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Il webete del villaggio elettronico figlio di anni di torpore televisivo

Lo scemo del villaggio oggi abita l’universo sconfinato del web e probabilmente per questo suo infinito raggio d’azione è molto più pericoloso del suo antecedente storico. La tradizionale figura del tipico individuo un po’ squilibrato e per questo canzonato dalla comunità di riferimento, era ricorrente in tutte le epoche del passato, sino ai giorni nostri, dove non è impossibile trovare all’interno di piccole realtà locali, soggetti stereotipati a causa di deficienze mentali comunemente accettate da tutti.

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Può essere accostato a una forma di giullare o di passatempo ridanciano per fannulloni e ragazzacci. Oggi il più moderno e tecnologico village idiot si è trasferito sul web, dove ha un più ampio raggio d’azione e maggiori possibilità di celarsi dietro nickname e false identità. E proprio verso questo secondo tipo di personaggio, si sono scagliate le invettive verbali di Enrico Mentana a cui non è sfuggito un commento poco simpatico sulla pagina Facebook, sul terremoto nel centro Italia. E in questa occasione ha coniato un nuovo vocabolo, utile a definire e circostanziare meglio soggetti poco propensi alla riflessione e alla critica fondata su argomentazioni scevre da ideologie, webete. Per la cronaca secondo alcuni il termine esisteva già, anche se con significato diverso. “Webete”, vale a dire l’ebete del web, è un termine già coniato negli Anni ’90 per indicare colui che limitava alla semplice navigazione sul web la propria esistenza online e ignorava invece l’esistenza di altri servizi in Rete. Ma chi è il webete di rivisto e corretto di oggi? È una categoria di persone che commenta notizie e avvenimenti sui social e sui blog esprimendo opinioni infondate, cariche d’odio e soprattutto di qualunquismo.

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La presenza di questa categoria di persone non è, ahinoi, nuova. Il problema esiste ed è strettamente connaturato ai media aperti a un confronto con gli utenti. In primis fu la radio quando decise, siamo alla fine degli Anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, di aprire i microfoni agli ascoltatori con effetti spesso imprevisti (RadioRai con Chiamate Roma 3131 e Radio Radicale nell’86 con quella che fu definita Radio parolaccia). Poi siamo passati, in ordine di tempo, alla tv, in particolare a quella commerciale, medium in grado di anestetizzare generazioni di persone attraverso la proposizione di modelli di vita basati sulla leggerezza, approssimazione, mancanza di senso critico. In tempi più recenti sono arrivati i blog e i social, genesi di quello che poi è il webete di oggi, il risultato e il frutto finale della società dello spettacolo. Siamo dunque figli di una generazione televisiva, ora trasformati in milioni di “webeti” nell’era della Rete, pronti a sparare ad alzo zero verso chiunque si mostri diverso.

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L’intervento di Mentana ha però denotato in maniera ancor più negativa questa figura, appiccicandole addosso sinonimi come razzista, intollerante e becero, in grado attraverso le nuove tecnologie della comunicazione di sputare veleno e odio nei confronti del mondo. Sia chiaro, esistono i “webeti” ma esistono anche gli ebeti, senza “w”, antesignani analogici della Rete. La differenza è che prima del web le persone definite colte o intelligenti, difficilmente si relazionavano a un ebete. Adesso che gli ebeti possono esprimersi in un’area pubblica come i “social”, gli intellettuali, o presunti tali, sono costretti a sentire quel che dicono, spesso infuriandosi. Le piattaforme di condivisione hanno fornito la ribalta spesso a posizioni che prima sarebbero rimaste relegate ai margini o, se tutta va bene, a platee infinitesimali. La bolla informativa dei social all’interno della quale siamo rinchiusi, fornisce risultati a volte contraddittori per un’opinione pubblica dall’approccio critico sempre meno distante dai dati reali.

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C’è anche da aggiungere che condannare tout court i social ogni qualvolta si affacci alla finestra qualcuno a gridare stupidaggini, è come voler rincorrere forzatamente lo scoop a ogni costo, esaltare il gusto della provocazione solo per accontentare i tanti e rumorosi salotti televisivi del pomeriggio. E allora, se posso permettermi, meglio essere definiti webeti che petalosi, più che altro per sfuggire all’irritante e urticante sensazione fonetica emessa dal termine in sé. E poi vuoi mettere la soddisfazione di esclamare “Lei è un webete, s’informi!” ai tanti scemi del villaggio globale?

Data:

8 Ottobre 2016