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IL PRINCIPIO RESPONSABILITA’

“Agire in modo tale che gli effetti della nostra azione siano compatibili con la permanenza di una genuina vita umana”.

cms_22858/1.jpgNella filosofia di Hans Jonas, la responsabilità, il principio cardine dell’etica, rappresenta la consapevole assunzione delle motivazioni, che scaturiscono da valutazioni circa l’esito e le conseguenze dell’agire.

L’attenzione etica alle conseguenze coinvolge e riguarda non solo i rapporti interpersonali, ma, in un allargamento della qualificazione morale, anche la rilevanza etica del non-ancora, del possibile futuro dell’umanità.

Essere soggetti dotati di responsabilità implica il dover-essere-responsabile verso i propri simili, esseri dotati a nostra volta di responsabilità: la capacità di avere responsabilità è la condizione sufficiente per il dovere verso la sua attuazione.

Il futuro, inteso sia come luogo dell’effetto immediato dell’azione sia come possibilità della determinazione dell’esserci delle generazioni future, rappresenta la dimensione privilegiata dell’etica per la civiltà tecnologica, un’etica per il futuro dell’uomo, proposta da Hans Jonas, uno dei maggiori critici dell’indifferenza dell’uomo alle sorti dell’ambiente in cui vive. Nel suo Principio responsabilità Jonas ci immette in un orizzonte in cui scompare la prospettiva individuale ed emerge, in tutta la sua potenza, un’etica della comunità sociopolitica.

cms_22858/2_1629164767.jpgJonas ha il merito di avere rivisitato il concetto di responsabilità morale, che prende le distanze dall’impostazione di Kant e dei suoi seguaci denunciando, in particolare, i limiti dell’assolutismo e del formalismo dell’ottica trascendentale. Jonas trasforma l’imperativo categorico di Kant in un principio etico della responsabilità che ci invita ad “agire in modo tale che gli effetti della nostra azione siano compatibili con la permanenza di una genuina vita umana”. L’etica di Jonas vuole confutare i due dogmi secondo cui “non vi è nessuna verità metafisica” e “non vi è nessuna via dall’essere al dover essere”. Anzi il suo presupposto è, insieme all’anti-antropocentrismo, la necessità della metafisica, intesa non come essenza nascosta, ma come punto di partenza dei suoi principi.

Il discorso di Jonas si sviluppa all’interno di un’impostazione metafisica e ontologica che vede la biologia umana come parte di un universo organizzato da un ordine finalistico assoluto, del quale difficilmente si può avere riscontro con gli strumenti dell’esperienza. Questo ordine è stato infranto, secondo Jonas, dagli sviluppi scientifici e tecnologici e dalle modificazioni che tali sviluppi introducono per quanto riguarda la stessa biologia umana o la relazione della specie umana con il suo ambiente.

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Quella di Jonas non è un’etica antropocentrica ma neppure soltanto naturo-centrica bensì planetaria, che si declina secondo la sua originale formulazione : “Non mettere in pericolo le condizioni della sopravvivenza indefinita dell’umanità sulla terra”. La violabilità della natura è una possibilità reale, come l’idea stessa che l’umanità possa non esistere più. Il contenuto dell’etica nella condizione attuale è dunque quello di garantire la sopravvivenza della specie umana. Piuttosto che chiederci se la natura abbia o meno dei diritti, constatiamo che le scienze naturali non esauriscono l’intera verità della natura, in quanto possiamo agire in modo da manipolarla. Non c’è solo la natura, ma un’intera umanità da salvare: si impone dunque la consapevolezza di ciò che potrebbe succederci e della reale perdita d’identità dell’uomo.

cms_22858/4.jpgLa civiltà tecnologica impone nuovi paradigmi interpretativi, dai quali far scaturire un’etica nuova. Per andare oltre l’etica tradizionale, Jonas sottolinea la necessità di chiarire le caratteristiche che l’etica nuova deve assumere rispetto all’etica tradizionale, ormai inefficace nei confronti delle mutate condizioni dell’agire umano. C’è bisogno di proporre una nuova etica, quale etica del futuro, fondata sul principio responsabilità, che operi una riflessione sulla mutata natura dell’agire umano.

