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Insulto dunque vinco. La lezione di Trump grazie ai social

Le nuove campagne elettorali si baseranno sull’insulto. La sfida Clinton-Trump ha lasciato in eredità al dibattito mediatico-politico questo dato di fatto. Insulto libero, gratuito, tranchant e soprattutto attraverso i social. Altro che televisione, ormai old medium nel panorama dell’informazione e nella strategia di comunicazione per le varie campagne elettorali. I canali informativi che hanno permesso la quasi inaspettata vittoria del candidato repubblicano nella corsa alla Casa Bianca si chiamano Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, Periscope e Vine, tutti social media che non richiedono alcuna intermediazione giornalistica e, parimenti, consentono di ottenere un’esposizione uguale se non addirittura superiore ai programmi di canali tv come Cnn, Abc e Cbs. Trump ha sbaragliato la concorrenza e la diffidenza delle varie testate giornalistiche e di opinione grazie all’utilizzo sapiente dei social per riuscire a intercettare tutti quei potenziali elettori (moderni) sensibili a brevi ed essenziali messaggi elettorali. I suoi attacchi erano vere e proprie sentenze di pochi secondi, ovvero il giusto tempo necessario ad attaccare e affondare una precisa categoria sociale e di conseguenza infiammare ancor più il dibattito mai sopito sull’intolleranza.

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Con Periscope, per esempio, venivano imbastite delle dirette video per rispondere in tempo reale alle domande dei follower; con Twitter si creavano i cosiddetti trending topic per alzare il tono del dibattito, quando necessario, su alcune delicate tematiche o su determinate conversazioni. Ciò che è cambiato è stata la percezione di un rapporto che il potenziale elettore o quello indeciso hanno sentito come se fosse di parità, one-to-one, una percezione creabile solo attraverso l’uso sapiente dei social media e impossibile con il mezzo televisivo. Da esperto manager e imprenditore, Trump aveva subodorato un cambiamento nel mercato delle comunicazioni, investendo infatti in spot propagandistici televisivi cifre irrisorie e, al contrario, investendo molte più energie in pubblicità targhettizzate e low cost sul web. La vittoria di Trump ci insegna una cosa importante e nello stesso tempo sfata un luogo comune a proposito dell’uso dei new media: non importa l’età che hai, ma se conosci le regole della comunicazione online puoi raccogliere risultati straordinari. Un’altra lezione che l’opinione pubblica e quella di rete hanno appreso dalla vittoria di Trump è anche un’altra, e cioè l’importanza di adottare il giusto messaggio fatto di contenuti estremi, di paradossi, di insulti, di minacce, ovvero giocare sporco anche grazie all’ingenua collaborazione dei giornalisti che nel tentativo illusorio di contrastarne il messaggio online, non hanno fatto altro che amplificarlo ridondandolo sulle testate cartacee e nei talk in tv.

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È la vecchia regola delle redazioni giornalistiche, a bad new is a good new, quel processo che porta i media ad avere una certa predilezione per le notizie shock per ottenere così maggiore attenzione. In questo caso però il processo non ha fatto altro che avere un vantaggio enorme per lo stesso Trump, amplificando enormemente il suo messaggio su tutti i media. Tweet e post razzisti e xenofobi invece di rimanere relegati sulla bacheca del candidato repubblicano, sono stati fedelmente riportati su prestigiosi quotidiani americani e non solo, commentati e visionati da milioni di spettatori nel mondo. Il mondo cambia e con esso la tecnologia. La radio ha permesso la vittoria di Roosvelt; il cinema l’affermazione di Mussolini; la televisione ha fatto scoprire agli americani la telegenia di Kennedy; sempre le televisioni hanno consentito l’affermazione di Berlusconi; la viralità del web ha aperto le porte a Obama per la presidenza degli Stati Uniti. Ora è il momento dei social, senza dei quali, paradossalmente, Trump non si sarebbe potuto sedere alla Casa Bianca.

Data:

24 Dicembre 2016