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Iran, Bremmer: “Con ritiro Usa da accordo conflitto militare più probabile”

Iran, Bremmer: “Con ritiro Usa da accordo conflitto militare più probabile”

cms_9165/Ian_Bremmer_credit_Richard_Jopson.jpgIl ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano rafforzerà i falchi a Teheran, rendendo “più probabile un conflitto militare”, indebolirà ulteriormente il multilateralismo, infiammerà ancora le tensioni tra l’Iran e Israele, mentre con la decisione di reimporre le sanzioni per gli alleati europei sarà difficile rispettare i termini dell’intesa. Ian Bremmer, fondatore e presidente del think tank Eurasia Group, riassume in questi termini con l’Adnkronos le conseguenze dell’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul ritiro dall’accordo nucleare.

Una decisione che “avrà sul multilateralismo a guida Usa un impatto negativo ben più grande di ogni altra decisione di politica estera presa fin qui”, avverte il politologo americano, in riferimento al ritiro nei mesi scorsi degli Stati Uniti dal trattato sul clima e dal Trattato di libero scambio con i Paesi del Pacifico. E che “renderà difficile per gli europei rispettare i termini dell’accordo con l’Iran: anche se dicono che ci proveranno”, sottolinea Bremmer. “Le sanzioni secondarie degli Stati Uniti” contro i Paesi che faranno affari con Teheran “saranno un problema significativo per loro”.

Senza contare, continua il politologo, autore dell’ultimo “Us vs Them: tha failure of globalism”, che tutto questo “rafforzerà i falchi in Iran, in un miomento in cui il presidente moderato Hassan Rohani è già in difficoltà”. “Un conflitto militare diventa dunque più probabile”, avverte Bremmer, che però riesce a vedere un lato positivo: “La buona notizia è che la decisione di Trump sull’Iran non avrà grande impatto sul summit con la Corea del Nord: entrambe le parti non si fidano per nulla tra di loro, dunque il ritiro dall’accordo non cambia niente” nel loro atteggiamento.

L’annuncio di Trump è arrivato dopo che nelle settimane scorse erano stati in visita a Washington, in un estremo tentativo di convincerlo a restare nel Jpcoa, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron ed il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson. Perché non ci sono riusciti? “Perché al presidente non importa molto degli alleati e delle loro preoccupazioni – replica il politologo – Non vede il bisogno di starli a sentire. Voleva un accordo più duro per l’Iran, cosa che sarebbe stata difficile (per gli europei) anche se Trump avesse concesso più tempo o avesse incaricato le persone giuste. Non ha fatto né l’uno né l’altro e una volta che Rex Tillerson e Hr McMaster sono stati sostituiti da Mike Pompeo e John Bolton era solo questione di tempo”.

Quanto alle conseguenze per la regione, Bremmer prevede “più scontri per procura tra l’Iran e l’Arabia Saudita ed i regimi sunniti in Medio Oriente, ancora maggiori tensioni tra Iran e Israele e prezzi del petrolio più alti che favoriranno i produttori della regione. In sintesi, una regione già infiammabile lo diventerà ancora di più”.

Juncker: “Tra Usa e Ue è crisi diplomatica”

cms_9165/Juncker.jpgTra gli Usa e Unione Europea è già in atto “una crisi diplomatica”, dopo la decisione “inutile” del presidente Donald Trump di ritirare gli Usa dall’accordo con l’Iran sull’energia nucleare, o Jcpoa. Lo ha constatato il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, intervenendo nel Parlamento regionale fiammingo, a Bruxelles.

Rispondendo agli interventi di alcuni deputati, Juncker ha detto: “Mi avete incitato a provocare una crisi diplomatica tra gli Usa e l’Europa: una provocazione inutile, perché la crisi c’è già”. Dopo aver detto che non spetta alla Commissione commentare, dato che lo ha già fatto l’Alto Rappresentante dell’Ue per gli Affari Esteri Federica Mogherini, che “si è espressa venti minuti dopo il discorso infelice di Trump”, Juncker ha aggiunto che, “visto che mi avete chiesto di dire una parola, mi riferirò a quello che ha detto madame Mogherini, che è responsabile del dossier”.

Mi rammarico profondamente per la decisione del presidente Trump, che è inutile, non serve alla causa della pace e non avrebbe dovuto essere presa nel modo in cui è stata presa”, ha concluso Juncker.

“Noi esorteremo i nostri partner, li persuaderemo, li inciteremo, siamo fiduciosi nel fatto che arriveremo al punto in cui ridurranno i loro investimenti in Iran”. Dopo i toni minacciosi di Trump, i dettagli tecnici del dipartimento del Tesoro che ha spiegato che verrà data una ’window’ di 90-180 giorni per uscire dagli accordi esistenti senza incorrere nelle redivive sanzioni, la diplomazia Usa cerca di minimizzare la possibilità di un nuovo scontro con gli alleati per, un altro, strappo del presidente.