Infatti, se l’etica tradizionale si limitava alla considerazione della sfera dell’intenzione, quale elemento discriminante per la valutazione dell’agire etico, ciò era dovuto sia a condizioni oggettive – l’agire umano appare come circoscritto – sia a convinzioni maturate da elaborazioni filosofiche, che costituivano lo sfondo valoriale di riferimento per l’azione, basato sulla certezza del valore “bene”.

Nell’etica nuova è necessario rivalutare il sapere e la conoscenza di tutto quello che può essere determinato dalla scelta e, dunque, la responsabilità acquisisce nuove dimensioni, per la considerazione etica dell’agire. Nell’ambito delle nuove dimensioni della responsabilità, la consapevolezza della vulnerabilità della natura sottoposta all’azione dell’uomo ci impone una rinnovata responsabilità verso di essa.

Quali sono i fondamenti della nuova etica e quali prospettive di applicazione pratica? Nella nuova etica la responsabilità è intesa, in maniera oggettiva, come coerenza con l’eticità delle conseguenze, indispensabile alla consapevolezza delle motivazioni dell’agire e l’orizzonte temporale prevalente è il futuro, quale piano di proiezione del possibile.

Il precetto di base della nuova etica dovrebbe prestare più ascolto alla profezia di sventura che non a quella di salvezza, quando in gioco ci sia anche una probabile minaccia per l’umanità. Per quanto minima sia la probabilità di soccombere, se essa è rivolta all’uomo in generale ed alla sua sopravvivenza nel mondo, questa previsione può avere un carattere irreversibile di cui bisogna essere coscienti. Il primo imperativo sarà allora: deve esserci un’umanità. Secondo tale imperativo noi non siamo responsabili verso gli uomini, ma verso l’idea ontologica di uomo. Tale principio dell’etica della responsabilità verso il futuro non è insito nell’etica stessa come dottrina di azione, ma nella metafisica in quanto dottrina dell’Essere.

cms_22858/5.jpgDobbiamo prenderci cura del futuro dell’Essere, dell’essere come umanità e dell’essere come natura. Il discorso di Jonas si sviluppa all’interno di un’impostazione metafisica e ontologica che vede la biologia umana come parte di un universo organizzato da un ordine finalistico assoluto, del quale difficilmente si può avere riscontro con gli strumenti dell’esperienza. La nuova etica vuole confutare i due dogmi secondo cui “non vi è nessuna verità metafisica” e “non vi è nessuna via dall’essere al dover-essere”. Anzi il suo presupposto è, insieme all’anti-antropocentrismo, la necessità della metafisica, intesa come punto di partenza dei suoi principi.

Ciò che deve essere preservato incondizionatamente, in tale visione, è l’umano come “apertura al nuovo”. Al pari di Hannah Arendt, Jonas conferisce un senso ontologico al concetto di natalità: è il venire imprevedibile al mondo di nuovi individui a garantire questa “apertura”, intesa non come volontà di realizzare l’uomo nuovo, ma come immaginazione creatrice e come fiducia critica nelle possibilità dell’essere umano.

cms_22858/6.jpgLa critica di Jonas utopico poggia sull’idea fondamentale che l’uomo “autentico”, pur nell’ambiguità e finitezza della sua natura, non ha bisogno di essere realizzato poiché “è già da sempre esistito”. In Jonas vi è un’ontologia dell’accettazione della finitudine, come se Dio, essendosi ritirato dal mondo, ne avesse abbandonato all’umanità tutta la responsabilità. È una responsabilità metafisica, dal momento che l’uomo – avverte Jonas – è diventato un pericolo per sé e per l’intera biosfera. Il futuro dell’umanità costituisce il primo dovere del comportamento umano collettivo nell’era della civiltà tecnologica. La pienezza dell’etica della responsabilità richiede una valutazione dell’avvenire secondo una nuova visione che include la dimensione utopica.

A questo proposito, D. Janicaud, nel saggio L’adieu critique aux utopies, rileva che la critica di Jonas alle ideologie utopistiche non coglie la dinamica tecno-scientifica effettiva, la quale non è più utopica né ideologica. Di conseguenza “il progetto (positivo) di una politica responsabile non permette di dire addio all’estremismo tecnologico perché la dinamica tecno-scientifica è così avanzata che nessun uomo politico, nessun gruppo, nessuna nazione, nessuna autorità sovranazionale può fermarla”.

