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In India

cms_3342/foto_1_.jpgGanesha mi fissa imperturbabile, seduto in meditazione sul cruscotto della macchina. La divinità indù dalla testa di elefante, in grado di rimuovere gli ostacoli, non potrebbe trovare una collocazione più adeguata. Basta osservare per pochi secondi lo stile di guida indiano o ritrovarsi all’interno di un taxi lanciato nella sua folle corsa tra colpi di clacson, improvvise frenate e fatali sterzate. Da Orchha a Khajuraho in sei ore, 170 km di strada stretta, dissestata e solamente a tratti malamente asfaltata, nel bel mezzo di una giungla di motori. Scooter, moto, auto, camion e bus sfrecciano senza senso, seguendo traiettorie improbabili ed evitando per un soffio scontri frontali che fino a un istante prima sembravano inevitabili. Il tassista, Ashok, guida sereno al volante della sua Tata Indugi bianca al ritmo incalzante della musica hindi che fa vibrare le casse dello stereo.

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È in vena di conversazione ma dalla sua bocca piena di paan – il disgustoso tabacco da masticare indiano – escono parole confuse. Ogni dieci minuti rallenta improvvisamente, mette in seconda, apre leggermente la portiera dell’auto in corsa e ne sputa un po’ fuori, lasciando una scia rosso porpora sulla carreggiata. Il piccolo codino di capelli neri che Ashok tiene raccolto sulla nuca ne rivela la casta: brahmano, la più elevata nella rigida gerarchia sociale indiana; la casta dei sacerdoti, da migliaia di anni responsabili della celebrazione dei riti indù e della trasmissione dell’insegnamento religioso di generazione in generazione.

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Mentre Ashok mi racconta delle leggende del Ramayana, uno dei più grandi poemi epici e testi sacri dell’Induismo, il mio sguardo si perde fuori dal finestrino. Distese gialle di mostarda, piantagioni di canna da zucchero, campi di grano e maestosi alberi di neem, una pianta considerata sacra in India per le sue eccezionali proprietà ayurvediche, si susseguono di continuo.

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La mia attenzione, tuttavia, è catturata dal resto della terra: incolta, arida, spaccata, rossa, letteralmente ustionata dal sole. Ad eccezione dei tre mesi monsonici, in questa zona del Paese è da due anni che non piove. Tutti i fiumi che attraversiamo sono completamente prosciugati, nudi letti di rocce come cicatrici sul corpo dell’India.

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Ashok mi indica una diga in costruzione, servirà a raccogliere l’acqua donata dai monsoni, vitale per l’agricoltura di sussistenza della popolazione. In mezzo alla strada, un gruppo di bambini ferma i mezzi di passaggio per chiedere una donazione. Hanno bisogno di denaro per ricostruire il tempio del villaggio dedicato ad Hanuman, il dio scimmia indù, ma Ashok li liquida con un sorriso. Un attimo dopo, mi fissa dallo specchietto retrovisore, il suo sguardo intenso e preoccupato sembra sussurrare una preghiera: pioggia, torna presto a bagnare questa terra!

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30 Gennaio 2016