“Capisco che non siamo d’accordo al 100 per cento, ma siamo stretti alleati e siamo d’accordo sulle minacce costituite dall’Iran, troveremo un modo di andare avanti”, ha affermato Andrew Peek, vice assistente segretario dell’ufficio Medio Oriente del dipartimento d Stato, durante una conference call da Washington, rispondendo alle domande dei giornalisti europei che gli ricordavano l’unanime coro di critiche in Europa alla mossa di Trump e gli chiedevano del rischio che questa possa avviare la guerra commerciale, finora scampata sul fronte dei dazi.

“Sarà veramente un processo”, aggiunge, affermando che i contatti con gli europei sono in corso e continueranno per “incoraggiarli, insieme agli altri Paesi” ad unirsi alle misure di Washington che “pensiamo siano necessarie di fronte alle minacce costituite dall’Iran”.

Riguardo poi alle sanzioni secondarie, a cui potranno andare incontro imprese e società europee che continueranno dopo la fine del periodo di transizione a fare affari con Teheran, Peek afferma che “non è una situazione inusuale per noi, abbiamo avuto sanzioni secondarie sin dalla fine degli anni ’90”.

Il sottosegretario insiste più volte, rispondendo alle diverse domande, sul trittico di azioni – “incoraggiare, persuadere, incitare” – con cui gestire quelli che definisce “disaccordi di tattica diplomatica” su come affrontare comuni preoccupazioni sull’efficacia dell’accordo nucleare per rispondere alle minacce, non solo nucleari, dell’Iran.

“In passato gli europei sono stati disponibili a ridurre gli investimenti nei settori critici dell’economia iraniana, mi aspetto francamente che sarà il caso anche ora”, conclude con ostentato ottimismo, evitando di rispondere alle domande su quale sarà la risposta di Washington ad un eventuale atteggiamento diverso.

A parte le sanzioni secondarie – quelle imposte a ’non-U.S. persons’ molto prima che Trump diventasse presidente e che erano state sospese con il Joint Comprehensive Plan of Action – il sottosegretario ha difeso e giustificato lo strappo di Trump una volta stabilito che i problemi dell’accordo erano “insormontabili”. E nella convinzione che se verrà imposta “sufficiente pressione politica ed economica con i nostri alleati” sull’Iran si potrà ottenere “un accordo più complessivo” che garantisca in Medio Oriente “più stabile”.

E a chi gli chiede se la mossa di Trump punti ad un “regime change”, Peek risponde di no: “Stiamo cercando di ottenere un cambiamento di comportamento del regime”. Altrettanto perentoria la risposta a chi sostiene che in realtà siano gli Stati Uniti a violare l’accordo, non Teheran come sostiene Trump: “Noi ci ritiriamo, non violiamo l’accordo, siamo in costante comunicazione con gli alleati europei che sono preoccupati come noi per le minacce, non solo sul nucleare, dell’Iran e lavoreremo con loro per avere un accordo più complessivo”.

Kim e Xi, nuovo incontro in Cina

cms_9165/kim_xi_afp.jpgGli organi di stampa ufficiali cinesi hanno confermato che il presidente Xi Jinping e il leader nordcoreano Kim Jong-un si sono incontrati per la seconda volta in Cina. Il lancio dell’agenzia di stampa Xinhua arriva dopo che l’agenzia sudcoreana Yonhap, citando fonti proprie, aveva riportato voci di questo nuovo viaggio di Kim in Cina, in vista dell’annunciato vertice con Donald Trump.

“Dopo il nostro primo incontro con il compagno presidente, sia le relazioni tra Cina e la Corea del Nord che la situazione della penisola coreana hanno registrato progressi positivi” ha detto Xi Jinping nel suo incontro con il leader nordcoreano, che si è svolto ieri e oggi a Dalian, nella provincia nordorientale cinese di Liaoning. “E sono felice per questo”, ha aggiunto, secondo quanto riportato da Xinhua.

“Io ho la massima considerazione” per queste relazioni, ha affermato Xi, sottolineando di aver voluto incontrare di nuovo Kim per fare “uno sforzo comune per realizzare una pace e stabilità duratura nella penisola coreana e promuovere la pace, stabilità e prosperità nella regione”.

Dopo gli sviluppi positivi nelle relazioni con la Corea del Sud, Kim Jong-un ha detto di essersi recato in Cina per un nuovo incontro con Xi Jinping, riporta Xinhua, “in un momento cruciale, in cui la situazione evolve rapidamente, per informarlo della situazione, sperando di rafforzare la comunicazione strategica e la cooperazione con la Cina”.

“Questi sono i risultati positivi dello storico incontro tra me e il compagno segretario generale” del Partito comunista Xi, ha affermato Kim riferendosi ai “progressi positivi” registrati nella penisola coreana dopo il suo vertice con il presidente sudcoreano Moon Jae-in il 27 aprile scorso.

Kim Jong-un ha parlato anche del nucleare. “Nel momento in cui le parti interessate eliminano politiche ostili e minacce alla sicurezza della Corea del Nord, la Corea del Nord non ha bisogno di armi nucleari e la denuclearizzazione è ottenibile” ha dichiarato, secondo quanto riporta l’agenzia Xinhua, sottolineando che la denuclearizzazione è “una posizione chiara e coerente” per Pyongyang. Kim ha poi aggiunto che spera che la Corea del Nord e gli Stati Uniti possano stabilire una reciproca fiducia attraverso il dialogo.

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10 Maggio 2018