La terra è il luogo dell’incontro tra esseri diversi, tutti coinvolti nel dramma di un’esistenza che in essa si svolge, esistenza che deve cercare di essere il più relazionale possibile, nella perenne tensione sulle modalità da individuare per costruire un’ecologia umanistica in cui natura e cultura, co-appartenenti a uno stesso orizzonte, convivano senza prevaricazioni o violenze gratuite ma anche nella consapevolezza che, comunque, non si potranno mai del tutto evitare conflittualità e contraddizioni.

Il primo dovere dell’etica del futuro rimane l’acquisizione anticipata dell’idea degli effetti a lungo termine che la nostra azione può recare: ogni rapporto di diritti-doveri si fonda sulla reciprocità e sull’essere dell’altro. L’unico esempio offerto dalla natura di comportamento del tutto altruistico e di non-reciproca responsabilità ed obbligazione è la cura parentale verso i figli.

È questo l’archetipo di ogni agire responsabile, che non necessità alcuna deduzione da principi ma lo abbiamo per natura, ed a cui dobbiamo far riferimento, anche se vale distinguere il dovere verso i figli da quello verso le generazioni future, anche se il dovere verso i figli necessità degli stessi presupposti del dovere verso le generazioni future: è un dovere verso l’esserci dell’umanità futura. Noi, infatti, non dobbiamo vigilare sul diritto degli uomini futuri, ma sul loro dovere, ossia sul loro dovere di esserci come autentica umanità.

Avendo limitato il cerchio delle vere responsabilità, avendola cioè circoscritta ai detentori di un potere fattuale verso gli altri, i maggiori detentori di responsabilità risulteranno: i genitori verso i figli e gli uomini di stato verso i cittadini. L’elemento comune ai due paradigmi dei genitori e degli uomini di stato può essere sintetizzato in: “totalità”, “continuità” e “futuro” come obiettivi della responsabilità per la felicità degli altri.

Il senso delle responsabilità dei genitori è lo stesso oggetto delle responsabilità dello Stato: come i genitori educano i propri figli “per lo Stato”, lo Stato si assume a sua volta una responsabilità per l’educazione dei ragazzi; il privato si apre sostanzialmente al pubblico e lo include nella propria integralità, né i genitori né lo Stato possono evitare di assumersi la propria responsabilità. La responsabilità deve considerare le cose non sub specie aeternitatis, ma sub specie temporis, potendo perdere tutto in un momento. La responsabilità totale deve sempre agire chiedendosi “che cosa verrà dopo?”

cms_22858/7.jpgLa responsabilità totale e continua deve procedere “storicamente”, abbracciare il proprio oggetto nella sua storicità, preservando nel tempo una certa identità che è parte integrante della responsabilità collettiva. La storia non ha un fine predeterminato verso il quale tendere. Il divenire della storia e dell’umanità ha un senso completamente diverso dal divenire dell’individuo, da embrione a adulto. L’umanità, da quando esiste, è qualcosa che sussiste già e non deve essere prodotto o portato verso un fine, dell’umanità non si può dire quel che non è ancora, tutt’al più si può dire retrospettivamente quel che non era ancora in un determinato periodo storico.

Nel loro relazionarsi al futuro, responsabilità politica e genitoriale differiscono profondamente. In particolare, lo stato si occupa di evoluzione storica, per niente paragonabile allo sviluppo organico. La responsabilità politica nel suo guardare al futuro ha un compito ben preciso: il rendere sempre possibile l’esistenza di una politica futura alla propria. Ogni responsabilità totale, al di là dei suoi singoli compiti, è sempre anche responsabile della preservazione della futura possibilità di un agire responsabile.

La responsabilità consiste principalmente nel dare agli altri la possibilità di essere responsabili in quanto umanità esistente: il comandamento dell’esistenza dell’umanità implica il comandamento della possibilità della responsabilità. In questo, ci viene in aiuto la nostra ragione critica. Siamo parte della natura secondo nostre peculiarità imprescindibili: soltanto se ci rendiamo conto che sia l’umanità che la terra sono in pericolo, ci attiveremo per preservarli e salvarli.

Data:

17 Agosto 2021