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“In Venezuela situazione disperata”, l’allarme della Croce Rossa

“In Venezuela situazione disperata”, l’allarme della Croce Rossa

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La situazione è disperata, le persone hanno estremo bisogno di ogni cosa. Ma per ora sugli aiuti umanitari non ci sono sviluppi. Voglio, ad ogni modo, essere ottimista: sono già stato in Venezuela, probabilmente vi tornerò nei prossimi giorni, ho avuto contatti con entrambe le parti, spero che al più presto si trovi una soluzione per l’ingresso neutrale degli aiuti”. A dirlo all’Adnkronos il presidente della Croce Rossa Internazionale e Mezzaluna Rossa Francesco Rocca, che si dichiara “in linea” con quanto oggi dichiarato dal ministro degli Esteri Enzo Moavero alla Camera sugli aiuti al Venezuela.

“Stiamo chiedendo ad ambedue le parti di consentire alla Cri di portare i nostri aiuti e lavorare sul campo in sostegno della Croce Rossa venezuelana”, aggiunge Rocca. Quanto al carico fermo al confine con la Colombia, “la Croce Rossa Internazionale – sottolinea Rocca – ha già detto con chiarezza che non prenderà parte alla distribuzione che arriverà dagli Usa, in quanto sono aiuti di un governo, non umanitari”.

Intersos: “In Somalia sempre più ’bambine-soldato”

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(Sibilla Bertollini) – Da bambini soldato ad elettricisti. Al ritorno alla normalità, ad una vita senza più il rumore dei proiettili, del sangue, delle ferite, degli orrori della guerra. Hassan, Ayub, Mustafa, ancora minorenni, sono fuggiti dopo aver combattuto a fianco del gruppo armato che li aveva arruolati. Hanno corso per 30 km, senza scarpe, prima di essere trovati, identificati, portati al centro Intersos dove hanno potuto ricostruire la propria vita. “In Somalia sono oltre 2.000, secondo l’ultimo rapporto annuale del segretariato generale Onu, i bambini strappati alle loro famiglie e reclutati dai gruppi armati nel corso del 2017”, sottolinea all’Adnkronos Giovanni Visone, responsabile della comunicazione di Intersos. “L’anno scorso abbiamo assistito 106 ex bambini soldato in Somalia, paese preda di un lungo conflitto con tensioni che stanno tornando a crescere in vista delle future elezioni”, aggiunge Visone.

La Ong opera proprio lì dove la situazione è più delicata, nelle regioni meridionali, in parte controllate dai militanti di al-Shabaab. Proprio loro tra i cacciatori più aggressivi di bambini. Li arruolano non solo per combattere ma anche per utilizzarli come spie, messaggeri, cuochi, sguatteri, assistenti di campo. Ragazzi e ragazze, non fa differenza. “Il fenomeno è complesso: non ci sono solo minori che imbracciando un’arma vivono il conflitto, molti diventano, proprio perché poco identificabili, spie o portatori di messaggi, altri hanno ruoli di supporto logistico alla truppa. Le ragazze sono circa il 40%“, dice Visone.

“Quanto accade intorno a noi – evidenzia il responsabile della comunicazione di Intersos – bisogna ricordarlo ogni giorno e oggi, che ricorre la Giornata Internazionale contro l’uso dei bambini soldato, in particolar modo: nei tanti conflitti in atto vengono commessi gravi violazioni dei diritti umani, il più atroce è il coinvolgimento dei bambini. Da parte nostra continueremo la nostra battaglia per strappare minori alla battaglia“.

