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IL PROGRESSO DI UN’ITALIA A DUE VELOCITA’

All’indomani del 17 marzo 1861, spenti gli iniziali entusiasmi della tanto agognata unificazione del Paese, il conte Camillo Benso di Cavour – neo Presidente del Consiglio dei ministri – dovette fare i conti con uno Stato che di unitario aveva ben poco. Lingua, attività economiche, livello di industrializzazione e grado di sviluppo delle infrastrutture: queste solo alcune delle tante disparità pronte a spaccare in due una Penisola già provata da precedenti lotte intestine.

Sono passati più di 150 anni dalla proclamazione del Regno d’Italia, ma una delle tematiche legate al Risorgimento postunitario continua a farci paura: stiamo parlando della “questione meridionale”, espressione che, con sole due parole, sintetizza tutto il disagio di un Sud in perenne svantaggio, economico e morale, rispetto all’emancipato Settentrione. Di legislazione in legislazione, ciascun governo del Regno d’Italia si cimentò nella promulgazione di norme più o meno eque, volte a incentivare le regioni “meno fortunate”. Questo il percorso che ha posto le basi nella costruzione del Paese che conosciamo oggi, un’Italia in cui qualsiasi squilibrio sembra essere appianato dall’accettazione delle disparità, attraverso la valorizzazione di diversi ed equivalenti “punti di forza”. Nessun altro Stato della Terra, forse, sarebbe in grado di incarnare perfettamente quanto l’Italia la diversità di un mondo che, secondo il celebre proverbio, “è bello perché vario”.

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Eppure, tra le pieghe di una Nazione tanto controversa quanto meravigliosa, la “questione meridionale” vive ancora, sopita da anni di riflessioni, dibattiti e credenze collettive che la vorrebbero ormai morta. E’ facile accorgersene scrutando attentamente le pagine dei giornali, i titoli dei Tg e persino le tendenze di Youtube, letteralmente colonizzate da video (comici e non) basati sull’antico principio del “Nord vs Sud”. L’ultima testimonianza deriva da un dato che, apparentemente trascurabile, potrebbe segnare il risveglio delle disparità nazionali: l’utilizzo del formato digitale per i certificati emessi dai Comuni nel 2016, che ammonta al 54% per la città di Milano, mentre a Napoli si attesta ancora su cifra zero. A segnalarlo è un’indagine condotta da Repubblica, che ha reso pubblici i dati relativi all’uso delle tecnologie digitali lanciate tre anni fa con l’approvazione dell’Agenda Digitale Italiana. Ogni città ha raggiunto una diversa percentuale di digitalizzazione, andando a comporre un puzzle di statistiche tutt’altro che scontate: il divario Nord/Sud propone stavolta confini vaghi e frastagliati, con città meridionali che superano di gran lunga le emancipate aree al di sopra della Capitale: Cagliari, ad esempio, ha raggiunto il 39% di documenti online, in contrasto con il 27% di Venezia e il 29% di Perugia. C’è da dire, tuttavia, che nella maggior parte dei comuni del Sud Italia lo Spid – il Sistema Pubblico d’Identità Digitale, indispensabile per il rilascio di certificati digitali – è ancora pressoché sconosciuto. Varcate le soglie dei palazzi di città, la situazione peggiora ulteriormente: stando a una recente indagine del Censis, solo il 34,2% della popolazione italiana avrebbe dichiarato di esserne a conoscenza e di utilizzarlo, in particolar modo, per le iscrizioni scolastiche e universitarie, servizi che da qualche tempo a questa parte hanno quasi dappertutto abolito il cartaceo.

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L’antica “questione meridionale” sta assumendo i connotati di un problema più diffuso, in cui sono coinvolte numerose variabili. La “punta” e il “tacco” dello Stivale sono per loro natura meno inclini all’affermarsi di tecnologie innovative, forse troppo legate al fascino controverso della carta stampata. Ma, come spesso accade, anche in questo caso sono da considerare fattori che riguardano l’adeguata presentazione dei servizi, le cui funzioni potrebbero non essere chiare a popolazione e impiegati pubblici: come rivelato da Roberta Cocco, assessore alla Trasformazione digitale e ai Servizi civici del Comune di Milano, il capoluogo lombardo avrebbe conquistato una massiccia digitalizzazione grazie a una mirata semplificazione ed esplicazione delle procedure. Il sito della pubblica amministrazione milanese è facile da usare, complice l’efficiente interfaccia scelta e la presenza di una video-guida, che conduce l’utente passo per passo nella compilazione dei documenti. Una strategia vincente che, di certo, potrebbe funzionare anche nel profondo Sud: chi non preferirebbe saltare le estenuanti attese in coda allo sportello, portando a termine le questioni burocratiche comodamente dal proprio pc? Ciò andrebbe a risolvere altri “freni inibitori” che impediscono l’affermarsi delle tecnologie digitali nel nostro Paese, uno fra tutti l’aumento dell’età media degli utenti. Riducendo i siti web a opzioni elementari e intuitive, come fatto dai milanesi, si consentirebbe anche ai più anziani – che magari stanno approcciando con fatica alle nuove tecnologie – di accedere a servizi estremamente vantaggiosi, specialmente per chi è affetto da deficit motori e vive il tragitto verso gli uffici pubblici come un problema. A Bologna, per esempio, l’innovazione digitale non ha avuto successo per via dell’anzianità della popolazione, unita alla massiccia diffusione di sportelli facilmente raggiungibili da tutti. Piccole “coccole” che contribuiscono a rallentare un progresso necessario e a dir poco rivoluzionario per la vita degli italiani di qualsiasi regione, età e status socio-culturale.

cms_7638/4p.jpgLa diffusione a macchia di leopardo delle nuove tecnologie potrebbe acuire le discrepanze non solo tra macro aree (Nord e Sud), ma persino tra una città e l’altra, come nel caso di Bologna e Milano. “O si fa il digitale, o si muore!” avrebbe detto al giorno d’oggi Garibaldi: senza incentivi né semplificazioni verso le nuove tecnologie, l’Italia rischia di restare indietro nell’ambito di una già emancipata Unione Europea, viaggiando a velocità opposte, anziché procedere rapidamente verso un’unica, saggia direzione.

Data:

5 Novembre 2017