionale e 0,80% comunale), lo 0,81% di Imu e lo 0,29% di Tasi.

Entrando ancora più nel dettaglio, dalla ’Mappa del fisco locale’ emerge che per quanto riguarda l’Irap, l’aliquota più alta, pari al 4,97%, si trova a Napoli (Campania) e Campobasso (Molise), mentre a Roma (Lazio), Palermo (Sicilia), Bari (Puglia), Catanzaro (Calabria) e l’Aquila (Abruzzo) il prelievo dell’imposta regionale sulle attività produttive si attesta al 4,82%.

Per quanto riguarda l’Irpef, la somma delle addizionali comunali e regionali porta il prelievo più alto a Roma: nella Capitale d’Italia l’aliquota totale è del 4,23%, considerando il 3,33% della regione Lazio e lo 0,90% del Comune; seguono, poi, Torino col 4,13% (3,33% del Piemonte e 0,80% del Comune), Campobasso col 3,43% (2,63% del Molise e 0,80% del Comune) e col 3,13% Genova (2,33% della Liguria e 0,80% del Comune), Bologna (2,33% dell’Emilia Romagna e 0,80% del Comune) e Potenza (2,33% della Basilicata e 0,80% del Comune).

Per quanto riguarda l’Imu, l’aliquota massima (1,06%) è applicata in 16 grandi città su 21 esaminate nel rapporto: Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Potenza, Campobasso, Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Trieste, Ancona, Catanzaro, Milano e Aosta. Si “salvano” solo Cagliari (0,96%), L’Aquila (0,81%), Trento (0,895%), Bolzano (1,00%) e Venezia (0,81%). Infine, per quanto riguarda la Tasi, l’aliquota più alta è a Bolzano (0,40%) mentre a Trento si paga lo 0,35%. Le altre città “più tassate” sul versane del mattone, con un’aliquota pari allo 0,33%, sono: Torino, Napoli, Genova, Bologna, Firenze, Perugia, Trieste, Ancona, Cagliari, Trento e Bolzano.

Il sociologo: “La sfida è sulla qualità del lavoro”

cms_8940/cercasi_personale_lavoro.jpg“La potenza di un Paese si misura dalla capacità di sfruttare al meglio le risorse umane”. Così Giuseppe Roma, sociologo e attento osservatore del mondo del lavoro, parla con Labitalia dell’importanza per l’azienda di disporre del capitale umano adeguato. Un fattore di successo che, però, spiega il sociologo, dipende anche dall’attrattività dell’azienda stessa.

“Qualunque settore noi prendiamo in considerazione, sia esso l’artigianato o la manifattura o i servizi, oggi il capitale umano -osserva Roma- è la cosa più importante in un’impresa, anche più importante delle tecnologie. Ed è il fattore che fa la differenza e spesso determina il successo dell’impresa stessa”.

“Certo, le risorse umane devono avere la competenza appropriata e quando dico competenza -precisa il sociologo- intendo non solo saper fare una determinata manovra o conoscere quel certo macchinario, ma intendo anche saper lavorare in squadra, sapersi interfacciare con i vari livelli in azienda e saper comunicare coi propri colleghi”.

E l’azienda attrattiva, aggiunge Roma, “non è solo quella che trattiene per un periodo sufficientemente lungo quel lavoratore che sa fare quella mansione, ma è soprattutto l’azienda che, in quel periodo, motiva quella persona a svolgere al meglio il suo lavoro e che fa sì che quella persona creda nella mission dell’azienda”.

In quest’ottica, sono “molto positive iniziative come il Randstad Employer Brand che premiano l’attrattività delle aziende”.

“La vera competizione sul mercato globale -conclude Giuseppe Roma- non è sui costi, ma è sulla qualità. E nello scenario del dopo-crisi, che è già cominciato, le aziende che vogliono veramente espandersi devono puntare sulla valorizzazione del capitale umano”.

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15 Aprile 2018