Una volta che un minore soldato viene identificato dalle forze armate somale, entro 72 ore deve essere segnalato alle Nazioni Unite o a un’agenzia umanitaria designata. “Il programma di recupero per gli ex bambini soldato è infatti concordato dal governo somalo con le Nazioni Unite – ricorda Visone -. In una prima fase, questi ragazzi (tra i 14 e i 17 anni), assistiti da psicologi e medici, necessitano soprattutto di riappropriarsi di una identità, di tornare a una vita normale cominciando dalle piccole cose. Diverse sono le attività ricreative e formative, studiate per garantire a ciascuno condizioni materiali per vivere in dignità”. Attraverso, per esempio, il supporto di operatori sociali che insegnano loro un mestiere. “Come Hassan, Ayub, Mustafa, molti dei ragazzi e delle ragazze accolti nei nostri centri sono oggi elettricisti, idraulici, falegnami, sarti”.

In una seconda fase, i minori vengono ricongiunti con la famiglia di origine o affidati a tutori. I più grandi sono avviati a una attività formativa di lavoro, se invece hanno meno di 15 anni, si favorisce il loro reinserimento nel sistema scolastico, sia attraverso corsi di alfabetizzazione e acquisizione di competenze di base, sia supportando economicamente chi si prenderà cura di loro. “Il recupero per i bambini soldato è lungo, ma possibile”, conclude Visone.

Parigi insiste: “Spiegazioni da Roma”

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L’incontro in Francia del vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio con un esponente dei gilet gialli che inneggiava alla guerra civile è stata “una vera provocazione”. E’ quanto ha ribadito il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, al Question Time all’Assemblée Nationale, la Camera dei Deputati francese, tornando sulle tensioni diplomatiche con l’Italia.

“Abbiamo richiamato il nostro ambasciatore in Italia. E’ una misura temporanea in attesa che, speriamo, si possano avere le spiegazioni necessarie. Vogliamo che le relazioni tra l’Italia e la Francia ritrovino un andamento normale – ha affermato Le Drian -. Per questo ci vuole un rispetto reciproco. Quando ci saranno di nuovo le condizioni ritroveremo un filo normale nelle nostre relazioni e questo nonostante le nostre divergenze con il Governo italiano attuale”.

“La Francia – ha continuato Le Drian – purtroppo è stata strumentalizzata da qualche mese dal dibattito politico italiano. Ce ne rammarichiamo. Finora avevamo avuto delle osservazioni misurate, avevamo invitato l’ambasciatre italiana in Francia ad incontrarci per evitare che alcuni paletti non fossero superati. Il vicepremier Luigi Di Maio ha varcato una linea venendo inaspettatamente in Francia per incontrare un gilet giallo, che tra l’altro aveva fatto delle dichiarazioni che inneggiavano alla guerra civile e che parlava di un rovesciamento del governo da parte di militari. E’ stata una vera provocazione”.

Con l’Italia, rileva Le Drian, “c’è una forte amicizia, abbiamo una storia comune con un grande Paese come l’Italia. Abbiamo importanti scambi con il popolo italiano a livello culturale, economico, industriale. Abbiamo una cooperazione industriale considerevole e auspichiamo che questo rapporto storico continui“, sottolinea il ministro.

Ma per il primo ministro italiano Giuseppe Conte, “per quanto riguarda i rapporti con la Francia, sono assolutamente fiducioso che i nostri sistemi culturali, economici e sociali sono così intrecciati, così integrati che non possono essere messi in discussione per un singolo episodio”. “Noi siamo un governo pacifista – continua Conte – e il governo francese altrettanto. Il rapporto tra Italia e Francia è solido e antico. L’intreccio è culturale, prima che economico, ed è antico: non può essere messo in discussione da una divergenza, da un dissidio, da una discussione che ci può essere. Poi è sicuro, visto che il vicepresidente Luigi Di Maio lo ha detto pubblicamente, che l’incontro con i Gilets Jaunes lui lo ha fatto come capo, esponente di un movimento politico. Si può discutere: a quel punto entriamo in una logica politica, in cui ognuno può avere la sua valutazione sull’incontro, ma comunque siamo in una logica politica”, conclude.

