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Impeachment e boom economia, la difficile sfida dei Dem a Trump

Impeachment e boom economia, la difficile sfida dei Dem a Trump

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Sette candidati democratici alla Casa Bianca, un gruppo ristretto rispetto ai precedenti dibattiti, hanno duellato la notte scorsa sul palco di Los Angeles, uniti comunque nella difficile impresa di contrastare il presidente Donald Trump in un’America dove l’economia è in grande crescita. E l’attenzione politica è al momento concentrata sull’impeachment del presidente, che potrebbe, stando almeno ai sondaggi, favorire piuttosto che danneggiare la rielezione di Trump.Senza contare che la vicenda al centro dell’impeachment, il Kievgate, tocca personalmente uno dei frontrunner, l’ex vice presidente Joe Biden accusato da Trump e dai repubblicani di coinvolgimento con la corruzione in Ucraina a tutela degli interessi del figlio Hunter. “Se qualcuno ha motivo di essere arrabbiato con i repubblicani e di non voler cooperare questo sono io per il modo in cui attaccano me, mio figlio e la mia famiglia”, ha detto Biden. “Ma il fatto è che dobbiamo realizzare le cose”, ha aggiunto assicurando che, se eletto presidente, cercherà di recuperare lo spirito di collaborazione bipartisan.Meno concilianti gli altri front runner, in particolare la senatrice Elizabeth Warren e il sindaco dell’Indiana Pete Buttigieg, che si sono esibiti in un vero e proprio litigio lanciandosi accuse reciproche. Warren ha rinfacciato a Buttigieg la lussuosa cena di raccolta di fondi nella Napa Valley: “miliardari in un’azienda vinicola non devono scegliere il prossimo presidente degli Stati Uniti”. Con lui che ha detto che la senatrice “sbandiera test di integrità che lei non può passare”, considerato che ha raccolto per la campagna al Senato 2018 ha raccolto 10,4 milioni di dollari in ricevimenti dello stesso tenore.Soldi che ha trasferito alla sua campagna presidenziale anche se ora ha bandito la raccolta di fondi con ricchi e potenti. Una mossa modellata sulla linea di Bernie Sanders, il senatore indipendente del Vermont che per primo, nella battaglia delle primarie del 2016, ha avviato la svolta a sinistra del partito. Anche lui ha attaccato sulla questione dei finanziatori miliardari, coinvolgendo anche Biden: “ha ricevuto contributi da 44 miliardari, mentre Pete è indietro, ha solo 39 miliardari”.”Non sono venuta qui per sentire questo litigio”, ha tuonato a questo punto la senatrice Amy Klobuchar che a sua volta ha attaccato, però sul piano politico, il sindaco che sta prendendo quota nei sondaggi definendolo un “politico locale” che non ha l’esperienza necessaria a guidare un Paese.La sensazione è che, a soli 45 giorni dai caucus in Iowa, che daranno l’inizio alla lunga corsa delle primarie dem, il campo democratico è ancora nettamente diviso tra moderati e fautori del cambiamento, con un radicale spostamento a sinistra dell’agenda del partito, senza che al momento appaia qualcuno in grado di emergere.Il dibattito di ieri ha comunque segnato un netto ridimensionamento del campo dei candidati democratici, che all’inizio dell’estate contava oltre 20 candidati, con l’uscita di scena di personaggi, come l’ex deputato del Texas, Beto O’Rourke o la senatrice Kamala Harris, che all’inizio avevano attirato molta attenzione. Ora rimangono ancora 15 candidati sulla carta, ma solo i sette che hanno partecipato al dibattito di ieri hanno raggiunto la soglia minima del 4% nei sondaggi.Del gruppo sei sono bianchi, una sola donna e tre ultra settantenni. Non vi è un candidato afroamericano o ispanico e l’unico non bianco era Andrew Yang, i cui genitori sono immigrati negli Usa da Taiwan. Bisogna ricordare che nelle ultime elezioni la coalizione composta da donne, giovani ed appartenenti alle minoranze si è rivelata la base elettorale più forte, anche in chiave anti-Trump, dei democratici.