Rep. Dominicana, scomparsi 2 sub italiani

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Due sub italiani sono scomparsi nelle acque della Repubblica Dominicana. Lo rende noto la Società Speleologica della Repubblica Dominicana, spiegando in una nota che i sommozzatori sono stati visti l’ultima volta il 9 febbraio mentre si apprestavano ad entrare nella grotta sommersa di El Dudù. “Gli italiani – afferma la società DRSS – non avevano la certificazione” necessaria per accedere alla grotta “e hanno ignorato un segnale di pericolo, collocato alla fine della zona di sicurezza, che evidenzia il pericolo di andare oltre”. Nella nota, inoltre, si fa riferimento alla necessità di “preparazione che deve possedere chi si spinge oltre il limite”.

“Per immergersi nelle acque delle grotte – evidenzia la DRSS – è necessario che le persone seguano un allenamento diverso da quello per l’attività subacquea in mare o in acque aperte. Dopo questa formazione si può ottenere una certificazione internazionale che qualifica” un sub in grado di entrare in una grotta. Tali immersioni, inoltre, “richiedono equipaggiamenti specifici”. La grotta di El Dudù si estende per circa 800 metri e raggiunge una profondità di 27.

POCHE SPERANZE – “Non posso dire con certezza che siano morti ma per i due sub italiani non ci sono molte possibilità”. Phillip Lehman, fondatore e vicepresidente della DRSS, è impegnato nei soccorsi. “Le operazioni hanno subìto un rallentamento nelle ultime ore per la scarsa visibilità ma siamo pronti a ripartire. Continueremo a cercare finché non li troviamo” dice Lehman all’AdnKronos.

“I sub – aggiunge – da quello che risulta sono andati nell’area senza un’adeguata preparazione e senza gli strumenti necessari. All’ingresso della grotta, alla fine della zona di sicurezza, c’è un enorme segnale di pericolo: non potevano non sapere che la situazione era estremamente rischiosa”. Il sito della Società Speleologica descrive la zona della grotta come “un’attrazione turistica molto nota”, dove tra l’altro le persone “nuotano e si ubriacano”.

LA GROTTA – Chi si immerge deve districarsi attraverso un tunnel che scende fino a 20 metri, con sezioni particolarmente strette, fino alla meta che viene raggiunta dopo circa 45 minuti. “Da domenica – prosegue Lehman – siamo in contatto con le autorità italiane presenti qui”. E “anche se si tratta di sub, non erano preparati per le condizioni estreme della grotta di El Dudù, un luogo unico nell’intero Paese con caratteristiche particolari -aggiunge -. Purtroppo, situazioni simili non sono inedite: da anni cerchiamo di avvisare i sub che in quell’area serve un equipaggiamento speciale e bisogna prepararsi in modo adeguato. Ma qui arrivano anche veri e propri pazzi: quando li avviso, mi insultano, mi mandano a quel paese e si immergono…”.

Belgio in sciopero per 24 ore, chiuso spazio aereo

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Lo spazio aereo del Belgio rimarrà chiuso per 24 ore, a partire dalle 22 di stasera, a causa di uno sciopero generale che coinvolge anche i controllori di volo. Lo ha stabilito Skeyes, l’authority del controllo aereo, che si è vista costretta al blocco dei voli per l’impossibilità di stabilire in anticipo quanti aderiranno allo sciopero. “Non ci sono certezze sul numero del personale in alcuni posti chiave. Per questo, skeyes è costretta a vietare il traffico aereo tra le 22 di martedì 12 febbraio e le 22 di mercoledì 13 febbraio”, ha annunciato l’authority.

Lo sciopero generale avrà ripercussioni su tutti i settori, dal trasporto pubblico alla raccolta dei rifiuti, dagli uffici postali, alla sanità, al commercio. La serrata è stata decisa dopo la rottura delle trattative sull’indicizzazione annuale dei salari. I sindacati hanno respinto la proposta di un aumento dello 0,8% per il biennio 2019-2020, ritenendola troppo bassa. L’ultimo sciopero generale in belgio risale al dicembre del 2014, per protestare contro un pacchetto di misure proposte dal governo guidato dal premier Charles Michel.

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13 Febbraio 2019