Russiagate, ex capo Nsa Rogers collabora con procuratore Durham

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(Marco Liconti) – L’ammiraglio in pensione Michael Rogers, ex direttore della National Security Agency, ha collaborato con la contro indagine sull’origine del Russiagate condotta dal procuratore John Durham. Lo riporta il sito The Intercept, citando diverse fonti a conoscenza della partecipazione di Rogers all’indagine. Secondo le fonti, l’ex capo dell’Nsa ha incontrato il procuratore Durham in più occasioni e la sua partecipazione all’indagine è avvenuta volontariamente. Rogers, ritiratosi nel maggio del 2018, non ha voluto commentare la notizia.”E’ stato molto collaborativo”, ha riferito un ex funzionario di intelligence a conoscenza degli incontri tra Rogers e il team di Durham. I media Usa nelle scorse settimane hanno riportato che il procuratore Durham intende interrogare sia l’ex direttore della Cia John Brennan che l’ex direttore della National Intelligence, James Clapper. Non è al momento chiaro se questi interrogatori siano già avvenuti.Su mandato del ministro della Giustizia William Barr, il procuratore Durham sta indagando sulla genesi dell’indagine condotta dall’Fbi sui presunti rapporti (poi non dimostrati) tra la campagna elettorale di Donald Trump e la Russia. Secondo quanto emerso negli ultimi mesi, Durham starebbe vagliando non solo l’operato dell’Fbi e di altre agenzie Usa, come la Cia, ma anche il possibile coinvolgimento di servizi di intelligence occidentali.Nell’ambito dell’indagine, che ha assunto natura penale, Barr e Durham hanno avuto contatti con le autorità australiane e britanniche e in due occasioni, ad agosto e a settembre, sono stati a Roma per incontrare i vertici dell’intelligence italiana, che hanno negato ripetutamente qualsiasi coinvolgimento nella vicenda Russiagate.In una recente intervista a Fox News Barr ha fornito nuovi dettagli sull’indagine di Durham. Il procuratore, ha detto Barr, “non sta guardando solo all’Fbi. Sta guardando ad altre agenzie e anche ad attori privati. Quindi, è un’indagine molto più ampia”. Inoltre, ha aggiunto l’attorney general, Durham non sta solo indagando sulla condotta dell’Fbi per ottenere i mandati per mettere sotto sorveglianza la campagna di Trump, ma “sta guardando all’intera condotta sia prima che dopo le elezioni”.Finora, il rapporto diffuso nei giorni scorsi dall’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz, ha appurato che nell’avviare l’indagine sulla presunta collusione (poi non dimostrata) tra la campagna elettorale di Donald Trump e la Russia, l’Fbi ha compiuti numerosi “errori ed omissioni”, senza però che vi fosse una volontà politica di danneggiare il candidato repubblicano. Sia Barr che Durham hanno preso le distanze dalle conclusioni di Horowitz, ritenendole non soddisfacenti.Più volte i media Usa hanno riferito che tra gli aspetti sui quali Durham si starebbe concentrando sarebbero compresi non solo i comportamenti di Fbi e Cia, ma anche l’eventuale coinvolgimento di servizi di intelligence occidentali di Paesi alleati. Secondo quanto trapelato in queste settimane da fonti vicine all’indagine, il procuratore Durham rimane interessato a verificare la figura di Joseph Mifsud, il misterioso professore maltese legato alla Link Campus University di Roma.Mifsud, scomparso da oltre due anni, sarebbe il “professore straniero” citato più volte nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller e anche in quello dell’ispettore generale Horowitz, che nella primavera del 2016 offrì all’allora consulente della campagna di Trump, George Papadopoulos, materiale “sporco” su Hillary Clinton, sotto forma di migliaia di email hackerate, in possesso dei russi.Da quel primo contatto tra Mifsud e Papadopoulos, nacque l’indagine dell’Fbi sui presunti rapporti Trump-Russia, poi accorpata nell’indagine del procuratore Mueller, che non riuscì a dimostrare alcun coordinamento tra l’allora candidato repubblicano e Mosca ai danni della Clinton. Secondo la tesi della Casa Bianca, Mifsud non era un “agente russo”, ma un ‘asset’ dell’intelligence occidentale, usato come ‘agente provocatore’ per danneggiare la campagna Trump.

Brexit, nuovo Parlamento approva accordo

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Il nuovo Parlamento britannico ha approvato con ampia maggioranza l’accordo per la Brexit. I ’Sì’ sono stati 358 e i ’No’ 234, con una maggioranza di 124 voti, superiore anche alla maggioranza di 80 seggi che nelle nuove elezioni hanno ottenuto i Tories di Boris Johnson.In mattinata la Commissione europea aveva detto di essere soddisfatta del “chiarimento portato dal risultato delle elezioni” del 12 dicembre in Gran Bretagna. Ora “ci aspettiamo che l’accordo di ritiro” del Regno Unito dall’Ue “venga ratificato il più rapidamente possibile da entrambe le parti, in modo che possiamo passare alla prossima fase” aveva ribadito il portavoce capo della Commissione, Eric Mamer, durante il briefing con la stampa a Bruxelles.

Australia, è emergenza incendi: registrato giorno più caldo di sempre

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Sono più di un centinaio gli incendi boschivi attualmente in corso in Australia. Lo riferiscono i media locali, sottolineando che quasi sette milioni di acri sono stati bruciati nel New South Wales, lo stato più popoloso, e nel Queensland, nell’Australia meridionale. Inoltre, le autorità competenti hanno registrato la temperatura media più alta di sempre, pari a 41,9 gradi.Per il settimo giorno consecutivo il New South Wales ha dichiarato l’allerta e sono almeno 100 i roghi che i vigili del fuoco stanno cercando di domare. Almeno 40 le case distrutte dalle fiamme nelle ultime ore, 800 da quando è iniziata la stagione degli incendi.’’Gli incendi boschivi stagionali si verificano sempre in Australia, ma le condizioni più calde e più asciutte dovute ai cambiamenti climatici hanno aumentato la frequenza degli incendi e la loro gravità’’, ha affermato Andy Pitman, esperto di clima presso l’Università del New South Wales a Sydney.”L’Australia è letteralmente in fiamme in questo momento e questo è chiaramente legato ai cambiamenti climatici in termini di gravità e durata”, ha detto Richie Merzian, direttore del programma per il clima e l’energia presso l’Australia Institute.

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21 Dicembre 2019